La chispa de la vida

La chispa de la vida

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La chispa de la vida, ovvero il mondo dei reality show e del giornalismo cannibalesco raccontato da Álex de la Iglesia. Presentato alla Berlinale nel 2012 e rimasto misteriosamente inedito in Italia.

La vita in diretta

“La scintilla della vita”: questo era lo slogan della Coca-Cola che aveva catapultato Roberto Gomez sulla cresta dell’onda. Ma si tratta di tanto tempo fa. Oggi nessuno sembra avere intenzione di dargli una nuova possibilità, neanche i vecchi colleghi che hanno fatto carriera in aziende di primaria importanza. Disperato, Roberto è determinato almeno a regalare all’amata moglie un fine settimana nell’albergo in cui passarono la luna di miele, a Cartagena. Ma l’albergo non c’è più: al suo posto sorge un grande teatro romano, ancora non inaugurato. Incuriosito, Roberto si addentra al di là delle transenne e cade nel vuoto, immobilizzandosi al suolo con uno spuntone di metallo conficcato nella testa, senza però restare ucciso. E in un mondo dominato dalla televisione questa può essere una benedizione… [sinossi]

Prendete L’asso nella manica, capolavoro di crudeltà e pessimismo diretto da Billy Wilder nel 1951 e annoverabile tra i film più strettamente politici del regista austriaco trapiantato a Hollywood. Aggiungetevi Quinto potere, lucido attacco ai mass media con il quale nel 1976 Sidney Lumet conquistò il mondo e lo sfortunato Peter Finch un meritatissimo Oscar postumo come miglior interpretazione maschile. Mescolate bene, sminuzzando nell’insieme frammenti del grottesco tipico del cinema spagnolo dal periodo della transizione a oggi, e otterrete La chispa de la vida (o, per dirla con il titolo internazionale, As Luck Would Have It), nuova regia del vulcanico Álex de la Iglesia presentata come evento speciale alla sessantaduesima edizione della Berlinale.

Già a partire dalla sinossi si potrà intuire come La chispa de la vida non faccia proprio nulla per nascondere eventuali riallacci critici alle opere sopra citate. Anche la regia, da questo punto di vista, si muove in direzione di un recupero di pratiche cinematografiche altre a quelle finora abitate dal regista spagnolo: se il suo cinema è stato sempre l’avanguardia di un progetto di messa in scena teso all’accumulo di materiali, quasi un’operazione di sedimentazione dell’immaginario su visionarietà preesistenti, in questo ultimo parto creativo Álex de la Iglesia utilizza la macchina da presa in maniera sorprendentemente nuova – per i suoi standard, ça va sans dire. La chispa de la vida procede con una messa in scena che verrebbe naturale definire classica, preferendo l’ariosità e la compostezza del movimento della macchina da presa alla convulsione parossistica, bizzarra e oltremodo sguaiata propria delle opere più celebri del cineasta, da Azione mutante a El día de la Bestia, da La Comunidad al recente Balada triste de trompeta, solitamente sottostimato nonostante il successo veneziano (o forse proprio per quello). Un cambiamento di stile che non deve però essere necessariamente scambiato con una mutazione permanente: è anzi probabile che de la Iglesia torni ben presto a confrontarsi con le apocalissi di senso e le feroci frenesie sanguigne – e sanguinolente – che lo hanno reso un vero e proprio oggetto di culto. Anche perché, a dirla tuta, l’impressione è che a La chispa de la vida, pur apprezzabile sotto molti punti di vista, manchi proprio la libertà formale, lo spirito anarcoide e iconoclasta che rappresentava fino a oggi il punto di partenza della sua idea di macchina/cinema, eccezion fatta per la trasferta in terra inglese affrontata per il cupo thriller Oxford Murders. Se la struttura narrativa del film svolge in pieno il suo compito, e gli attori si dimostrano estremamente in parte, la messa in scena non sempre appare particolarmente accorta nel cogliere i dettagli da portare in primo piano. A una prima mezz’ora fulminante, durante la quale prende corpo la situazione ai limiti del paradossale su cui si reggerà l’ossatura del resto del film, fa seguito una lunga parte altalenante, in cui sequenze ispirate e capaci di strappare la più sardonica e cattiva delle risate si alternano a momenti di stanca, in cui l’azione si congela o finisce inevitabilmente per ripetersi in maniera coatta sempre uguale a se stessa.

In questo modo si annacqua, almeno in parte, anche la severa critica al sistema massmediologico che rappresenta l’epicentro della vicenda dello sfortunato Roberto, disoccupato che cerca di sfruttare l’incidente che lo ha trascinato in bilico tra la vita e la morte per vendere un’intervista in esclusiva alle televisioni e assicurare un futuro agiato alla moglie e ai due figli: una storia che avrebbe avuto l’afflato per puntare a una riflessione magari divertita ma accorta e non superficiale sulla crisi contemporanea, economica e di valori, e sul bisogno di apparire prima ancora che di essere. Se il contenuto in qualche modo riesce comunque a filtrare, non arriva in ogni caso a colpire con la dovuta forza e potenza lo stomaco dello spettatore medio. Così facendo Álex de la Iglesia resta nel campo della commedia elegante e intelligente, ma non ne sfrutta a dovere le potenzialità: un peccato, sia per l’evidente sforzo produttivo sia per la scelta di non lasciarsi ammaliare da chimere moderne preferendo rifarsi al cinema hollywoodiano del tempo che fu. L’omaggio, almeno questo, riesce a centrare il bersaglio in pieno, grazie anche alle interpretazioni di José Mota, Salma Hayek, Blanca Portillo, Manuel Tallafé e Antonio Garrido, tutte attestate su un ottimo livello recitativo. In attesa di capire se Álex de la Iglesia riuscirà prima o poi a portare a termine il suo progetto dall’indecifrabile titolo Think About Disney, si attende il ritorno a timbriche più personali e umorali. Imperfette, magari, ma sinceramente esagerate, e sempre sorprendenti.

Info
La chispa de la vida, trailer.
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