La princesse de Montpensier

La princesse de Montpensier

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Inizia come un western e prosegue come un melodramma di guerra il film di Tavernier, La princesse de Montpensier, che non cede alle tentazioni dell’usurato dramma in costume e legge nel segno della modernità la novella di Madame de La Fayette cui s’ispira.

L’amore infedele

Adattamento di una novella di Madame de La Fayette (pubblicata nel 1662) che racconta le passioni e il destino tragico di una principessa, ricca erede del Regno di Francia. L’opera di Mme de La Fayette è centrata sull’amore che prova fin dall’infanzia Mlle de Mézières per il Duca de Guise e su come lei si ritrovi costretta a sposare il Principe di Montpensier senza però riuscire a soffocare i suoi sentimenti… [sinossi]

Inizia come un western La princesse de Montpensier, con quella luce schietta che questo genere ha saputo inventare, ma prosegue come un melodramma di guerra, nella Francia del 1562, durante il regno di Carlo IX, sconvolto da anni di lotte interne cruentissime tra Cattolici e Protestanti. Al centro di tutto, però, Bertrand Tavernier pone un uomo che ha smesso di combattere e, anche a costo di essere bandito, diserta per assecondare le proprie idee. Françoise De Chabanne rappresenta, di fatto, lo spirito del film, è l’idea ostinata che attraversa una storia così densa di contrasti, la modernità che si insinua in un mondo ancora profondamente arretrato e confuso, e, per questo, destinato a non essere compreso fino in fondo.
Tratto dal racconto La Princesse de Montpensier di Madame de La Fayette, pubblicato in forma anonima nel 1662, e a sua volta ispirato a fatti e personaggi reali della corte di Re Sole, il film rappresenta il primo adattamento per il grande schermo di questa storia contrastata e cupa, vicina nei temi al successivo romanzo della scrittrice francese La Princesse de Clèves (simile l’intreccio di passioni soffocate, di tradimenti e di disincanto), al tempo stesso lontana per i toni, che qui appaiono più sofferti e vivi, come ferite impossibili da rimarginare.
Tavernier asseconda le passioni che il racconto descrive, le porta in primo piano trascurando il fasto e i dettagli storici che lo avrebbero trasformato in un dramma in costume. Tutto è affidato ai volti, alle parole, ai silenzi e al ritmo del tempo che scorre quasi senza accorgersene. Anni di solitudine sono quelli vissuti dalla principessa Marie, confinata nel castello di Champigny ad aspettare un marito che non conosce e non ama. Qui impara a scrivere, a riconoscere le stelle, ad osservare il mondo e a temerlo, a desiderarlo e anche a respingerlo. La stessa solitudine inganna i suoi sentimenti, mentre la gelosia acceca il marito e confina entrambi alla completa incomprensione. Le guerre e l’ostilità del mondo che li circonda sono lo specchio dei loro stessi turbamenti, la rappresentazione di battaglie intime che non avranno vittorie né sconfitte.

Storia antica raccontata, però, con sguardo moderno. La stessa modernità del conte di Chabanne, che non teme di esprimere i suoi sentimenti per la sua “allieva”, ma sa allontanarsene, e prende ad esempio l’equilibrio e la necessità del cosmo. Nulla si dice della sua vita. Il suo pensiero attraversa questa vicenda come un cavaliere misterioso, portatore di libertà e orgoglio, la sua morte diventa per Marie, la spinta a continuare da sola la sua vita. Il merito di Tavernier è quello di aver saputo riconoscere il lato “femminile” di questo racconto e di averlo lasciato affiorare a partire dalle piccole cose disseminate e appena accennate. Il coraggio, l’ostinazione e la paura fanno parte di una donna che non esita mai, perché la sua forza sta nell’innocenza di ogni suo gesto. Immatura e ingenua, appare risoluta e confusa, volubile e forte. Silenziosa nei momenti più intensi, disinibita nelle occasioni più inaspettate.

Info
Il trailer di La princesse de Montpensier.
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