Undertow

Presentato in concorso al Torino Film Festival 2004, Undertow conferma il talento da metteur en scene di David Gordon Green, qui alle prese con una tragedia agreste violenta, sporca e umida.

Storie dal limbo

I Munn, il padre John e i due figli Chris e Tim, decidono di trasferirsi nella campagna della Georgia dopo la morte della madre. La loro vita, però, viene stravolta dall’arrivo dello zio Deel, appena uscito di prigione. Gli avvenimenti costringeranno il giovane Chris a diventare un uomo… [sinossi]

Fa sempre un certo effetto rivedere il marchio della United Artists risplendere sovrano e austero nel buio di una sala; in molti devono essersi sorpresi se è vero che all’apparire dello storico logo, alla presentazione di Undertow al Torino Film Festival, si è alzato un timido mormorio. Ebbene sì, la UA è tornata e rivendica la sua originaria mansione, quella di baluardo del cinema indipendente made in USA. E David Gordon Green indipendente lo è davvero, nel senso produttivo, ma anche nel senso più glamour del termine, dal momento che dopo aver vinto il Torino Film Festival 2001 con George Washington, si è aggiudicato il premio speciale della giuria al Sundance lo scorso anno con All the Real Girls. Lasciatosi alle spalle i delicati languori adolescenziali della precedente pellicola, Green realizza con Undertow un vecchio progetto del suo mentore Terrence Malick (che produce il film).

Dopo un breve e inquietante prologo, l’autore statunitense ritrova il suo oggetto d’indagine preferito, una coppia di adolescenti, sulla riva di un fiume, ma l’idillio viene presto spezzato e si trasforma in una rocambolesca fuga del giovane sorpreso da un padrepadrone piuttosto contrariato dalla compagnia prescelta dalla figlia. La fuga è un vero e proprio saggio di prassi registica: l’autore si finge inesperto oppure è semplicemente incapace di decidere quale sia la modalità di ripresa migliore da adottare. Forse è il soggetto stesso, l’adolescente, ad essere metamorfico, inafferrabile, misterioso, forse la sua corsa è troppo bella per poter essere mostrata come una corsa qualunque. Ecco che allora l’immagine si blocca in uno ieratico stop frame, si sgrana in un cadrage impressionista, diviene in bianco e nero, poi ancora al negativo, mentre compaiono i titoli di testa. Ma il film sta per prendere un’altra direzione e lo intuiamo quando il personaggio, nella foga della corsa, salta su una trave e un chiodo sporgente gli si conficca nel piede. Il plot vero e proprio incombe e sarà privo di romanticismo, tragico e inesorabile come una storia già scritta (infatti, in parte, lo è), ritmico e implacabile come il suono della risacca, a cui il titolo allude.

Con Undertow Green realizza il suo film meno intimo, ma allo stesso tempo, ad oggi, il più compiuto, anche in virtù del fatto che si ispira ad un classico indimenticabile come La morte corre sul fiume. La relazione col film di Laughton è a dire il vero piuttosto sottile, ne restano alcuni elementi narrativi, come il tesoro ambito o il classico percorso per stazioni che regola la fuga dei protagonisti che si imbattono nell’ordine in: una famiglia senza figli, un gruppo di lavoratori fluviali, infine in una comunità di giovani senza tetto né legge. I paesaggi della Georgia rurale che fanno da sfondo alle vicende conservano un’aura atemporale disponibile per il look vintage di immagini ammalianti e brutali allo stesso tempo, merito del lavoro impeccabile del direttore della fotografia Tim Orr. Il senso del paesaggio è una delle qualità più evidenti di David Gordon Green e del suo inseparabile cinematographer, che ci restituiscono un’immagine del sud degli Stati Uniti, allo stesso tempo gloriosa e fatiscente, costellata di luoghi generosi di luci calde, fiorescenze e pollini che inebriano l’aria e gli occhi di chi guarda: un luogo edenico violato dalla brutalità dell’uomo e dalla degenerazione delle regole familiari, tradite e capovolte così come l’adolescenza dei giovani protagonisti.

Green mescola abilmente il realismo dei dettagli agli stilemi del thriller e della favola gotica, per approdare alla metafisica dell’ambiguo epilogo. Nel breve prologo invece la voce di un uomo, ma forse è solo una macchia scura e sgranata sul controluce di un fiume dal riverbero abbagliante, ci dice che sta per narrare la storia di violenza e cupidigia che ha portato alla rovina la sua discendenza. A quello stesso fiume si ritornerà, compiuto il ciclo, alla fine, come è d’uopo in ogni tragedia che si rispetti. Un finale spaventoso, quando oramai la narrazione è terminata e ci ha lasciato pieni di domande, con una scena da surreale lieto fine ambientata in un non-luogo dove ad accoglierci al risveglio dall’incubo appena vissuto, ci sono dei volti familiari che però non abbiamo mai visto. D’altronde l’intero film sembra svolgersi in una sorta di limbo, a partire dalla capanna isolata nei boschi, per proseguire con le abitazioni che accolgono i due fratelli in fuga: i protagonisti visitano case inedite, luoghi a breve permanenza, proprio come la sponda del fiume Stige, dove le anime attendono di essere traghettate dal mefistofelico Caronte, il legittimo proprietario, narra la leggenda, del tesoro conteso del film. Il realismo del dettaglio si esprime in un gusto feticista per la sporcizia, resa lucente e quasi bella dall’umidità, mentre sorprende una resa inedita della fisicità che insiste sulle secrezioni corporee e su un uso deviato dei sensi. Ad incarnare questa tendenza sono i brevi inserti dedicati al bambino, rimasto, nonostante abbia 10 anni, ad una conoscenza orale del mondo che lo circonda. Scopriamo tra gli alberi il piccolo Tim ingurgitare un verme, della vernice, dell’olio per motori, poi nascondersi nel bosco per vomitare. Tim ha inoltre un rapporto particolare con i libri che sono la chiave d’accesso al suo mondo magico, e che lui cataloga amorevolmente in base all’odore. Insomma, oltre ad avere problemi con lo stomaco, Tim si relaziona con gli oggetti attivando i sensi meno inadeguati: la vernice si annusa, non la si assapora, i libri si guardano, non si odorano.

Violenza, disciplina e senso del dovere regolamentano la vita quotidiana di una famiglia virile che nel finale viene sostituita dalla comunità libera dei giovani senzatetto, dove la donna, forse è un’avida maliarda o forse no, ma risulta inevitabilmente una presenza disequilibrante, per i protagonisti e le dinamiche dei loro rapporti, ma anche per il film che con l’apparire di questo personaggio sembrerebbe prendere un’altra piega, che poi subito abbandona. Presentato all’interno del Concorso Internazionale Lungometraggi al Torino Film Festival 2004, Undertow magari non ha commosso gli animi né sorpreso con le trovate stilistiche che lo scoppiettante incipit sembrava promettere, ma conferma il talento di Green, qui alle prese con un film violento, sporco e umido, come lo sputo del bambino, come la consistenza viscida di un verme o il fango in cui riposano i maiali, da cui emana quella calda vampata di umidità che i nonmorti respirano in attesa di essere traghettati sull’altra sponda del fiume.

Info
Il trailer di Undertow.
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