The Tree of Life

The Tree of Life

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The Tree of Life ha una progressione fluida, incorporea, capace di apparire liquida come l’acqua che invade spesso e volentieri le inquadrature, contrapponendosi all’altro punto fermo dell’immaginario di Malick, il cielo. Due rappresentazioni naturali che si compenetrano, specchiandosi l’una nell’altra, raggiungendo la perfezione.

La creazione

La storia di una famiglia del Midwest negli anni Cinquanta attraverso lo sguardo del figlio maggiore, Jack, nel suo viaggio personale dall’innocenza dell’infanzia alle disillusioni dell’età adulta in cui cerca di tirare le somme di un rapporto conflittuale con il padre… [sinossi]
Oh anima mia, fa che io sia in te adesso,
guarda attraverso i miei occhi, guarda le cose che hai creato.
Tutto risplende.
Terrence Malick, La sottile linea rossa (1999).

Appare difficile, a ridosso della proiezione stampa di The Tree of Life al Festival di Cannes, non spendere due parole sull’accoglienza riservata dagli accreditati al nuovo attesissimo film di Terrence Malick. Prima ancora che iniziassero a scorrere i titoli di coda, la sala è stata invasa da numerosi e sonori ululati di disapprovazione, mitigati solo in parte da un applauso parzialmente riparatore. Ciò che davvero sorprende, a conti fatti, non è che uno dei maestri riconosciuti della settima arte sia stato preso a pesci in faccia dal popolo che fino a poche ore fa lo portava in palmo di mano, ma piuttosto che i fischi apparissero in parte inevitabili da un’ora prima della fine del film, se non di più. I motivi? Semplice, Malick ha avuto il coraggio (la presunzione, direbbe qualcuno) di affrontare uno dei tabù più difficili da trattare, quello della creazione, intesa sì come venuta al mondo ma anche – ed è qui che alcuni benpensanti hanno ritenuto giusto sfoderare i loro migliori colpi di polmoni – come tensione verso l’immateriale, l’infinito, l’insondabile. Materia, questa, che corre sempre il rischio di essere svilita, incompresa, trasformata in un baraccone pacchiano e privo di profondità.

Tra tutti i (pochi) film finora portati a termine da Terrence Malick, a partire dal miracoloso Badlands fino ad arrivare a The New World, l’impressione è che mai come in questa occasione il cineasta statunitense avesse avuto la possibilità di spingere la propria struttura filosofica ed emozionale oltre i confini del razionale, sfondando definitivamente la parete che divideva il suo cinema dalla pura e semplice percezione. Se molti degli stilemi narrativi che da sempre contraddistinguono la sua fondamentale opera artistica ritornano preponderanti nel corso delle due ore e un quarto su cui si dipana il film, non è solo per una semplice questione autoriale, ma bensì perché è solo attraverso essi che la macchina dell’immaginario malickiano riesce a sublimarsi fino alle estreme conseguenze. Il dialogo interiore dei personaggi, arma dialogica del tutto fuori dagli schemi classici che rappresenta forse il simbolo più immediatamente riconoscibile del cinema di Malick, apre e chiude anche The Tree of Life, senza però risultare mai neanche vagamente come un’operazione di calco su ciò che è stato filmato in passato: la comunione percettibile tra i vari film di Malick, palpabile al punto da spingerci ad aprire questo elaborato critico partendo dalle ultime battute pronunciate ne La sottile linea rossa, è racchiusa nello spleen poetico, nell’incessante autoriflessione dei protagonisti, nella messa a punto di un processo dubitativo rispetto al mondo esterno che non cede mai alla tentazione di abbandonare la speranza. È solo partendo da questo che può apparire logico considerare The Tree of Life un film sulla fede, è solo non lasciandosi obnubilare dalla fantasmagoria elegiaca del finale che si può cogliere il vero senso di quelle immagini: cosa c’è di diverso, in fin dei conti, tra la spiaggia (luogo ideale, in cui la ricongiunzione avviene al di là di ogni male e di ogni controversia) su cui si chiude The Tree of Life e la lussureggiante natura in cui si perdono tanto i coloni di The New World quanto i soldati de La sottile linea rossa? E ancora, c’è forse uno slittamento di senso e di poetica tra la madre ingenua (così la apostrofa il ben più inquadrato marito) dei tre ragazzini protagonisti del film, con il suo sguardo perso sempre verso il cielo e il volo tra le nuvole che concludeva una volta per tutte l’avventura picaresca di Badlands?

Non è certo mutato il cinema di Malick, né si è evoluto o involuto nel corso degli anni, di questo si può essere sicuri. Anzi, ha trovato una nuova e ancor più deflagrante spinta sperimentatrice: il montaggio puramente emotivo, slegato da qualsiasi connessione con la logica, la cronologia, il tempo e lo spazio, è oramai vera e propria poesia in movimento. The Tree of Life ha una progressione fluida, incorporea, capace di apparire liquida come l’acqua che invade spesso e volentieri le inquadrature, contrapponendosi all’altro punto fermo dell’immaginario di Malick, il cielo. Due rappresentazioni naturali che si compenetrano, specchiandosi l’una nell’altra, raggiungendo la perfezione. Per quanto sia recitato in stato di grazia (e il bambino protagonista ha davanti a sé una strada lastricata d’oro…), The Tree of Life è un film d’immagine, suono e parole: un organismo – la creazione, eccola tornare preponderante – che respira, muovendosi placido verso la propria destinazione finale. Un’opera irraccontabile eppure straziante, in grado di perdersi in vette di onirismo naturalistico e al contempo di rappresentare con schiettezza e trattenuta commozione un dialogo chiarificatore (?) tra padre e figlio; un film che riesce a rappresentare la nascita del mondo e il senso dell’esistente come davvero in pochi si sarebbero potuti permettere, rischiando senza paura il ridicolo nella stupefacente sequenza primordiale.
Perché Malick non è solo un grande, straordinario regista, non è solo un filosofo, non è solo un colto rappresentante dell’intellighenzia mondiale. È, come ogni artista degno di questo nome, un demiurgo: nelle sue mani scorre la potenza della creazione. A cui lui, come la bravissima Jessica Chastain, dona i propri figli. Un capolavoro del cinema contemporaneo, annichilente e stordente, duro e dolcissimo.

Ps. Una piccola nota di colore: l’unità italiana del film è stata affidata ai fedeli ragazzi della Citrullo International di Carlo Hintermann, autori anni fa del bel documentario Rosy-Fingered Dawn, incentrato proprio su Malick. Le loro immagini non hanno nulla a che invidiare alla potenza visiva della troupe oltreoceano.

Info
Il blog di The Tree of Life.
Il sito ufficiale di The Tree of Life.
Il trailer italiano di The Tree of Life.
The Tree of Life sul sito del Festival di Cannes.
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