On the Road

On the Road

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Nelle mani di Walter Salles il capolavoro letterario di Jack Kerouac, On the Road, diventa un inutile resoconto di sesso e droga.

Sesso, droga & be bop

Il film ricostruisce gli anni passati da Kerouac a vagare per il Nord America insieme all’amico Neal Cassady, “eroe dell’Ovest innevato con le basette”. Nei panni di Sal Paradise e Dean Moriarty, i due attraverseranno il paese per accumulare esperienze alla ricerca del proprio io… [sinossi]
and don’t you know that God is Pooh Bear?
Jack Kerouac, On the Road

Nel breve segmento di On the Road, verbosa e deludente versione cinematografica che Walter Salles ha tratto dal romanzo di Jack Kerouac, ambientato in Louisiana a casa di Bull Lee/William Burroughs, l’autore de Il pasto nudo intrattiene i suoi amici spiegando loro l’importanza di una giusta traduzione, portando l’esempio della mistificazione letteraria subita da Louis-Ferdinand Céline nel passaggio dal francese all’inglese. Un frammento del tutto inessenziale all’interno del corpo del film di Salles, ma che permette di aprire il fianco sul problema principale che affligge On the Road. Nell’estrapolare dalla pagina scritta le immagini che avrebbero composto il film, il cineasta brasiliano (che si basa su uno script di Jose Rivera) si limita a prendere punto dalle mere azioni, dimenticando per strada tutto il contesto nelle quali queste stesse si sviluppano: il risultato? Un accumulo sfrenato, fastidioso e del tutto gratuito di rapporti sessuali, bevute fumate e sniffate, e corse in macchina da un capo all’altro degli Stati Uniti d’America. Appare incredibile come venga completamente lasciato “sulla strada” l’intero substrato sociale, filosofico, politico e perfino religioso che anima le pagine del romanzo: se si esclude l’ironica citazione di un motto del presidente Truman, un cartello con la scritta “non vendiamo agli indiani” e un paio di riferimenti alla fobia anticomunista che agitava le acque statunitensi durante il maccartismo, On the Road sarebbe potuto essere ambientato ovunque.

Che fosse un’impresa improba materializzare sullo schermo le parole di Kerouac era perfettamente intuibile: lo stile volutamente anti-narrativo e introspettivo del romanziere e poeta di Lowell mal si presta infatti a un cinema “industriale”. Non a caso tra gli omaggi kerouaciani più sentiti e affascinanti si annovera The Source: The Story of the Beats and the Beat Generation, documentario diretto nel 1999 da Chuck Workman in cui Kerouac è interpretato da un intenso Johnny Depp, dove la messa in scena si fa ellittica, impalpabile, eterea e profondamente anarchica. Nulla a che vedere con la piattezza espressiva e la mancanza di contrasti che da sempre contraddistinguono il cinema di Salles (già colpevole di “lesa maestà” con I diari della motocicletta, dove riduceva a un profluvio di stereotipi il libro scritto a quattro mani da Ernesto Guevara e Alberto Granado), e che trovano in On the Road l’apice espressivo: non vi è il minimo scarto emotivo all’interno del film, depauperato dello straordinario potere eversivo e della ricchezza espressiva della pagina scritta. Qui tutto si fa monotono, prevedibile, perfino sciatto nella lettura di un’America che non è più la terra del lungo sogno, quella che “Se cerco di girarmi l’universo si gira con me e dall’altra parte dell’universo non va affatto meglio”, come scrive Kerouac in Big Sur, ma solo un’immensa strada da percorrere per dare un senso a una vita ribelle e all’apparenza priva di scopo. Se infatti tutti trattano il personaggio di Sal Paradise/Jack Kerouac (il film rispetta i nomi di finzione scelti dal romanziere) come un futuro grande scrittore, probabilmente ignorando che nel 1948 – quando inizia il film – avesse già scritto The Sea is My Brother, Orpheus Emerged e And the Hippos Were Boiled in Their Tanks, quest’ultimo a quattro mani con Burroughs, e stesse completando la stesura di The Town and the City, il resto della combriccola di intellettuali viene ridotta miseramente a una banda di pazzoidi dediti al divertimento sfrenato e null’altro. Solo Carlo Marx/Allen Ginsberg si salva in parte da questo scempio, ma riceve in dono una psicologia da omosessuale frustrato degna di un serial di second’ordine.

Il problema è che On the Road non solo non riesce a descrivere minimamente l’America del secondo dopoguerra, né a raccontare la fecondazione e la nascita di uno dei momenti più esaltanti della letteratura statunitense, ma sembra non essere minimamente interessata alla cosa, come se nel 2012 fosse indispensabile elargire al pubblico sesso e droga in quantità industriali – senza approfondimenti di alcun tipo – per dargli un’idea di deviazione dalle regole. Ma di realmente antiborghese questo film non ha davvero molto, anzi: si tratta della dimostrazione definitiva di come il sistema abbia la capacità di assorbire anche il movimento a lui più avverso, esautorandolo del germe dell’innovazione affinché nulla cambi, restando lindo e immacolato. Come i volti puliti e privi di graffi, lividi e scorie dei mediocri protagonisti della pellicola (e dispiace vedere Viggo Mortensen, Kirsten Dunst e Steve Buscemi prestarsi a un’operazione così profondamente sbagliata), che sembrano usciti da una rivista di moda piuttosto che dalla polvere delle strade dell’America.

On the Road non sarà forse la vetta della carriera di Kerouac (per trovarla bisogna recarsi dalle parti de I sotterranei, Visioni di Gerard e Angeli di desolazione), ma un romanzo che sconvolse la letteratura mondiale marchiando a fuoco i sogni, gli ideali e la voglia di cambiamento di un’intera generazione avrebbe meritato un trattamento migliore. O quantomeno onesto.

Info
La scheda di On the Road sul sito del Festival di Cannes.
On the Road, il sito ufficiale del film.
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