I proscritti
di Victor Sjöström
A 108 anni dalla sua realizzazione, assoluta pietra miliare della golden age svedese e fra i maggiori capolavori diretti e interpretati da Victor Sjöström, I proscritti torna in tutta la sua abbacinante potenza alle 45esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone, srotolato nel sontuoso 35mm dello Svenska Filminstitutet e magnificamente accompagnato in duetto pianoforte/viola da Neil Brand e Günter Buchwald. Una commovente tragedia d’amore e di redenzione in sette atti di crescente intensità su per montagne sempre più impervie, dove l’uomo diventa un puntino nell’indifferenza della Natura e il cinema consapevolmente si fa opera d’arte.
Neve bianca, sembra latte di nuvola
Lo sconosciuto viandante Kári trova lavoro nella fattoria della vedova Halla, guadagnandosi ben presto la sua stima mentre silenzioso nasce l’amore. Quando verrà fuori che Kári è in realtà il fuorilegge evaso Berg-Ejvind sotto nuova identità, costretto in passato a rubare una pecora per estrema indigenza familiare e accusato ingiustamente di decine di altri furti, Halla deciderà di lasciare tutto e di seguirlo per amore, in fuga per 16 anni di vita vagabonda su per picchi sempre più impervi… [sinossi]
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
Fabrizio de André – Nella mia ora di libertà
Già ai tempi della première francese del luglio 1921 Louis Delluc, sostanziale padre della critica cinematografica, scriveva su Cinéa di avere appena visto «senza dubbio il film più bello del mondo». Eppure I proscritti (in originale svedese Berg-Ejvind och hans hustru, letteralmente Berg-Ejvind e sua moglie da cui il titolo internazionale The Outlaw and His Wife e l’alternativo italiano Il fuorilegge e sua moglie), adattato, diretto e magistralmente interpretato quattro anni prima da Victor Sjöström e mostrato per la primissima volta in contemporanea a Malmö, Göteborg e Stoccolma in occasione del Capodanno 1918, ha finito per diversi decenni per non godere della medesima popolarità degli altri capolavori che il regista di Högerud avrebbe realizzato negli anni immediatamente successivi; unanimemente considerato dagli storici del cinema di gran lunga fra le sue opere più significative se non addirittura la sua opera più significativa, ma nel frattempo conservato male e se possibile restaurato peggio, fino alla riduzione a soli 72 (rovinatissimi) minuti dei 136 originali che per molto tempo ne ha costituito l’unica versione disponibile. Solo nel 2013, con il ritrovamento di una buona copia nitrato presso la Cinémathèque Royale di Bruxelles poi integrata di alcune parti mancanti tratte dal positivo di sicurezza di una copia proiezione conservata a Stoccolma, è stato possibile per la cineteca svedese riportarlo all’attuale ora e cinquanta e al progressivo, crescente senso di meraviglia della sua strabiliante cura fotografica e delle sue vertiginose profondità di campo. Un eccellente restauro, eseguito in digitale ma prontamente ritrasferito sull’emulsione 35mm già proiettata al tempo al Cinema Ritrovato di Bologna e ora riprogrammata da Paolo Cherchi Usai (con strepitoso accompagnamento in duetto pianoforte/viola di Neil Brand e Günter Buchwald) nel Canone Rivisitato delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2026, con cui fare nuovamente rivivere e respirare un kolossal melò tragico e dolorosissimo nato dall’omonima opera teatrale data alle stampe nel 1911 dal drammaturgo islandese Jóhann Sigurjónsson e sin da subito già portata da Sjöström sui palcoscenici più importanti di Svezia, frutto di oltre sette mesi di riprese sulle montagne della Lapponia (la traversata del braccio di mare per andare a girare realmente in Islanda, in tempo di Grande Guerra, venne giudicata troppo pericolosa dalla produzione) e specchio di un reale amore, quello fra lo stesso attore/regista e la co-protagonista Edith Erastoff al tempo incinta della loro prima figlia, che deflagra puro e commovente in ogni sguardo ben al di là di ogni possibile dote recitativa. Ed è qui che per poter procedere è prima necessario fare un passo indietro, tornare non (solo) alla genesi di quest’opera ma al lavoro dell’anno precedente spesso considerato il titolo capostipite dell’Età dell’Oro del muto svedese o per lo meno il punto di svolta su cui farlo nascere, Terje Vigen o se si preferisce C’era un uomo, che non è un caso declinasse già nel rapporto romantico fra l’uomo e la Natura (in quel caso le onde del mare direttamente trasposte dai quadri di Friedrich, in questo le montagne e la neve) il dilaniante percorso umano fra colpa, vendetta, fiducia, perdono, solitudine e redenzione più tipico del grande cinema di Sjöström. Un passo indietro che serve per rimarcare non tanto il gossip del set galeotto in cui nacque la relazione fra lo stesso autore e l’attrice che sarebbe diventata la sua terza e amatissima moglie, per l’appunto probabile potenziamento della loro reciproca intensità espressiva ma di fatto nota di colore non così essenziale ai fini critici, quanto il travolgente successo che il film, tratto da un poema di Ibsen e assai complesso nella sua fusione di immagini e versi poetici, aveva ottenuto in patria e all’estero, tale da spingere la Svenska Biografteatern a cambiare le proprie strategie produttive riducendo drasticamente il numero di titoli per permettere agli autori di sviluppare quei pochi e selezionati con tempi, durate e budget sensibilmente più alti, definitivamente convinti del potenziale valore culturale del cinema e decisi a mettere i loro registi più talentuosi nelle condizioni migliori per poterlo perseguire. Si innesta esattamente in questo solco I proscritti, consapevolissima opera d’arte in sette atti di via via sempre più strabordante magniloquenza linguistica, visiva, narrativa ed emotiva, girata per lo più in esterni direttamente in cima a location montane fra (necessariamente falsi) geyser e (reali, pericolosissimi) dirupi passando da infiniti cambi di genere e di registro fra la tenerezza, il dolore, la tensione e l’azione (rigorosamente senza l’ausilio di controfigure, comprese lotte corpo a corpo e salti nei burroni) mentre l’idillio dell’amore finirà per non bastare più alla fuga dalla più struggente tragedia di una società impermeabile alla comprensione, cinica, indifferente e impietosa come una tormenta di neve.
Non è affatto un caso, in tal senso, che per quanto inizi in pieno sole, con un sacco pieno di lana e qualche lichene con cui ingannare i fattori e soprattutto nell’illusione che una nuova identità potesse cancellare il passato e regalare una nuova vita onesta, la vicenda abbia come limiti temporali di inizio e fine due bufere nella notte, parallele nella loro imperturbabilità inclemente da cui apparire e in cui sparire, prima (non) colpevoli di avere dato da mangiare a una famiglia e poi inghiottiti dalla coltre bianca. Un arco narrativo lungo più di vent’anni che già a sua volta il testo originale di Jóhann Sigurjónsson aveva riscritto dalla storia vera diventata nel frattempo leggenda popolare islandese del bandito settecentesco Eyvindur delle Montagne in fuga dalla legge con la moglie Halla, e che per Sjöström significa l’occasione di rifiutare ancora una volta il concetto stesso di colpa per mettere in scena semmai lo stato di necessità e la pietas umana, la redenzione e l’amore tragico, la perdita e il rimpianto, l’iniquità del mondo e il pagamento oltre ogni misura delle conseguenze da parte di chi è stato portato a delinquere una sola volta e solo dalla fame di un’intera famiglia, nello sprezzante rifiuto di aiutarli da parte di chi avrebbe potuto e magari ancora si definisce vicario di Dio nel suo potere religioso. Un’estrema e intrinsecamente assolutoria indigenza che, con struttura narrativa per l’epoca se non proprio rivoluzionaria per lo meno inconsueta, Sjöström sceglie di introdurre con il primo fra i flashback che, senza interrompere il flusso cronologico degli eventi ma anzi caricandoli ogni volta di nuovi significati e di emotività straziata, puntelleranno a più riprese la narrazione, dalla confessione a cuore aperto di Kári che dichiarerà ad Halla di essere realmente il fuorilegge fuggiasco Ejvind nel disvelarsi reciproco dell’amore fino alla lacerante malinconia del prefinale in cui il ricordo degli istanti felici gonfia ancor di più gli occhi di lacrime di fronte allo squallore e allo sconforto, quando ci sarà spazio solo per la stanchezza, la disperazione dei rimpianti o proprio al massimo un Padre Nostro nella desolata constatazione di una miseria senza possibilità di futuro, e non rimarrà altro da fare che lasciarsi morire assiderati nella neve, abbracciati per sempre mentre il fuoco ormai inutile si estingue in un filo di fumo. Un’immagine, quella degli amanti eternamente bloccati nel ghiaccio, che non è difficile immaginare sia stata un’evidente ispirazione per Stanley Kubrick ai tempi del suo Shining – che del resto sempre di Sjöström è universalmente noto come citi in maniera ancor più esplicita anche Il carretto fantasma nella porta sfondata ad accettate e nella testa che cerca di infilarsi al di là dello stipite –, e che segna l’ennesima e conclusiva lectio magistralis di regia e recitazione disseminata lungo lo scorrere di I proscritti, con le strabilianti profondità di campo del primo incontro fra i protagonisti nell’abbaino della fattoria e con il singolo taglio di luce che fende l’oscurità della notte nell’analessi del furto della pecora, con il senso di vertigine in piedi sul ciglio di un dirupo montano e con l’uomo come insignificante puntino nell’indifferenza fuori-legge di una Natura sempre più selvaggia e inospitale, con l’intensità attoriale nel momento della scelta di Halla, ex servetta e ora ricca ereditiera corteggiata dagli uomini più potenti e facoltosi del paese, di abbandonare tutto per seguire l’amore, e con lo sguardo gonfio di astinenza e di desiderio dell’amico Arnes verso la sua scollatura che lo spingerà ad allontanarsi dalla coppia di fuggiaschi prima di cadere nuovamente in diaboliche tentazioni. Fino alla stupefacente carrellata del suo ritorno di corsa sul profilo dei monti per avvisarli del pericolo mentre, nella valle subito al di sotto, giungono al galoppo i loro persecutori a cavallo, al pudico e proprio per questo così soffocante fuori campo nel quale, nel momento di massima disperazione quando tutto sembra perduto, la bambina frutto di quell’amore (im)possibile verrà tragicamente lasciata cadere nel vuoto pur di non farla cadere nelle mani del cognato e oppressore Björn, e poi ancora al malinconico intreccio di flashback e sovraimpressioni oniriche (per molti versi già in odor de L’Atalante) che con una potenza espressiva ai limiti dell’insostenibile non potranno che accompagnare la vicenda verso il suo ineluttabile, tragico, lancinante, romanticamente sublime epilogo. Forse l’unica conclusione possibile di una commovente parabola di vita, d’amore, d’espiazione, di gioia, di sofferenza e di morte, che per l’allora trentanovenne Victor Sjöström segnò il momento del definitivo scarto verso le più alte vette dell’Olimpo della celluloide, e che ancora adesso a 108 anni dalla sua realizzazione continua a crescere e a rivelare qualcosa di diverso ad ogni visione, lasciando puntuale quello stordimento e quel groppo in gola con cui solo i più grandi capolavori sanno scavare in profondità, fino al subconscio e fino all’anima, per innestarsi da qualche parte fra la trascendenza e l’origine stessa dello sguardo.
Info
I proscritti, una scheda del film.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Berg-Ejvind och hans hustru
- Paese/Anno: Svezia | 1918
- Regia: Victor Sjöström
- Sceneggiatura: Sam Ask, Victor Sjöström
- Fotografia: Julius Jaenzon
- Interpreti: Edith Erastoff, John Ekman, Nils Aréhn, Victor Sjöström
- Produzione: AB Svenska Biografteatern
- Durata: 111'


Giornate del Cinema Muto 2026 – Presentazione
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