Valhalla Rising

Valhalla Rising

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Con Valhalla Rising, sia pur intriso di rimandi al wuxia cinese e ai pepla, Nicolas Winding Refn costruisce una tensione emotiva ed estetica – con al centro la forza ineluttabile della natura – che arriva a lambire il terreno del cinema di Werner Herzog e quello di Terrence Malick.

Into the Wild

Anno 1000: per lunghi anni un guerriero muto e dalla forza sovr’umana di nome One Eye è stato tenuto prigioniero da Barde, capo di un clan vichingo. Con l’aiuto di un giovanissimo schiavo, Are, One Eye riesce a uccidere il suo carceriere e a fuggire assieme al ragazzo. Ma il loro viaggio sarà pieno di pericoli oscuri: imbarcatisi su una nave, si ritroveranno nel mezzo di un misterioso e impenetrabile banco di nebbia che si diraderà solo per lasciarli approdare su una terra sconosciuta. Lì i vichinghi si dovranno confrontare con il loro terribile destino, e One Eye scoprirà la verità sulle sue origini… [sinossi]

In Italia Nicolas Winding Refn è un emerito sconosciuto.
Affermazione, quella con cui apriamo la disamina di Valhalla Rising, che non ha timore di alcuna smentita: cineasta di culto in mezzo mondo, il trentanovenne danese nel nostro paese non ha mai ottenuto la benché minima visibilità. Neanche quando la Mostra del Cinema lo accolse, nel 1999, selezionando il bellissimo Bleeder, strano e originalissimo ibrido tra il pulp e Clerks di Kevin Smith, il suo nome riuscì a fare breccia nelle sinapsi della critica e del pubblico nostrano. Non che la cosa di per sé risulti chissà quanto stupefacente, sia chiaro: Winding Refn rientra in un enorme e articolata lista di autori di primaria importanza criminosamente dimenticati per strada in Italia. Le colpe, come si suol dire, sono da dividere equamente tra tutti: critici, distributori, cinefili.

Messa da parte per il momento la querelle sullo stato della cultura cinematografica nella penisola a forma di stivale, ci teniamo a segnalare la gioia con la quale avevamo appreso la notizia della presenza, al Lido, dell’ultimo parto creativo di Winding Refn. Al di là del già citato Bleeder, il suo cinema ci aveva letteralmente rapito all’epoca della trilogia Pusher (i capitoli sono rispettivamente del 1996, 2004 e 2005), crudele, violento e assolutamente anti-compromissorio viaggio nel sottobosco urbano abitato da spacciatori e gente della medesima risma. Meno convincente, per quanto di sicuro interesse, ci era invece apparso Fear X, film che segnava l’esordio in lingua inglese per l’allora trentatreenne regista.
E proprio alla lingua inglese si torna con Valhalla Rising, opera su cui si erano concentrate un numero non indifferente di voci incontrollate: c’era addirittura chi, in un evidente sconfinamento nella follia, si era azzardato a ipotizzare sposalizi ideali tra Valhalla Rising e Outlander, probabilmente a causa del riferimento alla cultura vichinga insito nel titolo.

Come vi sarà oramai chiaro, tra i due film sopracitati non esiste il benché minimo confronto: e non si tratta solo di una mera questione estetica (con il dimenticabile film di Howard McCain ad arrancare appena a ridosso dello scatto, in un’ipotetica gara podistica), ma di un preciso riferimento al senso stesso delle pellicole. Valhalla Rising non è un film di genere, non è un’opera popolare, non insegue neanche per un attimo i volubili gusti del pubblico: niente di tutto questo. Siamo comunque certi che in molti proveranno ad affermare il contrario, e il motivo scatenante di una lettura di questo tipo è tutto tranne che oscuro: a garantire a Winding Refn l’ennesima reclusione nel recinto del cinema di genere – recinto voluto, non nascondiamoci dietro un dito, da quella fetta di critica che ancora vorrebbe far credere ai suoi lettori che non esiste autorialità nel cinema di puro intrattenimento – è l’utilizzo del sangue, la messa in scena della violenza, l’ambientazione medievale. Se solo si avesse l’apertura mentale (e la correttezza intellettuale) adatta a comprendere come non sia ciò che si mostra a determinare il senso di un’opera cinematografica, ma semmai il modo in cui la si mostra e il perché la si mette in scena, con ogni probabilità non si correrebbe più il rischio di cadere in errori così evidenti e marchiani. Non perché Nicolas Winding Refn sia un regista refrattario all’approccio popolare alla materia narrativa, ma perché nei suoi film (e in particolar modo proprio in Valhalla Rising) si assiste a una vera e propria trasfigurazione del genere verso qualcosa di indefinito, a tratti quasi impalpabile, eterno eppure in continua mutazione.

Come la terra sconosciuta e selvaggia nella quale approdano i guerrieri dispersi nel loro viaggio verso la Terra Santa agisce sugli animi e sulle menti dei malcapitati, conducendoli in un viaggio interiore squarciante e ineluttabile, anche la parabola cinematografica di Winding Refn sembra muoversi nella medesima direzione. Tutte le derive cinematografiche di cui può essere intriso Valhalla Rising, dal wuxia cinese (il protagonista One-Eye sembra essere uscito direttamente da un film di Zhang Che) a retaggi dei pepla del tempo che fu – il combattimento tra “gladiatori” in cui esce vincitore il nostro eroe nello splendido incipit – si ricompongono in una tensione emotiva ed estetica che sembra realmente immateriale e mistica. La messa in scena della natura, unica vera forza con la quale deve avere a che fare l’uomo (la divinità è considerata un’illusione da Winding Refn, e il suo avvento l’inizio della rovina dell’umanità), riporta alla mente due dei più grandi cineasti dei nostri tempi, vale a dire Werner Herzog e Terrence Malick.
Come nei loro film, anche in Valhalla Rising assistiamo a un viaggio destinato fin dalla sua partenza alla sconfitta, progressivo e lento dissolversi di vite che cercano di giustificare la propria esistenza con scopi che non hanno nulla di reale o concretizzabile. Questo aspetto, rispetto alle opere precedenti, sembra effettivamente far muovere di lato e in avanti il cinema di Winding Refn: superato con risultati brillanti l’apprendistato cinefilo – e la sua memoria visiva è rintracciabile nello splendido monologo gestito solo a forza di nomi di registi che troneggia nelle prime sequenze di Bleeder – ora il cineasta danese può finalmente trovare il proprio posto nella storia del cinema. Lontano da qualsivoglia presa di posizione citazionista, con una gran voglia di non lasciarsi assoggettare a qualsivoglia moda – le esplosioni anarchiche di colore che competono con il resto della pellicola, facendo irruzione in una messa in scena per il resto piuttosto rigorosa – e di dimostrare, ancora una volta, l’annichilente potenza visionaria della macchina/cinema.

Se di fronte a Valhalla Rising vi accorgeste di non avere armi di difesa plausibili, non opponete resistenza e lasciatevi condurre all’inferno: non ve ne pentirete.

Info
Il trailer di Valhalla Rising.
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