Il mondo dei replicanti

Il mondo dei replicanti

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Senza mai lasciarsi commuovere dall’apparente umanità dei replicanti, il film di Mostow cerca di costruire un pamphlet che non nega di fatto l’importanza della tecnologia ma ribadisce il ruolo dell’uomo. Il mondo dei replicanti è un action fantascientifico compatto e coinvolgente, al quale viene naturale perdonare una messa in scena non sempre impeccabile e una scrittura a volte francamente prevedibile.

A nostra immagine e somiglianza

In un futuro molto prossimo due agenti dell’FBI indagano sul misterioso omicidio di uno studente di college legato all’uomo che ha contribuito a creare un fenomeno tecnologico sostitutivo, che permette alla gente di acquistare delle versioni robotiche di se stessi senza difetti, in perfetta forma e dal bell’aspetto, macchine che è possibile controllare a distanza e che alla fine assumono i loro ruoli nella vita di tutti i giorni. In questo modo le persone conducono una vita indiretta restando nella tranquillità e nella sicurezza delle loro case. L’omicidio scatena una ricerca di risposte: in un mondo di maschere chi è reale e di chi ci si può fidare? [sinossi]

Nel corso della storia del cinema, il mondo della fantascienza si è spesso e volentieri interrogato sul ruolo del replicante, materializzazione tra le più agghiaccianti e al contempo affascinanti del mito della creazione, verso cui è inesorabilmente sospinto il destino dell’uomo. Senza dover a tutti i costi andare a scomodare gli androidi che sognano pecore elettriche di dickiana memoria, sulla cui ispirata penna venne modellato il capolavoro di Ridley Scott Blade Runner, è impossibile non accorgersi di quale portata sia stato l’avvento, nel cinema e nella letteratura sci-fi, dei surrogati di essere umano. A porre in una nuova ottica l’interessante tematica è oggi Il mondo dei replicanti, suggestivo viaggio in un ipotetico futuro prossimo il cui traghettatore è Jonathan Mostow, un nome che non rappresenta una gran garanzia: Breakdown, U-571 e Terminator 3: Le macchine ribelli, sono gli inequivocabili segni di una filmografia tutt’altro che indimenticabile. Regista in grado di lavorare soprattutto per accumulo di materiali ad alto tasso adrenalinico, Mostow a primo acchitto potrebbe apparire completamente fuori posto nel ruolo di condottiero di una vicenda che se non si tira indietro in fatto di azione, ha comunque le potenzialità per alzare il tiro e puntare decisamente in alto. In effetti in più di un’occasione il ruvido panno del giocattolo fracassone graffia la pellicola, ma l’insieme finisce sempre per tenere botta e reggersi in bilico sul crinale della credibilità.
Probabilmente ciò è dovuto in gran parte alla derivazione fumettistica de Il mondo dei replicanti: infatti in principio fu The Surrogates, graphic novel firmata da Robert Venditti e disegnata da Brett Weldele. A trasporre in forma cinematografica The Surrogates ci hanno pensato Michael Ferris e John D. Brancato, collaudatissima coppia di sceneggiatori fedele compagna di viaggio di Mostow ma alla quale soprattutto si deve il congegno del mirabile – ma fin troppo spesso sottovalutato – The Game – Nessuna regola di David Fincher. La chiave di interpretazione e messa in scena del futuro intorno alla quale ragiona lo script di Ferris e Brancato ha il merito di lavorare senza troppi filtri sul punto cruciale del film: il progressivo annullamento del senso di umanità dato dall’assuefazione a un universo robotico all’apparenza perfetto, ma a conti fatti omologante e del tutto spersonalizzante. Perché a ben vedere Il mondo dei replicanti non è “solo” un thriller teso a svelare una crudele macchinazione ai danni dell’umanità – o quantomeno di quella statunitense, visto che sul versante dell’universalità il film effettivamente paga dazio: che i replicanti siano solo ed esclusivamente oggetti “made in USA”?. Certo, sviluppa la sua trama sulle coordinate (perfino logore) di un giallo a incastro in cui il cattivo non è mai quello che appare, approfittando di un gioco di dissimulazione visiva concesso dalla tecnologia dei replicanti, involucri guidati a distanza dalla mente dell’uomo attraverso una complessa e ramificata tecnologia; ma non è tutto qui. Al di là del rutilante “scambio di personalità” cui vanno incontro i protagonisti da metà film in poi – dopo un incipit che sembra altresì sviluppare una trama principalmente debitrice del giallo a inchiesta – e che sembra quasi un’estremizzazione delle maschere facciali cui ricorrevano i protagonisti di Face/Off di John Woo, l’intenzione è palesemente quella di interrogarsi sulla difficoltà ad accettarsi e comprendersi che è parte della storia stessa dell’essere umano.

Senza mai lasciarsi commuovere dall’apparente umanità dei replicanti (spostando dunque di molto il senso della riflessione che quarantadue anni fa fu alla base, per tornare a Dick/Scott, di Do Androids Dream of Electric Sheep?), il film di Mostow cerca di costruire un pamphlet che non nega di fatto l’importanza della tecnologia – è proprio quest’ultima a permettere a un come al solito risoluto e inarrestabile Bruce Willis di evitare uno sterminio di massa – ma ribadisce il ruolo dell’uomo. Una soluzione forse anche fin troppo semplice e scontata ma che risulta perfettamente coerente all’interno di una pellicola che non entrerà mai nell’Olimpo del genere ma riesce a difendere la propria posizione senza mai esporsi in maniera eccessiva a rischiosi scivoloni nel cattivo gusto. Sorretto da un cast tonico e pronto a fare la propria parte con professionalità (oltre a Willis, giusto citare quantomeno un ottimo James Cromwell), irrobustito da alcune scelte visive decisamente da non sottovalutare – la “morte” dei replicanti, il bell’inseguimento che fa seguito alla caduta dell’elicottero –, Jonathan Mostow mette la firma in calce alla sua opera più convincente. Il rischio che questo predominio non venga attaccato in futuro è probabilmente alto, ma si tratta di elucubrazioni che al momento lasciano il tempo che trovano.
Il mondo dei replicanti è un action fantascientifico compatto e coinvolgente, al quale viene naturale perdonare una messa in scena non sempre impeccabile e una scrittura a volte francamente prevedibile. Un’ora e mezzo di divertimento con un’unghia di riflessione. A volte davvero non è necessario chiedere di più.

Info
Il trailer italiano de Il mondo dei replicanti.
Il mondo dei replicanti: interviste al cast.
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