Low Tide

La seconda pellicola diretta da Minervini, Low Tide, presentata nella sezione Orizzonti della 69esima Mostra di Venezia, ci porta nella sperduta provincia americana per raccontare una storia di solitudine, incomunicabilità, affetto negato.

Non una sola parola

Un dodicenne e sua madre, single, vivono vite separate. Il ragazzo trascorre la giornata da solo, mentre la donna lavora ed esce con gli amici. La solitudine è per il ragazzo fonte di libertà ma anche causa di sofferenza. Le sue esplorazioni fanno gradualmente emergere il cupo contrasto tra le regole della società e le leggi della natura. Presto il delicato equilibrio del mondo interiore del ragazzo viene infranto da eventi imprevisti… [sinossi]

“Parlo di una violenza velata, fatta di abbandono e abusi emotivi, il cui oggetto sono solitamente i bambini indifesi. Questo tipo di violenza corrode la nostra società fino all’osso, ma non se ne parla abbastanza”. Quanto dichiarato da Roberto Minervini in una precedente intervista sintetizza in poche, ma significative parole, la vera essenza drammaturgica, gli intenti e il messaggio di fondo di Low Tide, seconda pellicola diretta dal regista italiano, selezionata nel concorso della sezione Orizzonti alla 69esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Sulla scia di quanto dichiarato non resta, dunque, che approcciarsi all’opera di Minervini in chiave prettamente analitica dato che dal punto di vista contenutistico le spiegazioni da lui fornite sono più che esaurienti e in tutto e per tutto condivisibili.

La prima cosa da fare quando ci si trova al cospetto di una materia così complessa e stratificata, nonostante questa venga sotterrata dall’autore, tanto in fase di scrittura quanto in quella di messa in quadro, sotto una superficie narrativa e visiva apparentemente esigua e per certi versi quasi inesistente, è di individuare il dna filmico di appartenenza. Se a un primo sguardo la finzione e la costruzione artificiosa degli eventi appaiono la risposta più scontata, una lettura attenta rivela, al contrario, una contaminazione tra fiction e documentario che rappresenta la vera essenza dell’operazione. Ci si trova così di fronte a uno scheletro ibrido che permette al fruitore di identificare l’esatta natura di Low Tide, ossia la docu-fiction.
Una storia costruita a tavolino si confonde così con uno sguardo, un approccio e uno stile, che riporta al “cinema del reale”. Minervini mescola i due piani fino a confonderli, rendendone impossibile qualsiasi tentativo di scissione. Diventano di fatto una cosa sola interagendo drammaturgicamante, narrativamente e registicamente. E la mente torna di default al sorprendente L’estate di Giacomo, pellicola diretta da Alessandro Comodin con la quale condivide non pochi punti di contatto.

L’opera seconda di Minervini, dopo una prolifica gavetta sulla corta distanza (uno su tutti Voodoo Doll) e un’interessante esordio sulla lunga con The Passage, ci porta nella sperduta provincia americana per raccontare una storia di solitudine, incomunicabilità, affetto negato e inaspettatamente ritrovato. Low Tide parla di un rapporto affettivo e generazionale che viene meno, quello tra una madre e un figlio tanto vicini fisicamente, ma altrettanto lontani da non riuscire nemmeno a sfiorarsi. Due anime in cerca di qualcosa che finiranno con il ritrovare solo quando quello che li unisce, la vita, viene messa a rischio. Il regista porta sul grande schermo questo percorso empatico affidandosi quasi esclusivamente ai silenzi assordanti invece che a un fiume in piena di parole. Devono passare, infatti, circa una ventina di minuti prima che dalla bocca di uno dei personaggi esca fuori una frase, qualcosa che quel silenzio straziante sia in grado di spezzare; quasi un’ora, invece, per vedere un’azione compiersi mostrando allo spettatore la causa e l’effetto che tale azione comporta.

Minervini si allinea alla lezione e alla poetica di Jean Rouch e, come il suo più illustre predecessore, non cela nulla ma nemmeno indugia nel sensazionalismo. Non interferisce mai con l’azione, con l’unica eccezione, che diversamente dal regista parigino, la indirizza per poi lasciarla fluire e svolgere naturalmente. Come Rouch anche Minervini sembra disposto a infrangere o scardinare le regole del cinema se contrastano con l’immediatezza della comunicazione.
Il linguaggio minimalista, rigoroso ed essenziale nella messa in quadro, alla pari dei tempi dilatatati si manifestano sullo schermo con un ritmo lento che trova negli intensi primi piani fissi e negli sporchi piani sequenza a mano la manifestazione più efficace della teoria del pedinamento. Sono sempre i corpi il centro del non dire e del non fare, a essi la macchina da presa si affida dal primo all’ultimo fotogramma utile.
La narrazione è esigua, ridotta all’osso, fino a dare l’impressione che nulla si stia manifestando davanti ai nostri occhi, quando invece è il contrario. Ciò può allontanare il fruitore e in effetti è quanto si verifica, perché al contrario di Comodin le emozioni arrivano con il contagocce, cristallizzate e mai accessibili fino in fondo allo spettatore.

Info
Il trailer di Low Tide.
Low Tide su iTunes.
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