Eden

Con Eden, Mia Hansen Løve si cimenta in un affresco generazionale ambientato nella scena house parigina di fine anni ’90. Ma nonostante l’intento antinarrativo, i cliché sono dietro l’angolo. Al Festival di Roma 2014 e nelle sale con Movies Inspired.

I dolori di un giovane DJ

La vita di una coppia di DJ e dei loro amici, durante l’esplosione della scena house francese nella seconda metà degli anni ’90. [sinossi]

Ci sono professioni in cui la parabola verso il successo deve necessariamente essere accelerata e altrettanto lo è poi il percorso discendente. Incorrono in questo amaro destino, come ben sappiamo, atleti professionisti, fotomodelle/i, talvolta gli attori e, anche se forse non siamo così abituati a pensarlo, anche i disc jockey. Mentre infatti alle rock star è consentito invecchiare (Mick Jagger docet), quella dei DJ è una fama assai più effimera e di breve durata e la loro arte, specie nell’aspetto performativo, è destinata a consumarsi insieme ai drink, alle sigarette, alle sostanze stupefacenti, ai flirt del sabato sera di chi più o meno distrattamente li è andati ad ascoltare.
È un po’ questo il nucleo pulsante di Eden di Mia Hansen Løve, affresco generazionale che attraversa la nascita, il successo e poi la fine della house francese (il così detto french touch).
Tutto concentrato tra gli anni che vanno dal ’92 al 2001, il film è la storia di Paul (Félix de Givry), giovane disc jockey amante della musica house che insieme al sodale Stan (Hugo Conzelmann) fonda il duo dei Cheers destinato a una rapida carriera che dalle discoteche parigine porterà i ragazzi fino al MoMa di New York. Poi c’è l’amico fumettista Cyrill (Roman Kolinka), ci sono le fidanzate dei tre e intorno a loro è in fermento tutta quella scena musicale in cui iniziano a muovere i primi passi, tra gli altri, anche i Daft Punk.

Diviso in due capitoli, Paradise Garage (dal nome del celebre club newyorkese, culla della disco music) e Lost in Music (come la celebre hit delle Sister Sledge), Eden è una vera e propria immersione nella realtà quotidiana lavorativa e personale dei suoi personaggi, ritratti con un certo affetto ma anche con malinconia dalla regista, che ha personalmente attraversato quel mondo, dal momento che suo fratello ne faceva parte.
In questo anodino amarcord generazionale, la Hansen Løve rilegge temi e luoghi della sua adolescenza senza concedersi particolari sbavature romantiche; anzi, tutto è pervaso da un’avvolgente coltre di malinconia, che si declina in esistenze dal quotidiano poco entusiasmante, dove persino la musica non è abbracciata con particolare passione e gli amori scorrono via lasciando solo qualche rimpianto.
Quello di Eden è complessivamente un percorso per iniziati, del tutto privo di intenti didattici, sebbene le scelte musicali dei Cheers vengano descritte poi in maniera eccessivamente sbrigativa come un mix di suoni elettronici e soul, di freddo e di caldo.
Tutta la prima parte della pellicola possiede nel complesso un’impronta corale, un ritmo narrativo lasco che sposa i toni del documentario d’osservazione. Si susseguono alcuni rave party, raggiunti attraverso sentieri tra i boschi o labirintici corridoi delle location post industriali, poi ci sono gli interni domestici piccolo borghesi, e numerose sono le immersioni della mdp al seguito dei personaggi tra la folla che riempie il dance floor.
Non manca qualche comparsata di reali rappresentanti della scena house, compaiono anche Golshifteh Frahani e Greta Gerwig, mentre il mattatore del cinema indipendente francofono Vincent Macaigne, nei panni del patron della serata Respect, si concede un’interessante exploit recitativo quando si cimenta nell’analisi di Showgirls di Paul Verhoeven.

Tutto scorre dunque sotto ai nostri occhi con un ritmo da presa diretta scarno e poco celebrativo, ma non appena Eden si indirizza verso la sua chiosa, i nodi vengono al pettine. Un film d’altronde in qualche modo lo si deve pur concludere, ed ecco allora irrompere sullo schermo “la narrazione”, con le sue regole e i suoi cliché. Eden perde dunque la sua coralità per concentrarsi su Paul, e la parabola del personaggio si fa discendente, lui cade in un limbo indistinto, finisce a suonare dischi in feste private o villaggi vacanze e, anche se prima non aveva molta verve né entusiasmo, adesso pare proprio prossimo ad abbracciare un cupo decadentismo. Gli elementi prima celati – ma in agguato – sottotraccia si fanno ora largo per apparecchiare un mesto epilogo a base di dipendenza dalle droghe, maternità e suicidio, topoi “classici” che vanno a governare le sorti dei personaggi apportando alla storia un poco gradevole sentore moralista.
I disegni di Cyrill d’altronde si fanno sempre più astratti e anelano a sconfinare oltre la cornice del foglio: per lui dunque la via della tossicodipendenza è segnata. E poi ora il pubblico si è stancato della house, predilige le serate a base di salsa. Inoltre la house va verso l’elettronica e Guetta è il DJ del momento. Non c’è più spazio per nessuno.
Così l’antinarratività e tutte le tensioni documentaristiche gettano la maschera, perché sotto l’epidermide di Eden ci sono, in fondo, gli ingredienti abituali del bildungsroman e Mia Hansen non riesce proprio a tenerli nell’ombra.

Info
Il sito del Festival del Film di Roma.
Il trailer italiano di Eden.
Eden sul sito di Movies Inspired.
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