Fratellanza – Brotherhood

Fratellanza – Brotherhood

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Opera prima di Nicolo Donato e vincitore del premio come miglior film al Festival di Roma 2009, Fratellanza – Brotherhood è un perfetto esempio di film incompiuto: un viaggio ambiguo in un universo malato e criminale che avrebbe meritato un trattamento decisamente più complesso e maturo.

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Lars lascia l’esercito ed entra a far parte di un gruppo neonazi, che organizza raid punitivi contro arabi e omosessuali. L’apprendistato alla ‘fratellanza’ è duro e Lars viene affiancato dal mentore Jimmy incaricato di testarne l’affidabilità e la preparazione sui testi fondamentali stile Mein Kampf. Imprevedibilmente, tra i due scoppia la passione… [sinossi – romacinemafest.org]

Che ci fosse del marcio in Danimarca è cosa risaputa fin dagli amletici tempi di William Shakespeare; c’è da dire che l’industria cinematografica di Copenaghen e dintorni non ha mai fatto un granché per far svanire dalle nostre menti il celeberrimo motto inventato dal Bardo. Dalla dolorosa riflessione luterana di Carl Theodor Dreyer alle follie sperimentali di Jørgen Leth, passando per l’iconoclastia imbastardita e sogghignante di Lars Von Trier, l’inadeguatezza al vivere di Thomas Vinterberg e la cupa violenza priva di redenzione di Nicolas Winding Refn (e abbiamo ancora negli occhi l’immaginifico splendore del suo ultimo Valhalla Rising, passato ignominiosamente sotto silenzio all’ultima Mostra di Venezia), la cinematografia danese si è sempre distinta per la ricerca di tematiche solitamente sottaciute, quando non direttamente abiurate, da gran parte del restante panorama internazionale.

Non dovrebbe dunque cogliere di sorpresa nessuno un’opera come Fratellanza – Brotherhood (il titolo originale è Broderskab), esordio al lungometraggio del trentacinquenne Nicolo Donato, chiare ascendenze italiane e un passato recente in cui ha avuto modo di dimostrare il suo valore tanto nel mondo del videoclip quanto in quello dei cortometraggi: Brotherhood è un cupo scandaglio della società danese contemporanea, squarciata nel profondo da un ritorno di fiamma xenofobo, primo passo verso il proliferare di una nuova ideologia nazionalsocialista. Nulla di troppo dissimile, a ben vedere, da quanto successo in Italia da un decennio a questa parte: il gruppo di nazi descritto da Donato, talmente fedele all’ideologia hitleriana da strappare via disgustato un paio di falsi mustacchi da un fantoccio abbigliato alla maniera araba per non incorrere in accuse di “lesa maestà”, riporta alla mente all’istante la pericolosa proliferazione sul territorio nostrano delle varie Case Pound e Case Italia, veri e propri quartier generali di quel rigurgito neofascista e identitario (per utilizzare un termine caro ai leader del movimento) che impesta la già sufficientemente martoriata penisola a forma di stivale.
Con un interessante coup de théâtre, Donato lega all’universo neonazi una tematica solitamente utilizzata per contrasto in film di questo genere: l’omosessualità. Non che l’argomento sia, c’è da dirlo, di primissimo pelo, visto che fin dalla nascita del nazismo si è avuto modo di incontrare una riflessione sulla virilità e l’esasperazione del cameratismo, senza per forza dover andare a ripescare la figura (a suo modo comunque esemplare) di Ernst Röhm, ma la capacità di metteur en scène del cineasta danese permette di rendere talmente credibile la storia d’amore tra i due protagonisti (bravi Thure Lindhardt e David Dencik), da aprire nuovi condotti d’aria alla storia. Storia che è, ahinoi, l’anello debole della struttura architettata da Donato insieme al co-sceneggiatore Rasmus Birch: non c’è un solo snodo narrativo, nell’ora e mezza in cui si dipana la pellicola, che non sia perfettamente prevedibile anche al più sprovveduto degli spettatori.

Perfino l’esplosione della passione tra i due giovani virgulti dell’estrema destra, avvenuta tra una sassaiola e una scaramuccia da pub – e la mancanza di reale violenza all’interno del film è forse uno dei dati più criticabili: non per un malcelato desiderio scopico, ma piuttosto per l’urgenza di comprendere a fondo la malsana atmosfera del circolo hitleriano – è anticipata da una serie di segnali che ne inficiano di fatto la deflagrazione sullo schermo; questo senza contare l’assoluta schematicità dell’intero impianto, con l’ingresso in scena dei personaggi secondari che è subordinato in maniera fin troppo ferrea al loro ruolo di deus ex-machina sui generis, come evidenziato perfettamente dal ruolo attribuito al ragazzo gay pestato nell’incipit.
Ma forse ciò che veramente ci fa storcere il naso, al di là delle fin troppo evidenti défaillance strutturali e dei buchi narrativi, è l’ambigua moralità portata in scena da Donato: i due amanti, una volta svelata la loro relazione agli occhi dei camerati, e provata sulla propria pelle l’allucinante ideologia che hanno sposato con tanta leggerezza – e davvero non ha scusanti la puerile motivazione che spinge il biondo ex-militare Lars a entrare nel gruppo, dato che fin dall’inizio lo vediamo animato da uno spirito critico nei confronti del fascismo – non hanno alcun ripensamento. Certo, tentano la via della fuga, ma sembrano tutto tranne che redenti. Viene dunque naturale chiedersi dove voglia veramente andare a parare Donato, e quale sia il messaggio che sta cercando di far arrivare al pubblico. Perfetto esempio di film incompiuto, Fratellanza – Brotherhood è un viaggio ambiguo in un universo malato e criminale che avrebbe meritato un trattamento decisamente più complesso e maturo.

Info
Il trailer di Fratellanza – Brotherhood.
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