La isla minima

La isla minima

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La isla minima, il thriller diretto Alberto Rodriguez, immerge lo spettatore nella Spagna appena liberata dalla dittatura franchista. Un viaggio ansiogeno nel cuore malsano e arcaico del paese.

La palude silenziosa

Profondo sud della Spagna, 1980. In un piccolo villaggio in cui il tempo sembra essersi fermato – nei pressi di un labirinto di paludi e risaie – si e installato un serial killer responsabile della scomparsa di molte adolescenti delle quali nessuno sembra interessarsi. Ma quando due giovani sorelle spariscono durante le festività annuali, la madre spinge per un’indagine e due detective della omicidi arrivano da Madrid per cercare di risolvere il mistero. Sia Juan che Pedro hanno una vasta esperienza nei casi di omicidio, ma differiscono nei metodi e nello stile. Dovranno ben presto fronteggiare ostacoli per i quali non sono preparati… [sinossi]

Ha una forma astratta, la palude, vista dall’alto. Sembra una parte dell’organismo umano, un reticolo di vene, di arterie. E forse lo è. Porta con sé acqua, e può nascondere uomini e animali. Ma dall’alto la palude sembra anche un paesaggio lunare, di un pianeta lontano e inospitale. E forse lo è. Un luogo in cui non si può essere che alieni.
Nasce da queste suggestioni, tutt’altro che banali, La isla minima, con cui il quarantaquattrenne Alberto Rodríguez Librero ha prima ottenuto consensi e premi al Festival di San Sebastian, per poi sbancare completamente la serata dei Premi Goya, portandone a casa ben dieci su ventotto categorie complessive. Un trionfo che in tutta la storia dei Goya ha solo pochi paragoni: ¡Ay, Carmela! di Carlos Saura (13 premi su 20 categorie nel 1991), Mare dentro di Alejandro Amenábar (14 su 28 nel 2005) e Blancanieves di Pablo Berger (10 su 28 nel 2013). L’industria spagnola, dopotutto, ha dimostrato in più occasioni di riporre molta fiducia nelle potenzialità di Rodríguez, già premiato all’epoca di 7 vírgenes e soprattutto di Grupo 7, l’opera che più di tutte si avvicina, per stile e timbriche, a La isla minima.

Nel gran calderone del cinema spagnolo, ribollente di intuizioni e stratagemmi narrativi, non è difficile imbattersi in film d’exploitation, e ancor meno in opere ambientate durante il Franchismo o nel cosiddetto “periodo della transizione”, gli anni che furono necessari alla nazione per scrollarsi di dosso le scorie della dittatura fascista e militare e abbracciare la democrazia parlamentare. Un lasso di tempo che produsse anche alcune delle svolte cinematografiche più affascinati, con le opere dei vari Saura, Victor Erice, Pedro Olea, Basilio Martín Patino, Luis García Berlanga, Manuel Gutiérrez Aragón, Montxo Armendáriz che potevano finalmente eludere le trappole della censura; era anche il tempo della rinascita dell’horror spagnolo, con registi come Narciso Ibáñez Serrador o la tetralogia dei “resuscitati ciechi” di Armando de Ossorio.
Proprio a quel tipo di industria e di produzione sembra guardare il cinema di Rodríguez. Tutto, ne La isla minima sembra muoversi in direzione di una classicità ben consapevole, in ogni caso, delle esigenze del pubblico contemporaneo. Lo dimostra il ritmo del film, dominato da uno spazio, le paludi del Guadalquivir, immoto, pressoché silenzioso. Non ha movimento neanche la gente di quelle parti, ancorata a un’epoca che non è più la sua, tra vagiti franchisti e arcaismi di vario genere. In questo luogo angoscioso e fuori dal tempo Rodríguez innesta una perfetta trama da thriller poliziesco: adolescenti uccisi, e due sorelle scomparse. La polizia deve fare in fretta, se vuole sperare di ritrovarle vive. Prima che l’assassino uccida ancora.

Non è il giallo in sé e per sé ad ammaliare davvero Rodríguez, per quanto la narrazione riesca a mantenersi sempre avvincente, e lo spettatore provi l’appagante sensazione di trovarsi un passo indietro rispetto al regista, costretto dunque ad attendere gli eventi e a subirne le conseguenze; quel che interessa il giovane regista è soprattutto la possibilità di indagare un’umanità riottosa, sconfitta dalla Storia ma ancora in grado di dire la propria. Si rintraccia nello script la reale forza de La isla minima, e ancor più nell’accurata descrizione dei personaggi: perfino il dualismo tra i due investigatori protagonisti – e la mente non può che correre dalle parti del televisivo True Detective di Nic Pizzolatto e Cary Fukunaga –, pur all’apparenza tagliato con l’accetta e studiato con il misurino, trova nello sviluppo del film un’evoluzione continua, sottile ma persistente, e in grado di muoversi in profondità.
Quel che ne viene fuori è un thriller teso, in grado di essere al contempo disadorno e di lasciare senza fiato lo spettatore, che non ha paura di inserire la Storia e utilizzarla a proprio piacimento. Un film amaro ma non sconfitto, che inanella climax emotivi quasi senza rendersene conto. Rodríguez, dopo Grupo 7, si conferma uno dei nomi più interessanti del cinema spagnolo contemporaneo, in grado di muoversi con abilità sul terreno del genere senza per questo abbandonare alcuna ambizione autoriale. Complimenti a Movies Inspired, che lo distribuisce per l’Italia confermando a sua volta di possedere uno dei cataloghi più convincenti e coraggiosi: nei prossimi mesi porterà infatti in sala The Assassin di Hou Hsiao-hsien, The Treasure di Corneliu Porumboiu e It Follows di David Robert Mitchell.

Info
La isla minima, il trailer.
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