Song to Song

Song to Song

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Volteggi, massime sull’esistenza, voli pindarici, magnifiche superfici traslucide, abissali piattezze: Terrence Malick con Song to Song propone il suo consueto e ormai stantio armamentario.

Far l’amore nelle vigne

BV è un musicista che cerca il successo con l’aiuto della compagna cantautrice e del suo produttore Cook. Tra i tre si stabilisce un legame che va oltre il semplice rapporto professionale e che coinvolge presto anche la giovane cameriera Rhonda. [sinossi]

La caratteristica del cinema di Malick, in particolare a partire da The Tree of Life per arrivare – in attesa delle sue prossime fatiche – a Song to Song, è quella di proporre un flusso ininterrotto e vorticoso di immagini, un fluttuare elegante e per lunghi tratti quasi ipnotico, di sequenza in sequenza o di canzone in canzone, come recita questo nuovo titolo, che sembra essere senza inizio e senza fine. Forse più di chiunque altro, più ancora di Lynch che – se vogliamo – usava lo strumento a suo modo più classico dell’ermetismo (che però era più disturbante e anche più efficace), Malick sta superando la dimensione film così come l’abbiamo conosciuta, finendo dunque per superare anche la stessa dimensione del cinema. Quel che però gli si contesta è il fatto di voler tornare a dare ogni volta un limite filmico ai suoi non-film. Tanto che forse sarebbe interessante fare – o pensare a – un rimontaggio totale del suo cinema, in senso ghezziano e alla Fuori Orario, anche di quello precedente a The Tree of Life (in cui d’altronde tutti gli elementi del ‘dopo’ sono già sin troppo riconoscibili), per vedere cosa ne possa venir fuori. Forse quel capolavoro che da ciascuno di questi singoli film non potrà mai arrivare.

Song to Song è come To the Wonder, come, soprattutto, Knight of Cups, come, parzialmente, The Tree of Life: vale a dire che è proprio la stessa identica cosa, non lo stesso film, ma esattamente la stessa ‘cosa’, lo stesso oggetto non identificato. Tanto che, non può essere un caso, le riprese di Song to Song e di Knight of Cups sono state fatte in contemporanea alla fine del 2011 e, in buona parte, con gli stessi attori (Cate Blanchett, Natalie Portman e anche Christian Bale, poi però eliminato dal montaggio). Attori che poi sono stati chiamati a declamare la solita onnipresente voice-over, a replicare un meccanismo di sincrono/a-sincrono tra dialogo, scena, riflessione, volo pindarico che è lo stilema massimo di Malick, un abbacinante castello degli specchi in cui ogni volta vuole intrappolarci, ma di cui lui stesso è la prima vittima, nascosto in un centro-non-centro invisibile e inaccessibile. Probabilmente nascosto in quella saletta di montaggio dove ancora una volta è stato necessario l’apporto di un nutrito numero di montatori, stavolta tre, per arrivare alla durata di poco più di due ore (la versione iniziale ne durava otto).

Se lo si vede solo come semplice film, e del resto così siamo chiamati a vederlo, Song to Song resta un oggetto inerte, anche banale, didascalico: alcuni musicisti che aspirano al successo (interpretati da Ryan Gosling e Rooney Mara) si ritrovano prigionieri, per il tramite di un mefistofelico produttore (Michael Fassbender), del jet-set musicale: feste, concerti, viaggi, tour infiniti, backstage, chiacchierate con Iggy Pop rigorosamente a petto nudo, incontri ripetuti con Patti Smith (che diventa una sorta di mentore di Rooney Mara). Intorno a loro, e ‘dentro’ di loro, in quelle ville bianche e asettiche post-antonioniane, si squaderna un lusso sfrenato e vuoto, un privilegio costante e vacuo, che è quello di trovarsi sempre dietro le quinte di concerti richiestissimi. Ed è in fin dei conti lo stesso lusso del film: di location senz’altro, ma anche di star hollywoodiane disposte (e, anzi, entusiaste) a mettersi in scena come figurine, senza dover necessariamente recitare, ma in quanto icone, portatrici di una ricchezza e di una bellezza fine a se stessa. E in fondo, cosa rimane? Un malessere del senso di vuoto e del vuoto di senso che può essere colmato solo con il ritorno alle cose semplici: un impiego all’Ovest come operaio per l’estrazione del petrolio e un amore da fare e da coltivare nei campi. Dove tra l’altro il riferimento a Cinque pezzi facili sembra involontario, anche perché Malick non può che far riferimento solo a se stesso.
Ecco allora l’approdo cui alla fine arriva Song to Song: per paradosso, invece di aderire all’ideologia sporca e cattiva del rock and roll (si conta anche un’apparizione di Johnny Rotten) e della sua ricontestualizzazione nella Austin contemporanea, si preferisce puntare a una morale perbenista e tradizionale, fatta di semplici esistenze immerse nella natura. Quasi alla Mogol.

Così, tra riflessioni esistenziali di piccolo cabotaggio (“Perché piangi?” “Perché sono felice”, “Amo la tua anima”, “Salvami dal mio cuore malvagio”) e simbolismi di bassa lega (i due cigni che si trovano a sguazzare in una pozza sotto il cavalcavia di un’autostrada), Malick ci vuole illudere di poter volteggiare leggiadro senza mai sporcarsi le mani con il ‘senso’. E perciò appare paradigmatica la sequenza in cui i protagonisti in aereo si muovono liberi e ubriachi in assenza di gravità.
Malick però non riesce a essere come loro, non può farlo. Song to Song deve finire ad un certo punto, e allora il vieto moralismo deve potersi dispiegare. Quello che resta dunque è un lungo backstage di mille concerti diversi, con spunti da videoclip e da sfilate di moda e un immaginario visivo che si pone chiaramente come deviazione dal codice hollywoodiano, ma che – fatta la tara degli stilemi classici del regista – non è nemmeno così ‘mai visto’ come vuole farci credere. Non a caso diverse delle scene con Fassbender sembrano uscite da Shame (e anche il personaggio che interpreta ne sembra una prosecuzione), mentre diverse sequenze con Gosling paiono abbozzi musicali di La La Land.
L’unico che si salva è Val Kilmer, con una apparizione brevissima tra l’altro. L’attore interpreta un rocker pazzo e disperato che taglia con la motosega un amplificatore. E forse è quella furia iconoclasta che ci manca e che sarebbe necessaria per mettere davvero in discussione i codici del cinema contemporaneo.

Info
Il trailer di Song to Song su Youtube.
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