Made in America

Made in America

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La Los Angeles di Made in America (e quanta profondità acquista questo titolo, una volta dipanata la matassa storica) è un luogo che vive ancora nell’ingiustizia, nel pregiudizio, nell’ignoranza; tutti termini che difficilmente vengono accostati agli Stati Uniti, ma sui quali Peralta non ha alcuna intenzione di soprassedere, pur non rinunciando a uno sguardo ottimista.

L.A. Burnin’

15.000 morti nel corso degli ultimi trent’anni: no, non stiamo parlando delle barbariche guerre civili di qualche paese centrafricano abbandonato al suo destino nella fase post-coloniale, né delle vittime di chissà quale famelico virus, e neanche delle fosse comuni di un paese dal passato dittatoriale. Quella cifra a tre zeri che apre la nostra recensione rappresenta il totale di persone uccise a Los Angeles durante la guerra tra le gang rivali dei Crips e dei Bloods; una spirale di violenza che affonda le sue radici tra la fine degli anni cinquanta e i favolosi sixties, per poi degenerare completamente all’inizio degli anni Ottanta.

Ragionando su una materia sociologicamente così complessa e interessante, Stacy Peralta mostra fin dall’incipit la volontà di inquadrare il tutto all’interno delle dinamiche proprie della società bianca statunitense: veniamo così a conoscenza di un lato nascosto della “città degli angeli”, dark side  che fino a oggi ci era stato raccontato solo in maniera laterale e del tutto non esplicativa. Fin dalla struttura topografica, la città di Hollywood e Beverly Hills dichiara le sue separazioni di classe, con i quartieri abitati solo dal sottoproletariato di colore: se pensate che fino agli anni ’70 i neri che venivano “pizzicati” a passeggiare nei quartieri wasp passavano direttamente la giornata al commissariato, capirete da soli come l’importanza sociale e politica di Made in America sia l’elemento indiscutibilmente più importante del documentario. Se da un punto di vista strettamente formale Stacy Peralta convince qui molto meno che in occasioni precedenti (Dogtown & Z-Boys, Riding Giants), complici anche alcune scelte estetiche che vorrebbero rifarsi all’iconografia hip hop, è innegabile come il contenuto che viene portato a galla sia così denso di significato da giustificare in pieno un lavoro che altrimenti avremmo giudicato senza dubbio con maggior severità.

Da un punto di vista cinematografico Peralta non appare impeccabile, ma la descrizione delle madri che seppelliscono i loro figli come se questo facesse parte del ciclo naturale dell’esistenza, e il dettagliato riassunto delle rivolte che infiammarono Los Angeles nel corso dei decenni – e l’ultima in ordine di tempo, quella che fece seguito all’ignobile pestaggio subito da Rodney King, è ancora ben stagliata nella nostra mente, nonostante siano passati poco meno di venti anni -, colpiscono con precisione il bersaglio, pugnalate inferte al cuore dell’America perbene e perbenista. La Los Angeles di Made in America (e quanta profondità acquista questo titolo, una volta dipanata la matassa storica) è un luogo che vive ancora nell’ingiustizia, nel pregiudizio, nell’ignoranza; tutti termini che difficilmente vengono accostati agli Stati Uniti, ma sui quali Peralta non ha alcuna intenzione di soprassedere, pur non rinunciando a uno sguardo ottimista (o retorico, la distinzione in questo caso dipende dalla sensibilità di ogni singolo spettatore), che vede nel futuro un cambiamento graduale.
Chissà… dopotutto ora alla Casa Bianca si insedierà Barack Obama, primo presidente afro-americano della storia della “patria della democrazia”, e tutto sarà diverso. O forse no?

Info
Il trailer di Made in America.
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