La casa dei libri

La casa dei libri

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Ispirandosi a un romanzo del 1978, che raccontava una società in transizione, La casa dei libri sembra voler cantare un peana all’oggetto-libro e al suo potere salvifico, peccando però di eccessiva schematicità nella trama.

Di pagine e storie

Florence Green, vedova che ha perso il marito nel secondo conflitto mondiale, decide di aprire una libreria nella cittadina costiera di Hardborough, ristrutturando il vecchio edificio dell’Old House, da tempo abbandonato. L’attività, appena avviata, riscuote un certo successo, grazie anche al sostegno dell’enigmatico e ricco Mr. Brundish; ma la donna dovrà guardarsi dall’aperta ostilità di Mrs. Gamart, donna molto influente nella comunità, che vorrebbe destinare l’edificio a casa d’arte. [sinossi]

Trionfatore ai Goya 2018, scritto e diretto da una Isabel Coixet alla sua seconda trasferta inglese (dopo il thriller del 2013 Another Me), La casa dei libri è un dramma in costume di origine letteraria, che proprio al medium-libro sembra voler cantare un peana esplicito, “spudorato” e senza tempo. La fonte, il romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald (1978) raccontava un mondo già superato dall’evoluzione storica e del costume, in cui il potere affabulatorio della narrativa andava a contrapporsi agli orrori di un conflitto (la Seconda Guerra Mondiale) di cui ancora si avvertiva, neanche troppo distante, l’eco. Un fantasma, quello bellico, che popola tanto il racconto della vita di Emily Mortimer (vedova che vuole in qualche modo pagare un tributo al marito morto in guerra, riproducendo quel luogo – la libreria – che le permise di incontrarlo la prima volta), quanto le storie più o meno fantasiose sulla vita del solitario Mr. Brundish, e sulla separazione da sua moglie. Non è forse un caso che uno dei personaggi con maggior potenziale del film (il marito dell’ambiziosa e cinica Mrs. Gamart, vera e propria villain della storia) sia qui un ex generale, manipolato e comandato a bacchetta dalla consorte. La guerra ha lasciato le sue ferite, alcune più visibili di altre, ma anche individui ormai ridotti a caricature, incapaci di gestire la propria esistenza nel mondo civile.

Proprio in quel complesso momento di passaggio tra la fine degli anni ‘50, periodo in cui l’onda lunga dei lutti bellici continuava a espandersi sulla società britannica, e l’inizio del decennio successivo, col suo deciso mutamento nei costumi, si dipana la storia di questo La casa dei libri, immerso in un contesto rurale apparentemente immutabile (un piccolo centro costiero del Suffolk). Sarà proprio la caparbietà della protagonista, personaggio femminile combattivo, quasi da feuilleton, a gettare per prima l’onda del cambiamento tra le scogliere, i vicoli e le casette del piccolo centro, con un’attività commerciale che diverrà innanzitutto centro propulsivo di cambiamento e apertura alle nuove idee. La lettura di Ray Bradbury, che spinge l’enigmatico, anziano Brundish fuori dal suo isolamento, ma anche la coraggiosa distribuzione di Lolita di Vladimir Nabokov, prima e autentica spia di un costume in rapida evoluzione: dell’oggetto libro, nella sua fisicità come nel complesso insieme di sensazioni che trasmette (sensoriali – tattili e olfattive – e psicologiche) viene messo in evidenza il carattere salvifico: una necessità che non si ferma al luogo creato dalla protagonista, ma dipana inevitabilmente il suo (benefico) contagio su tutta la cittadina. Persino la giovanissima Christine, aiutante e amica della protagonista, poco usa alla lettura, ne viene coinvolta.

La regista non si fa problemi nell’uso di un espediente che può lasciare qualche perplessità come quello della voice over (di cui viene compresa la funzione solo nel finale), affidandosi in larga misura al fascino della location, con una regia avvolgente che ne valorizza le fattezze, e all’efficace prova attoriale di Emily Mortimer. Tuttavia, nonostante le buone intuizioni (mutuate dalla fonte letteraria) e l’ambizione di descrivere un mondo autoreferenziale che riceve una scossa destinata a cambiarlo, la sceneggiatura pecca qui di eccessiva schematicità. La galleria di volti che vediamo scorrere nella sequenza del party a casa di Mrs. Gamart, all’inizio del film, si riduce presto al risaputo, prevedibile e stirato antagonismo tra la protagonista e la perfida ospite, la cui costruzione pecca di semplicismo e scarsa credibilità. La bidimensionale figura della donna non viene arricchita da un’esplorazione credibile delle sue motivazioni, mentre restano al contrario (ingiustificatamente) sacrificati i personaggi dal maggior potenziale: quello, già citato, del generale Gamart, oltre a quello ambiguo e di difficile lettura del bohemienne Milo North. Il racconto appare inoltre spezzato in modo un po’ artificioso poco oltre la sua metà, nel momento in cui l’attività della protagonista precipita (rapidamente) verso la sua fase di crisi.

Mostra un potenziale indubbio, questo La casa dei libri, anche in virtù di un tema di facile presa, e di un tentativo di esplorazione antropologica che resta però soffocato in un racconto fin troppo schematico. È un peccato, in particolare, che la regista sembri ricordarsi solo a inizio e fine film che il centro della sua storia è appunto una libreria: trasmettendone appieno la fascinazione e la “sacralità” (frutto di quel complesso di sensazioni di cui si accennava) solo a intermittenza. Il film di Isabel Coixet resta così ingabbiato in un’evoluzione narrativa prevedibile, poco capace di allargare il suo sguardo al contesto storico e sociale rappresentato: risultando forse meno ingessato, nell’andamento narrativo, di quanto si sarebbe potuto temere, ma anche poco capace di raccontare il suo mondo (e quello della sua protagonista) con sufficiente credibilità.

Info
Il trailer di La casa dei libri.
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