Strafumati

Strafumati

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Buddy movie romantico e gustosamente cialtrone, Strafumati di David Gordon Green è pervaso da un’ironia grottesca e maligna e galvanizzato da un ritmo comico indiavolato.

L’erba del vicino

Dale Denton lavora in tribunale che fuma una canna dietro l’altra. Saul Silver è il suo fornitore, un vero intenditore di maijuana, l’unico a smerciarne una qualità speciale: il Pineapple Express. Quando Dale assiste a un omicidio, e lascia sulla scena del crimine un mozzicone di un suo spinello, la situazione si fa decisamente esplosiva… [sinossi

Avvertenza iniziale: Nel corso della recensione useremo esclusivamente il titolo originale, Pineapple Express. Ci rifiutiamo categoricamente, infatti, di utilizzare l’abominevole adattamento pensato per il mercato italiano, Strafumati , che trovate (per mero scrupolo professionale) in testa all’articolo. Uno scempio così palese è pari a quello perpetrato nei confronti del sublime Eternal Sunshine of the Spotless Mind (il cui titolo italiano, se qualcuno lo avesse dimenticato, era Se mi lasci ti cancello); al pari di quanto successo nel caso del film di Michel Gondry, ci auguriamo che i distributori, consci della follia che li ha colti, ritornino ad affidarsi all’originale nel caso di un’uscita in dvd.

Sono anni oramai, esattamente da quando posammo gli occhi su George Washington (2000), luccicante esordio alla regia di un allora venticinquenne David Gordon Green, che ci auguriamo che l’Italia che si interessa al cinema apra finalmente gli occhi su uno dei talenti più cristallini che l’America contemporanea possa sfoggiare. Un desiderio che finalmente potrebbe essere esaudito, anche se il rischio che di Green la critica e il pubblico si facciano un’idea a dir poco parziale è davvero forte; perché di tutti i film che finora il regista di Little Rock, Arkansas, ha sfornato (5 lungometraggi e alcuni corti), Pineapple Express è decisamente il meno personale. Innanzitutto è l’unico di cui non ha curato direttamente la sceneggiatura – e solo nel caso di Undertow, finora, Green si era fatto aiutare da un collega, Joe Conway -, affidandosi a uno script di Seth Rogen e Evan Goldberg. I due avevano portato a termine anche il divertente Suxbad, il che ci porta direttamente alla seconda anomalia immediatamente riscontrabile in Pineapple Express: pur essendo un buddy movie a tutti gli effetti, la storia di Dale Denton, abituale consumatore della qualità di erba che dà il titolo al film che si ritrova invischiato in una torbida storia di assassini, polizia corrotta e intrallazzi mafiosi, si rifà a un ideale etico ed estetico a dir poco demenziale. Non sarebbe folle leggere Pineapple Express come uno schizofrenico amplesso tra Una vita al massimo di Tony Scott, Prima di mezzanotte di Martin Brest, Cosa fare a Denver quando sei morto di Gary Fleder, il già citato Suxbad, Il grande Lebowski di Joel Coen e Smiley Face di Gregg Araki. Proprio con quest’ultimo, a ben vedere, il paragone appare azzeccato: anche in quel caso l’opera si distaccava con forza dal tessuto autoriale del regista. Intendiamoci, non che il cinema di David Gordon Green fosse immune in precedenza da deviazioni ironiche, ma la grana grossa che si respira ad ampi tratti in Pineapple Express non ci sembra francamente del tutto funzionale al suo approccio registico; questa scollatura si fa evidente in alcuni passaggi, quelli più vicini all’estetica di Judd Apatow (qui produttore come in Suxbad, ma a sua volta regista di 40 anni vergine e Molto incinta), che Green non riesce a dominare completamente. Il trentatreenne regista si trova più a suo agio quando deve confrontarsi con l’aspetto più velatamente gore della vicenda, o quando quest’ultimo si fonde a un’ironia grottesca e maligna: in quei punti, che rappresentano comunque larga parte della pellicola, il ritmo si fa indiavolato, la comicità trabocca con naturalezza e tutto fila liscio come l’olio.

Per quanto sia indubbio che nella mente dello spettatore medio resteranno soprattutto alcune freddure, da vero e proprio “manuale del fattone” (quando James Franco vende l’erba allo smanioso Seth Rogen – anche attore, ci eravamo dimenticati di precisarlo – lo convince con un “annusala! Annusala! È come la vagina di Dio”), siamo convinti che l’aspetto più interessante di Pineapple Express sia da ricercare altrove: nella splendida parte finale, per esempio, girata con intelligenza e la volontà ferrea di non assuefarsi a codici visivi preesistenti, o nella descrizione dell’aspetto più dark della storia. È lì che si nota davvero la mano di David Gordon Green, al quale auguriamo in futuro di poter ottenere lo stesso straordinario successo di pubblico con pellicole più personali, in cui riuscire a dar sfogo alla sua poetica in maniera più uniforme; per ora il progetto più avanzato (a parte The Goat, più volte annunciato ma per ora ancora in stadio di stand by produttivo) sembra essere il remake di Suspiria, il capolavoro visionario di Dario Argento. Più o meno nello stesso periodo in cui veniva annunciato questo strano rifacimento, Paul Thomas Anderson – regista al quale, per motivi del tutto particolari, ci sentiamo di poter avvicinare Green – dichiarava che il suo prossimo film sarebbe stato un horror.
Il nuovo cinema a stelle e strisce vira verso la paura? Staremo a vedere, anche perché sappiamo quanto queste accezioni possano risultare del tutto fuorvianti. Per ora ci limitiamo a sorridere all’esordio di David Gordon Green nelle sale cinematografiche italiane, nella speranza che Pineapple Express sia il primo passo verso la (ri)scoperta di  un piccolo grande genio.

Info
Il trailer di Strafumati.
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