Marigold Hotel

Marigold Hotel

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A risollevare le sorti di Marigold Hotel c’è un cast di primo ordine che raccoglie alcuni dei migliori interpreti della scena inglese: Bill Nighy, Maggie Smith, Celia Imrie, Penelope Wilton, Ronald Pickup e Tom Wilkinson, senza dimenticare Judi Dench, che qui ricopre anche il ruolo di voce narrante.

Un paese per vecchi

Un gruppo di pensionati britannici decide di recarsi in India, attirati dalla pubblicità di un albergo di lusso. Arrivati sul posto si trovano di fronte a una grossa delusione. Vivranno comunque delle esperienze che cambieranno in meglio le loro vite… [sinossi]

Non c’è dubbio che John Madden non abbia timore di confrontarsi con tematiche, contesti umani, location e momenti storici profondamente diversi fra loro: dopo essersi affermato sulla scena internazionale con Shakespeare In Love (vincitore di ben sette premi Oscar) si è dedicato ad amori e tribolazioni in tempo di guerra (Il mandolino del Capitano Corelli), a una matematica figlia d’arte mentalmente instabile (Proof – La prova), vendette assassine (Killshot), conti in sospeso fra agenti segreti (The Debt). Non stupisce quindi che il regista – giunto alla sua nona regia cinematografica – scelga di aggiungere una nuova voce al suo curriculum con The best exotic Marigold Hotel (distribuito in Italia semplicemente con il titolo Marigold Hotel), basato sul romanzo di Deborah Moggach Mio suocero, il gin e il succo di mango. Il film racconta la vicenda di un gruppo di pensionati inglesi che per scelte e necessità differenti decidono di abbandonare la loro vita e trasferirsi a Jaipur in India, presso una lussuosa sistemazione per anziani: in realtà l’hotel che dà il nome alla pellicola è tutt’altro che sontuoso e le difficoltà per gli attempati avventurieri non si faranno attendere; l’esperienza straniante però li arricchirà e li cambierà irreversibilmente.

C’è un affollamento di tematiche e spunti nel film di John Madden, che cerca di dare un volto alle tante sfaccettature della vecchiaia e più in generale della società non solo sotto il profilo della reciproca integrazione ma anche cercando di stigmatizzare tratti della cultura occidentale (segnata da una schematica ripartizione generazionale che relega gli anziani a una conclusione della vita isolata e deprimente) e di quella indiana, alle prese con il confronto/scontro fra tradizionalismo e desiderio di emancipazione soprattutto fra i più giovani. Quello che manca però al film è una sceneggiatura forte che riesca a sviluppare al meglio tutte le possibili potenzialità di un soggetto che in realtà – pur non parendo particolarmente ispirato – avrebbe potuto concretizzare soluzioni decisamente più convincenti: il materiale narrativo infatti è gestito in maniera non troppo coordinata, con uno sbilanciamento ritmico che rende troppo stiracchiato e faticoso l’incedere della pellicola soprattutto nella seconda parte, quando Madden sembra fare fatica a trovare la giusta chiave per fornire un’opportuna conclusione. A risollevare le sorti di Marigold Hotel c’è un cast di primo ordine che raccoglie alcuni dei migliori interpreti della scena inglese: Bill Nighy, Maggie Smith, Celia Imrie, Penelope Wilton, Ronald Pickup e Tom Wilkinson, senza dimenticare Judi Dench, che qui ricopre anche il ruolo di voce narrante attraverso i resoconti che il suo personaggio pubblica sul suo blog.

L’alfabetizzazione informatica è solo una delle varie tematiche-corollario che costellano la pellicola, fra amori, rimpianti, crisi coniugali taciute e inconfessate, omosessualità, riscatto professionale, capacità di reinventarsi: purtroppo però il contesto in cui si inseriscono tutti questi accenni è monotono, prevedibile e non troppo interessato ad approfondire nessuno dei diversi spunti. L’impressione che si ha è che Madden abbia preferito riprodurre sullo schermo un’immagine rassicurante dell’India, facendo proprio uno sguardo poco indagatore e più vicino all’immaginario da cartolina con il quale spesso ci si approccia a realtà tanto lontane: il Rajasthan del regista racchiude tutti gli stereotipi e le caratterizzazioni che l’occhio straniero si aspetta di trovare, in una sorta di semplificazione forzata della complessità misteriosa e affascinante di una terra piena di contraddizioni. John Madden sembra accontentarsi della resa minima sufficiente ed è per questo forse che Marigold Hotel si presenta come un film poco coraggioso che non sfrutta al meglio le sue carte: d’altra parte è bene considerare che la pellicola si dimostra comunque un prodotto di intrattenimento certamente non entusiasmante ma capace di seguire una strada tradizionale dai toni rasserenanti e concilianti, rivolgendosi a un pubblico potenzialmente anagraficamente variegato.
C’è tanto esotismo in questo nuovo capitolo della filmografia di John Madden, che cerca nella senilità il tramite attraverso il quale ricostruire un ideale di speranza e rinascita.

Info
Il trailer di Marigold Hotel.

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