Il giardiniere (La crudeltà del mondo)
di Victor Sjöström
Seppure bloccato al tempo dalla censura svedese e quindi proiettato per la prima volta a Copenaghen solo tre giorni dopo l’opera seconda Una vita rovinata, è proprio Il giardiniere (La crudeltà del mondo) a segnare nel 1912 l’esordio cinematografico di Victor Sjöström. Un turgido melodramma di perdite, di violenze e di morte, che in circa mezz’ora porta già in nuce quella che sarà la straordinaria grandezza dell’autore, magari ancora acerbo in qualche inquadratura ma già pienamente conscio dei linguaggi e delle potenzalità espressive del mezzo cinema. Fra le non poche perle proiettate alle Giornate del Cinema Muto 2025.
Non c’è rosa senza spine
Il figlio di un giardiniere si innamora della figlia di un povero operaio. Il padre di lui scorge la fanciulla e disapprova la relazione. Dopo aver allontanato il figlio, il giardiniere cerca di usare violenza alla giovane, che è così indotta a fuggire insieme al padre. Sulla via della città ella incontra un anziano ufficiale che le offre il suo aiuto; aiuto che è lieta di accettare quando, poco dopo, suo padre muore. Si trasferisce a casa dell’ufficiale, e secondo una didascalia «è trattata come se fosse sua figlia». Questa felicità però è soltanto provvisoria. Il benefattore muore, colpito da un ictus, e la giovane scacciata dai suoi eredi diretti rimane di nuovo sola; prende allora la fatale decisione di ritornare nel luogo in cui avevano avuto inizio il dramma e le sue sventure. [sinossi]
«Le cose sono unite da legami invisibili: non si può cogliere un fiore senza turbare una stella»
Albert Einstein
Non è dato sapere quale fosse il titolo preferito da Victor Sjöström fra i due con cui è conosciuto Il giardiniere (La crudeltà del mondo). Quello che si sa del suo film d’esordio, messo in produzione e girato prima dell’opera seconda Una vita rovinata ma immediatamente bloccato in patria dalla censura per poi essere proiettato per la prima volta solo tre giorni dopo e in Danimarca, a Copenaghen, è che nell’atto ufficiale con cui le autorità svedesi del 1912 ne vietarono tout-court l’uscita in quanto «contrario ai buoni costumi» era citato come Världens grymhet (letteralmente, appunto, La crudeltà del mondo), mentre nel 1980, quando con sessantotto anni di ritardo e a ormai venti dalla morte del regista fu mostrato per la prima volta a Stoccolma, era oramai passato alla storia come Trädgårdsmästaren, Il giardiniere, con cui ancora si tende a nominarlo sulle pagine di storia e negli archivi. In ogni caso, a prescindere dal suo titolo originale e dalla sua relativa traduzione letterale in italiano, può essere curioso notare come l’esistenza attuale del film passi necessariamente attraverso una terza designazione ancora diversa, americana e quindi anglofona, con quel miracoloso ritrovamento di una copia in nitrato nell’archivio della Library of Congress di Washington catalogata come The Broken Spring Rose, ovvero La rosa di primavera spezzata, che nel 1979 mise fine a interi decenni in cui il film era stato considerato irrimediabilmente perduto e che rimane ancora oggi l’unica fonte conosciuta disponibile. È per questo che risulta tutto sommato filologica, per il nuovo restauro digitale recentemente realizzato in collaborazione fra la stessa Library of Congress, autrice della scansione del supporto da loro conservato, con la Svenska Filminstitutet che ne ha invece curato la ricostruzione dei fotogrammi e il rendering del DCP, la scelta di mantenere gli intertitoli in inglese, senza tentare di ricostruire quell’iniziale versione svedese di cui, non essendo al tempo mai uscita, non risulta depositata alcun tipo di trascrizione. D’altronde, rivedendolo proiettato in tutto il suo splendore alle 44esime Giornate del Cinema Muto di Pordenone accompagnato con pianoforte, fisarmonica, flauto traverso e chissà quanti e quali altri strumenti dal sempre magico Stephen Horne, non è difficile intuire i motivi per cui il film fosse inizialmente risultato inaccettabile per le autorità del Paese scandinavo, che nemmeno al momento del ricorso legale contro l’interdizione da parte della Svenska Biografteaterns filmbyrå, passando per una proiezione privata per l’allora primo ministro Arvid Lindman, scelsero di ritornare sui propri passi e di permettere di mostrarlo e di conservarlo. Evidentemente spiazzati e in qualche modo indifesi di fronte a un turgido melodramma protofemminista di perdite e di violenze (psicologiche e carnali, intelligentemente lasciate ai limiti del campo ma ampiamente al centro del discorso), ma soprattutto di morte come unica possibile liberazione dagli orrori della società e del mondo, in un finale che è sì tragico e amaro, ma paradossalmente lieto nel suo affermare un’emancipazione che rifiuta il silenzio sottomesso, e che fino all’ultimo respiro si ribella a ogni aspettativa sociale e patriarcale. Come se la distruzione del roseto da parte della giovane, per poi lasciarsi cadere esanime fra i fiori della serra, da una parte mettesse giocoforza fine ai soprusi e alle ingiustizie condanna della sua intera esistenza, dall’altra ponesse il giardiniere di fronte alle conseguenze più estreme della sua colpa e quindi inevitabilmente al rimorso, e dall’altra ancora si ergesse a paradigma per denunciare storture e crudeltà di un’intera società classista e insensibile, della quale il giardiniere forse non è ancora una vera e propria vittima così come tre anni dopo lo sarà l’omicida per sbaglio Holk in The Price of Betrayal, ma è già evidente in quel suo tardivo moto di disperazione nella presa di coscienza di fronte al cadavere della ragazza come possa esistere anche per lui una reale possibilità di redenzione.
Elementi che, insieme alla preferenza già evidente di Victor Sjöström per le inquadrature in esterna, al suo sguardo accorato sulla povertà, sulla disperazione, sull’amore e sulla morte, alla centralità delle figure femminili e al misticismo intrinseco del consegnare il proprio dolore alla dipartita (e quindi, in quella che sarà per tutta la vita la sua visione cristiana della colpa e della Fede, al giudizio di Dio), anticipano e portano in nuce quella che sarà la grandezza rivoluzionaria dell’autore svedese, qui ancora lontano dagli effetti speciali in dissolvenza e dalle audaci soluzioni di messa in scena che nove anni dopo saranno al centro de Il carretto fantasma e anzi magari ancora un po’ acerbo in qualche scelta visiva (la fissità frontale delle inquadrature in interno, qualche testa con poca aria che a tratti esce di campo, qualche leggera sovraesposizione…), eppure già pienamente conscio dei linguaggi, dell’etica e della potenza espressiva del mezzo cinema. Con quel controcampo sul padre della ragazza quando l’inseguimento del giardiniere diventa vera e propria violenza sessuale, con quelle linee costantemente oblique quasi a negare ogni possibilità di fuga ai personaggi e allo spettatore, con quell’ambivalenza della Natura che nei campi è simbolo di tenerezza e di gioventù mentre nelle serre diventa emblema di costrizione e, appunto, di violenza e di fine di tutto. E poi ancora con quell’inquadratura in movimento dalla prua della barca quando la rosa spezzata protagonista, disperata al punto di delegare all’ebbrezza alcoolica i suoi pudori e i suoi buoni costumi, ritorna in patria e quindi all’origine delle sue sventure per affrontarle in qualche modo di petto, per non continuare a fare finta di nulla, perché è senza dubbio meglio morire riaffermandosi che continuare a subire senza reagire. Non c’è per lei alcuno spazio possibile per vedersi compiere il miracolo che invece un decennio dopo, nel 1922, salverà la Ursula di Love’s Crucible volontariamente in cammino verso la pira della prova del fuoco con cui verificare la sopraggiunta purezza del suo cuore. Qui l’epilogo tragico è semplicemente ineludibile, l’unica possibile conclusione, in qualche modo l’unica possibile ancora di salvezza. L’unico possibile punto di approdo di una parabola nata da un soggetto del finlandese Mauritz Stiller che fu allievo e successore a teatro di August Strindberg, e che in seguito da regista cinematografico con il suo I cavalieri di Ekebù | La leggenda di Gösta Berling consacrerà definitivamente nel 1924 la stella di Greta Garbo. Sjöström, con straordinaria capacità di sintesi, condensa quell’intuizione narrativa in circa mezz’ora di vani tentativi di felicità e di sventurate, tragiche, feroci disillusioni, mettendo in scena una giovane donna sola fra gli uomini da un tenero amore giovanile crudelmente diviso alla più infame delle violenze, da un padre che muore nel letto a un secondo padre (rarissimo) benefattore che muore d’infarto, fino al di lui figlio che non prova nemmeno una stilla della medesima compassione e che ancora una volta la abbandona al suo destino. Sempre più emarginata in quella crudeltà del mondo cristallizzata sì nella figura di un perfido giardiniere, ma in realtà specchio di chiunque chiuda al proprio cuore per approfittare della fragilità del prossimo, per calpestarlo, per soverchiarlo fisicamente, economicamente e psicologicamente. Un po’ come a dire che l’impunita e orribile colpa del giardiniere protagonista interpretato dallo stesso Sjöström, reo di avere scacciato violentemente il proprio figlio per stuprarne l’innamorata e poi di aver allontanato anche lei e suo padre lasciandoli senza il minimo rimorso di coscienza nella povertà più estrema e senza un posto dove andare, non è in definitiva così diversa da quella di ogni uomo che si volta dall’altra parte fingendo di non vedere, forte del proprio ruolo sociale e della propria prestanza, del proprio piccolo o grande potere, del proprio sfacciato e insensibile narcisismo. Del proprio essere parte integrante di un mondo iniquo, intimamente marcescente nelle sue prevaricazioni e nei suoi silenzi, e pensando alla storia travagliata vissuta da Il giardiniere (La crudeltà del mondo) verrebbe da dire pure nelle sue censure. Quasi come se qualcuno dei legislatori, guardando il film, si fosse visto allo specchio, e pur di non ammettere neppure a se stesso di non essersi piaciuto nemmeno un po’ avesse cercato di dare la colpa alle immagini. Dopo, sarebbe stata come sempre la Storia a rimettere le cose a posto.
Info
Il giardiniere, una copia online.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Trädgårdsmästaren (Världens grymhet)
- Paese/Anno: Svezia | 1912
- Regia: Victor Sjöström
- Sceneggiatura: Mauritz Stiller
- Fotografia: Julius Jaenzon
- Interpreti: Gösta Ekman, Gunnar Bohman, John Ekman, Karin Alexandersson, Lili Bech, Mauritz Stiller, Victor Sjöström
- Produzione: AB Svenska Biografteatern
- Durata: 36'




Giornate del Cinema Muto 2025
Giornate del Cinema Muto 2025 – Presentazione
The Price of Betrayal
Il carretto fantasma
Il posto delle fragole
Love’s Crucible