Intervista a Nicolas Winding Refn

Intervista a Nicolas Winding Refn

Raffinato cinefilo, alacre ricreatore di immaginari, Nicolas Winding Refn è tra i registi contemporanei più influenti e amati. Al Torino Film Festival per presentare il restauro di Terrore nello spazio di Mario Bava, accompagnato da Fulvio Lucisano, distributore per l’Italia delle sue ultime pellicole, nonché produttore del film di Bava, Refn ci ha parlato della sua passione per il cinema italiano di genere, del falso conflitto tra analogico e digitale, del suo cinema, del suo lato femminile.

Per prima cosa volevo chiederti se ricordi quando hai visto per la prima volta Terrore nello spazio (1965) e cosa ti ha impressionato di più di questo film.

Nicolas Winding Refn: La prima volta l’ho visto a casa, in VHS. Sicuramente la cosa che mi ha impressionato di più è l’uso dei colori, così potenti. Inoltre la sceneggiatura è firmata anche da un autore danese, Ib Melchior, quindi avevo una ragione in più per volerlo vedere. Penso che la grandezza di una personalità come quella di Bava sia che le limitazioni produttive hanno reso i suoi lavori più creativi; in tal senso Bava è stato un maestro della tecnica e Terrore nello spazio è tutt’oggi uno dei migliori film di fantascienza mai fatti. Inoltre ho sempre amato il mood di Terrore nello spazio e il suo design, perché ricorda i film di fantascienza sovietica anni ’50 o ’60, per via degli effetti speciali. Naturalmente poi adoro la pelle di cui sono fatti i costumi, la musica, credo sia un film unico e la ragione per cui siamo qui oggi è anche perché è un esempio perfetto di cultura pop. È un film capace di fondare un immaginario e sono onorato di essere stato coinvolto nella presentazione di questo restauro.

Conosci altri autori del cinema di genere italiano degli anni ’60 e ’70?

Nicolas Winding Refn: Sì, certo, sono un fanatico di queste cose. Quando ero giovane ne vedevo di più di oggi, ma mi piacciono ancora molto, adoro le versioni italiane di James Bond, soprattutto per via delle loro colonne sonore. Credo che la forza del cinema italiano sia la grande tradizione artigiana e quel saper fare o rifare le cose più in grande, meglio, e in maniera più estrema.

A tal proposito, Torino è una città che Dario Argento ama molto e che ha immortalato in molti suoi film, che rapporto hai con il suo cinema?

Nicolas Winding Refn: Adoro Dario Argento, è il migliore, mi piacciono molto i suoi film e le sue colonne sonore. Lui era grande soprattutto quando si drogava, quindi vorrei che assumesse ancora cocaina [ride, n.d.r.], credo che Suspiria sia il film-cocaina definitivo. Penso che molti registi di genere italiani, specialmente di horror, sono stati grandi, Mario Bava naturalmente, ma ce n’erano tanti altri, altrettanto folli. Ma sì, in ogni caso come può non piacere Dario Argento?

Qualche anno fa si diceva che tu dovessi fare un remake di La fuga di Logan. Qual è il tuo rapporto con il cinema di fantascienza degli anni ’60 e ’70 e ti piacerebbe fare un film di fantascienza in quello stile?

Nicolas Winding Refn: È difficile rifare i film nello stile di quell’epoca, diventa subito retrò, e dunque qualcosa di distante per me come spettatore contemporaneo. Ma in generale mi piacciono molto la pop art degli anni ’60 e la musica dei ’70. La fuga di Logan è un film a cui sono particolarmente legato perché lo vidi quando ero molto piccolo e ne sono ossessionato da allora. Ho pensato che per farne un remake avrei dovuto in qualche modo appropriarmene, farlo mio, e questo non è successo, ecco perché poi ho deciso di non farlo. Ma mi piacerebbe molto fare un film di fantascienza, spero succeda prima o poi.

Quanto credi che sia cambiato il cinema e in particolare la fantascienza dagli anni ’60?

Nicolas Winding Refn: Io sono un grande fan dell’analogico, adoro quel tipo di effetti speciali creati in maniera artigianale, dalle persone. Non sono un sostenitore della CGI, credo sia alienante e la trovo molto distante da me. Il cinema non è davvero cambiato, piuttosto si è evoluto, ma al suo centro c’è sempre una sola cosa: il saper raccontare bene delle storie. Oggi è più democratico, perché viene accettato in molti formati diversi e lo si considera sempre e comunque “cinema”. Mentre, quando è stato inventato, era destinato ad essere proiettato in un unico posto, controllato da poche persone che sapevano chi lo stava facendo, dove e quando sarebbe stato mostrato. Oggi si è diffuso, è esploso, perché tutti i teenager in ogni parte del mondo possono fare il loro film con l’iPhone e lo possono proiettare digitalmente ovunque, ogni volta che vogliono. Questo è cambiato, ma l’essenza della creatività è la stessa: è un atto di espressione. Quindi le regole sono mutate, la censura, le possibilità tecniche. Ma alla fine il cinema ruota sempre attorno alla capacità di raccontare storie e questo non cambierà mai. Dobbiamo ricordarci che non è mai esistita una forma d’arte che poi è scomparsa, si è semplicemente evoluta. Il cinema d’altronde è la forma più aggressiva di intrattenimento di massa che si sia mai vista.

Come è cambiata l’idea del futuro da Terrore nello spazio a oggi?

Nicolas Winding Refn: Non so quantificare quanto sia cambiata. La CGI ha trasformato il cinema nei termini di quello che ora si può fare e prima non si poteva. E poi siamo passati dalla pellicola al digitale. Ma quello che è interessante in quest’era digitale è che le persone tornano all’analogico, creando di nuovo film con effetti speciali analogici o acquistando dischi in vinile: il digitale, che sembrava così invincibile e pervasivo, sta subendo un contraccolpo. Non è che ci sia qualcosa di assolutamente buono o cattivo in questo, semplicemente è così, le cose evolvono. Io personalmente credo che la più grande invenzione odierna sia l’iPhone, quindi sono molto orientato verso il futuro.

A che punto sei con la lavorazione del tuo nuovo film, The Neon Demon?

Nicolas Winding Refn: Le riprese sono finite e sono nell’ultima fase di post-produzione, quindi sarà pronto per il 2016. La protagonista, Elle Fanning è unica, non ho mai conosciuto qualcuno come lei. L’ho girato a Los Angeles perché è l’unico posto in cui mia moglie era disposta a seguirmi dopo la Bangkok di Solo Dio perdona.

È la prima volta che un tuo film ha una protagonista femminile. Come hai lavorato su questo personaggio?

Nicolas Winding Refn: In realtà io trovo che tutti i miei film siano molto femminili, Bronson ad esempio è molto “campy”, c’è molto omoerotismo. Io non sono un tipo “maschio maschio”, non mi piace stare tra maschi, non vado in giro con gli amici, non faccio sport, non bevo birra, mi piacciono le ragazze, le donne, il rosa, le bambole, mi piace il femminile. L’arte è qualcosa di femminile. E il tuo quoziente maschile dipende da quello femminile. Mia moglie, che è stata l’unica donna che ho avuto, governa la mia vita, e dunque tutto quello che faccio in un certo senso è su di lei.

Come lavori con il tuo compositore Cliff Martinez?

Nicolas Winding Refn: Cliff è un grande, noi parliamo molto di che tipo di film e che tipo di sound e ispirazione musicale vogliamo realizzare. Faccio largo utilizzo della “temp music” [brani musicali già esistenti inseriti come “indizio” per il compositore, n.d.r.] per indirizzare il lavoro, è facile lavorare così, ti dà un’idea chiara dell’evoluzione del film e a Cliff Martinez non dispiace essere ispirato da quello che può ispirare me. Quindi è una collaborazione molto facile e io considero Martinez fondamentale per i miei film, dal momento che faccio largo uso di musica.

Il tuo nuovo film è in digitale o pellicola?

Nicolas Winding Refn: Non giro mai in pellicola, l’ultimo film che ho fatto in 35mm è stato Bronson nel 2008, quindi parecchio tempo fa. Credo che la rivoluzione digitale sia fantastica, e che le camere digitali siano fantastiche, non sono un semplice sostituto della pellicola, sono un’altra cosa, è un altro tipo di tela su cui dipingere, ricca di possibilità. E io adoro le possibilità offerte dalla rivoluzione digitale.

Come lavori con il tuo direttore della fotografia?

Nicolas Winding Refn: Non faccio mai lo storyboard e giro in ordine cronologico. Arrivo presto il mattino e immagino dove gli attori saranno posizionati o come si muoveranno nello spazio. E il mio direttore della fotografia sistema di conseguenza l’illuminazione, poi giriamo.

Quindi la tua attenzione si focalizza sugli attori?

Nicolas Winding Refn: No, la mia attenzione è su tutto. Ma tutto parte della performance degli attori, che è fondamentale, se non funziona quella, non funziona niente perché le emozioni non scorrono. L’arte è basata su questo, su un flusso di emozioni, e non riguarda la tecnica, la tecnica è la tela, non è niente se non quello che tu ci metti dentro. Se la recitazione non funziona, non importa quanto l’immagine sia bella e curata, lo spettatore sarà di certo annoiato. Quindi tutto inizia dalle emozioni e poi si fa un percorso a ritroso e ogni singolo passo ha la medesima importanza per costruire il prodotto migliore possibile.

Quanto sono cambiati la tua vita e il tuo modo di lavorare dopo il successo di Drive?

Nicolas Winding Refn: Quando ho realizzato Drive la mia vita è cambiata radicalmente perché non avevo mai fatto un film di successo a quel livello. Subito dopo per me era importante fare qualcosa di completamente diverso, perché la creatività consiste nel distruggere ciò che funziona, per poi ricrearlo. Se non fai così, finisci per fare sempre la stessa cosa. Il modo migliore per descrivere questo processo è pensare a quando Lou Reed ha fatto Transformer, forse il più grande disco rock mai realizzato, e tempo dopo ha fatto Metal Machine Music che è un album basato su chitarre distorte. Con Metal Machine Music lui ha distrutto quella perfezione che aveva creato con Transformer. Ed era l’unica cosa da fare in quel momento: distruggere del tutto qualcosa, per poi poterla ripensare. Se vai a sinistra, la volta dopo vai a destra, non hai scelta, perché la creatività è legata alla fame di ricerca. Bisogna essere affamati.

Info
La scheda di Terrore nello spazio sul sito del Torino Film Festival.
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