Bronson

Bronson è un film di quadri fissi e piani sequenza, di primi piani e campi lunghi, di parole e azione, di scrittura e messa in scena, di sangue e poesia. Per raccontare un uomo indefinibile e, soprattutto, insostenibile (per la società, per la prigione, per il manicomio), Refn sceglie di mostrarne il doppio volto di auto-recluso e di leone in gabbia, di bruto e di artista.

Toro scatenato

Michael Peterson è un cittadino britannico nato nel 1952. Rinominato Charles Bronson, come l’attore americano, per la sua attitudine alla violenza, ha trascorso quasi interamente gli ultimi 37 anni in prigione, dove ha preso spesso in ostaggio guardie e altri prigionieri in azioni spettacolari e sconsiderate. Arrestato per rapina a mano armata, la sua passione è però lo scontro fisico, tanto che rende un inferno la vita dei secondini che devono sorvegliarlo… [sinossi]
Il mio nome è Charles Bronson.
E per tutta la vita ho cercato di diventare famoso.
Michael Peterson, aka Charles Bronson (Bronson)

Il nome di Nicolas Winding Refn, sconosciuto ai più per molti anni, ha iniziato a diffondersi a macchia d’olio tra i cinefili e la critica italiana nel giro di una ventina di giorni. L’interesse nei confronti del talentuoso cineasta danese è letteralmente deflagrato dopo il meritato e (im)previsto premio per la miglior regia al Festival di Cannes per l’action melodrammatico Drive, folgorante esordio americano e conferma del talento cristallino di Refn e di Ryan Gosling. E adesso, quasi per magia, Winding Refn “invade” i nostri schermi (piccoli e grandi, home video e cinema) con Bronson, Valhalla Rising e Drive [1]. Caldamente consigliato il recupero in dvd della trilogia di Pusher (1996, 2004 e 2005).

“Il mio nome è Charles Bronson”. Un primo piano, un volto roccioso, deciso, indomabile. E quel nome, troppo famoso per non richiamare alla mente forza e violenza: Charles Bronson, Il giustiziere della notte, Caccia selvaggia, L’eroe della strada… E poi il controcampo, che svela un palco e un pubblico. Violenza e arte. La violenza che diventa arte. L’arte in un uomo che è un concentrato di violenza. L’incipit di Bronson è spiazzante, esaltante. Cinema adrenalinico e cerebrale. È il cinema sopra le righe eppure perfettamente calibrato di Nicolas Winding Refn. È il suo saper giocare coi generi, modellando personaggi ed emozioni, accostando brani musicali apparentemente inconciliabili, trovando angolazioni visive e narrative mai banali. Bronson è un oggetto di non facile identificazione, è il fertile incontro tra l’indie britannico e la genialità del cineasta danese, che troverà magie diverse nella terra dell’abbondanza [2].
Nei primi minuti di Bronson c’è già tutto: la gabbia, il corpo nudo di Peterson/Bronson, il sangue, il virato rosso (la notevole fotografia di Larry Smith), la colonna sonora che quasi modella le immagini, i piegamenti sulle braccia come metafora della follia/energia/rabbia. Tutto. E poi di più, in questo biopic libero di raccontare uno stato d’animo, di imprimere sulla pellicola un individuo/personaggio che lotta tenacemente contro tutto e tutti, con o senza motivo, contro i mulini a vento, contro la normalità per la celebrità, contro l’autorità. Winding Refn alterna lampi di crudo realismo a divagazioni oniriche, rappresentazioni teatrali, pittoriche, liriche; scatena un gruppo di malati mentali sulle note (irresistibili) di It’s A Sin dei Pet Shop Boys dopo che un elegante carrello, da sinistra a destra e da destra a sinistra, ci ha trascinati nel non-luogo del manicomio, in cui il tempo è sospeso e l’unica dimensione possibile è la catatonia; esalta e completa le immagini con Digital Versicolor di Glass Candy o Viens, Malika (da Lakmé) di Léo Delibes; imprigiona e libera Peterson/Bronson.

Bronson è un film di quadri fissi e piani sequenza, di primi piani e campi lunghi, di parole e azione, di scrittura e messa in scena, di sangue e poesia. Per raccontare un uomo indefinibile e, soprattutto, insostenibile (per la società, per la prigione, per il manicomio), Winding Refn sceglie di mostrarne il doppio volto di auto-recluso e di leone in gabbia, di bruto e di artista. Peterson/Bronson è un armadio a quattro ante, è un talentuoso pittore, è un picchiatore compulsivo, è un timido innamorato, è un rapinatore a mano armata. Peterson/Bronson è l’uomo nudo, ricoperto di lividi e sangue, rinchiuso in una gabbia larga quanto le sue spalle. Peterson/Bronson è il detenuto più famoso d’Inghilterra. Peterson/Bronson è un artista.
Da Bronson arriva un’altra felice conferma. Nel tratteggiare personaggi estremi, che vivono ai margini e oltre della società, Winding Refn ha bisogno di attori di talento di forte presenza scenica. Tra Mads Mikkelsen (Pusher, Bleeder, Pusher II e Valhalla Rising) e Ryan Gosling (Drive, Solo Dio perdona), c’è quindi spazio per la sorprendente performance di Tom Hardy [3], sopra le righe e caricaturale, fisicamente assai impegnativa. Hardy gigioneggia come Daniel Day-Lewis in Gangs of New York, regalando a Peterson/Bronson quella celebrità che cerca(va) da quasi quarant’anni. Baffi a manubrio e synthpop anni Ottanta.

Note
1. Bronson, nelle sale dal 10 giugno grazie alla One Movie, sarà presto distribuito in dvd dalla 20th Century Fox Home Entertainment. Il disco di Valhalla Rising è disponibile da qualche giorno, etichetta Rai Cinema/01 Distribution. Infine, Drive arriverà nelle sale dopo l’estate grazie alla Italian International Film.
2. Drive, oggetto ben più identificabile di Bronson, è girato a Los Angeles con soldi statunitensi. Winding Refn aveva già realizzato un film oltreoceano, in Canada, ma con meno fortuna: era il 2003, il film era Fear X, con John Turturro e Deborah Kara Unger. Una coproduzione internazionale forse prematura, sospinta da Pusher (1996) e Bleeder (1999).
3. Dopo Inception di Christopher Nolan, rivedremo Hardy in Warrior di Gavin O’Connor, Tinker, Tailor, Soldier, Spy di Tomas Alfredson, This Means War di McG, The Wettest County in the World di John Hillcoat e The Dark Knight Rises di Nolan. È nata una stella.
Info
La pagina facebook di Bronson.
Il trailer originale di Bronson.
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