Wolfman

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Se Wolfman mostra dei limiti è soprattutto per le note difficoltà che si incontrano quando ci si confronta con i classici, mentre ha dalla sua ottime interpretazioni attoriali, in particolare quella di un dolente di Benicio Del Toro.

Intonando un vecchio ululato

Ritornato nella casa di famiglia, nella sua cittadina d’origine, Lawrence Talbot, un nobile dall’animo sofferente, risponde alla richiesta d’aiuto della fidanzata del fratello, disperata per l’improvvisa scomparsa del suo amato. È da quando era morta la madre che Lawrence non rimetteva piede in quei luoghi, e sembra che ora una figura oscura, conseguenza di una maledizione, stia creando il panico tra la popolazione. Ad indagare su quegli strani episodi é accorso anche Aberline, un ispettore mandato da Scotland Yard… [sinossi]

Era il 1941 quando entrava definitivamente nell’immaginario collettivo, e negli incubi di massa, la leggendaria figura dell’uomo lupo. Tutto ciò grazie a un film della Universal, diretto da George Waggner, sceneggiato da Curt Siodmak, e soprattutto col volto umano non più umano di Lon Chaney Jr. nella sua celebre interpretazione.
La Universal stessa su pressione (pare) di Benicio Del Toro si è incaricata di rinverdire i fasti del genere licantropico. È pur vero che la voglia di mostrare lupi mannari non si è mai persa, come lo dimostrano molti titoli negli ultimi anni, con al centro due trilogie (peraltro molto diverse): Underworld (2003-2009),  e Licantropia (2000-2004). Diversamente però da questi lavori, in Wolfman l’intento è dichiaratamente quello di rifarsi al grande classico in bianco e nero. La sceneggiatura è praticamente la medesima, anche se vi sono delle aggiunte che mettono in luce proprio la vera natura di questa produzione, firmata dall’energico Joe Johnston (Jurassic Park III, Hidalgo –  Oceano di fuoco).

Se nell’originale il nobile, abbastanza decaduto, Sir Larry Talbot viene morso da un’ignota creatura feroce che lo porterà alla dannazione trasformando anch’egli in un animale sanguinario, qui invece l’autore del morso fatale ha in realtà un progetto dietro di eredità e filiazione, come accade del resto nella mitologia dei vampiri, dove sempre ci si basa su rapporti di gerarchia e ascendente. Dunque non ci si accontenta della linearità del primo film ma vi si aggiunge una componente tragica, edipica, che si aggiunge a quel sentimento autodistruttivo che porta un uomo a lottare con una parte nascosta di sé, incontrollabile. Il fascino del licantropo è sicuramente racchiuso in questa lotta interiore, destinata a farci perdere, che tuttavia gli sceneggiatori hanno pensato insufficiente da solo per ammantare il nuovo pubblico.
Eppure quello che sembra più convincente del film è proprio la base: ovvero il lupo mannaro con la sua efferatezza, l’innocenza dell’uomo prima della mutazione con la luna piena, e il senso di colpa che ne consegue. Tutto ciò funziona perfettamente nel volto gelido e dolente di Benicio Del Toro, tornato a quella tristezza incommensurabile che lo caratterizzava in 21 grammi; quando però un buon esecutore prova anche a comporre non è detto che il risultato sia lo stesso efficace. La digressione di Johnston e sceneggiatori sul ménage a due tra papà Antony Hopkins e il figlio Benicio, sa di qualcosa di accessorio e appiccicato nella trama, che invece è efficace nella sua sequenzialità d’azione, con reciproca caccia e fuga tra Londra e brughiere desolate tra l’uomo lupo e abitanti e poliziotti, forse più bestie di lui.

Come è nelle corde del suo autore, Wolfman non ha forza nella psicologia dei personaggi (o almeno nelle inutili complicatezze a cui vorrebbe ambire), anzi finisce nel finale per fare quasi il verso al più innocuo dei film della cricca, ovvero Voglia di vincere (dove appunto padre e figlio giravano pelosoni per casa), per riacquistarla invece con le maniere forti, ovvero con una perfetta maschera digrignante, un’atmosfera profondamente lugubre e momenti di discreto splatter. Frutto di questa riuscita una squadra abilmente congegnata cominciando da Rick Baker, ovvero il creatore degli effetti de Un lupo mannaro americano a Londra, stavolta coadiuvato anche dal digitale, specie nel momento in cui i tratti umani si sviluppano diventando animali, effetti visivi che comunque lasciano intatta una certa teatralità, umanissima, nelle movenze del lupo. Purtroppo la differenza a volte non sta solo nella grande capacità materica, quanto anche nella genialità registica dell’accostamento, e sarà impossibile tornare a quel ragazzo che si trasformava in lupo sotto le note di Blue Moon, una trovata eccezionale da parte di John Landis in tempi che sembrano lontanissimi.

Tornando alle note positive, non stupisce che lo scenografo di Wolfman sia lo stesso de Il mistero di Sleepy Hollow. L’ambientazione gotica è la stessa, dai colori scuri e ben calcati, lievemente artificiosa quel tanto che basta per dare un’aurea mitica alle vicende. E ovviamente se la trama risulta un po’ fragile a rinforzarla vi sono delle prove eccezionali di attore, e lo stesso Anthony Hopkins finalmente riesce a scrollarsi di dosso le macchiette che spesso lo colgono, e la smette di gigioneggiare presentandosi sobrio, quieto, nascondendo fino alla fine il proprio demone interno. E naturalmente Benicio Del Toro, a cui quasi verrebbe da dare la paternità del film, in quanto pare abbia insistito molto per poter avere un entourage di così alto livello, e per aver creduto e spinto sul progetto in quanto animato dalla passione per il cinema di genere degli anni ’40.
Se Wolfman mostra dei limiti è soprattutto per le note difficoltà che si incontrano quando ci si confronta con i classici, e non stupisce perciò che i risultati più lieti e inaspettati possano venire invece dalle opere più discostanti e dunque più libere. Come nel caso della citata trilogia teen Licantropia, figlia di produzioni indipendenti, che apre orizzonti nuovi nel panorama horror, cosa che invece non succede per Wolfman nel suo chiuso e armonico disegno.

Info
Il trailer di Wolfman.
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