Il padre dei miei figli

Il padre dei miei figli

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Con sullo sfondo il dietro le quinte del cinema, fatto di contratti e di uffici, Il padre dei miei figli mette in scena la vita contraddittoria di un produttore, fatta di coraggio e paura, forza e vulnerabilità.

Il cinema, la vita

Grégoire Canvel ha tutto quello che un qualsiasi uomo vorrebbe avere. Una moglie che ama, tre meravigliosi figli e un lavoro che lo stimola. Sembra invincibile ma uno stuolo di nubi sono all’orizzonte e l’uomo è costretto, forse per la prima volta in vita sua, a guardare in faccia la realtà… [sinossi]

Grégoire è un produttore cinematografico pieno di progetti e di energia. Il suo carisma lo rende affidabile e solido, la sua gioia di vivere è contagiosa per quelli che lavorano con lui, per i giovani registi e per la sua famiglia. Iperattivo e solare, nasconde, però, molte ombre, nel suo passato e nel suo presente, segni di una fragilitá sofferta e nascosta, anzi, mascherata di normalitá. Sta proprio nel crollo di questa normalitá il centro di Il padre dei miei figli, secondo lungometraggio di Mia Hansen-Løve, giá regista di Tout est pardonné (2006) e, prima ancora firma dei Cahiers du Cinéma e attrice di Olivier Assayas in Fin août, début septembre e Les Destinées sentimentales.

In questa seconda prova da regista, Hansen-Løve si ispira alla vita e alla personalitá del produttore Humbert Balsan, morto suicida all’inizio del 2005, di cui, però, non si vuole tanto ricostruire la vita quanto i sentimenti e le contraddizioni che hanno circondato la sua vicenda. E il film, infatti, si lascia trasportare dagli eventi, o, meglio, dai suoi personaggi e da un’atmosfera che cresce e si arricchisce via via di dettagli fatti di piccoli gesti, importanti nel descrivere semplicemente il procedere delle cose, quando si scandisce tra il lavoro e la famiglia, e quando la crisi irrompe e l’orizzonte sembra chiudersi. Si procede per piccoli passi verso una forma gentile di rarefazione e silenzio, come in certo cinema di Assayas, ma con sguardo in un certo senso più rotondo, con una maggiore distanza, concepita come mistero. Tutto ruota attorno alla scena del suicidio, secca e lieve al tempo stesso. Imprevedibile mentre si seguono i passi del protagonista che si allontana dalla sua stessa quotidianità. Esce dall’ufficio, prende l’auto, raggiunge una strada deserta, brucia dei documenti e poi, sulla via del ritorno estrae la pistola e cade. Poi il silenzio e, lentamente, la ricostruzione degli enigmi che si è voluto lasciare alle spalle e che hanno accompagnato la sua vita. Si scopre una verità ancora più fragile, il figlio abbandonato, i debiti, le gravi difficoltà economiche della sua casa di produzione, pur lasciando molto nell’ombra, come una biografia lasciata incompleta e aggrovigliata nel non detto.

Il padre dei miei figli si rivela come un film sul paradosso dell’alterità, la convergenza, in un uomo, di due movimenti che si contraddicono: coraggio e paura, forza e vulnerabilitá, dolcezza e aggressivitá, tutto recuperato attraverso gli occhi della sua famiglia, la figlia maggiore, che trova frammenti di passato nelle lettere del padre, e della moglie, che, invece, si intromette nella sfera pubblica di un marito che conosceva solo come tale. È un profondo viaggio nell’animo umano, fatto di piccole metafore che rimandano alla vita e alla sua segretezza. Una visione molto personale del cinema, che indugia sul lavoro, la fatica, sui luoghi lontani dal set, gli uffici pieni di gente e di parole. Si guarda da fuori, attorno e non dentro il momento creativo vero e proprio, si pone l’attenzione su un processo quasi sconosciuto e delicatissimo, l’incantesimo del cinema in forma di contratti da firmare ed equilibri incerti, lavoro dietro le quinte, al di fuori delle ribalte, tuttavia non meno vitale.

Info
Il trailer de Il padre dei miei figli.
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