Survival Family

Survival Family

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Apre il Far East Film Festival 2017 una commedia giapponese incentrata su una suggestiva riflessione: cosa succederebbe alle nostre vite se di colpo ci trovassimo senza energia elettrica? Seguendo il filone classico del cinema nipponico che si fonda sulla famiglia, Survival Family è una riflessione sulle contraddizioni di una società energivora dove aleggia sempre lo spettro di Fukushima.

I will survive

E all’improvviso fu il buio! Tokyo resta senza energia elettrica e tutto si ferma. Da blackout momentaneo la situazione diventa permanente ma la famiglia Suzuki non si perde d’animo anche nell’isteria generale. Prima cerca una vita normale, poi i suoi componenti trovano mezzi ingegnosi per sopravvivere ed infine partono in bici verso la fattoria dei nonni. Riusciranno a trovare una nuova armonia e nuovi hobby senza i comfort di oggi? [sinossi]

Il Giappone non possiede risorse energetiche proprie e, per questo motivo, il suo sistema energetico si fonda sulle centrali nucleari. Il disastro di Fukushima Dai-ichi dell’11 marzo del 2011 ha dimostrato la fragilità e la estrema pericolosità di questi impianti tecnologici in un territorio sismico come quello dell’arcipelago nipponico. Tutti contro il nucleare quindi, ma dimenticandosi che questo sistema energetico permette gli stili di vita, il benessere, i comfort della società. Chi potrebbe farne a meno? È la contraddizione che il regista Shinobu Yaguchi ci mostra da subito in Survival Family: grattacieli di Tokyo come alveari con le luci accese di tutti gli uffici e poi, nello stile da commedia, nella famiglia i figli lobotomizzati da tutti i loro accessori tecnologici. La società energetica ha svincolato le nostre vite dai ritmi e dal contatto con la natura, non siamo nemmeno in grado di macellare una gallina, se improvvisamente l’energia venisse a mancare saremmo perduti.

Questo è l’assunto di base di Survival Family, film d’apertura del Far East Film Festival 2017: nella forma del classico film di sopravvivenza virato in commedia, mostrare il controsenso del nostro consumismo energetico. Un film che potrebbe rientrare nel filone post-Fukushima, lo spettro dell’incidente nucleare aleggia, e in una scena alcuni militari incrociati su un ponte fanno riferimento proprio a spegnimenti di centrali nucleari (questo però è un momento didascalico che si poteva evitare). Un survival-movie alla Cast Away, alla Robinson Crusoe, dove ci si trova improvvisamente di fronte a una natura ostile, laddove però nessuno naufraga da un veliero in pieno oceano. È il naufragio di un sistema energivoro e dissipativo, di una tecnologia tanto sofisticata quanto fragile, dove tutto crollerebbe se un passaggio di una catena venisse improvvisamente meno, un sistema tecnologico con cui l’uomo è in simbiosi. E il film mostra proprio questo: l’homo technologicus messo di fronte a quelle leggi della natura di cui credeva di essersi liberato. Lo stesso assunto del film sudcoreano di qualche anno fa Castaway on the Moon. Bisogna ingegnarsi, costruire zattere per attraversare il fiume, tornare ad affumicare la carne, pratica che rappresentava il sistema di conservazione quando non c’erano i frigoriferi. L’approvvigionamento di cibo è uno dei punti chiave del film. Ne fanno le spese anche animali ‘sacri’ come le coloratissime carpe koi, o gli animali di un acquario, che viene saccheggiato, tra i quali spicca una tartaruga trionice, la cui prelibatezza gastronomica era stata decantata nel classico di Jūzō Itami Tampopo. La catena alimentare esige le sue vittime.
Shinobu Yaguchi prende il punto di vista di una famiglia, seguendo un tema eterno del cinema giapponese e una matrice culturale confuciana. Ci mostra da subito il loro tran-tran quotidiano, non lesinando qualche classica inquadratura a livello tatami, anche con un peto, tabù nel cinema occidentale se non nei film di Pierino, segno di intimità domestica: pensiamo solo al film Buon giorno di Ozu. Una famiglia abbastanza grottesca e buffa, parodia della famiglia borghese giapponese come gli Yamada del film di Isao Takahata, corrispettivi dei Simpson americani, dove il padre porta un tupè che diventerà poi motivo di gag, e i figli sono dediti al junk food. Famiglia che rischia di perdere il capofamiglia in un incidente, ma il tono da commedia ci rassicura della mancata tragedia.

Il pretesto narrativo è un blackout improvviso, di cui non viene fornita una spiegazione, a parte le ipotesi grottesche del telegiornale alla fine. Sembrerebbe un’interruzione momentanea ma durerà per mesi e mesi. Improvvisamente non funziona l’ascensore, bisogna fare dieci piani di scale a piedi, e raggiungere il lavoro in bicicletta, posto che non sia una di quelle elettriche. Tutto dipende da questa cosa invisibile che si chiama energia, per avere la quale basta schiacciare un interruttore. Anche cose che apparentemente non sembra che funzionino con l’elettricità, in realtà dipendono da questa indirettamente, in qualche ingranaggio secondario. Persino lo sciacquone del water, come concepito dai giapponesi, pieno di gadget e funzioni ipertecnologiche, non può funzionare, con le conseguenze del caso. La comunicazione, televisione, cellulari, internet, è parimenti interrotta. La città piomba nel degrado, piena di rifiuti ovunque. Ma in questo ritorno forzato a un mondo pre-tecnologico, Shinobu Yaguchi non manca di farci apprezzare anche i lati romantici, il cielo stellato che prima non si poteva vedere per l’inquinamento luminoso di Tokyo, la natura che può essere idilliaca quanto matrigna. Improvvisamente nel film compare un treno a vapore, come a ripercorrere la storia delle tecnologie energetiche. Sotto forma di piacevole opera di intrattenimento, Survival Family è una riflessione sul modello dissipativo e consumistico, sul senso del superfluo su cui si fonda la nostra vita.

Info
Il trailer di Survival Family.
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