Skyfall

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Tutto, in Skyfall, si presta a letture multistrato, spesso dal forte sapore simbolico e freudiano. E Mendes imposta l’azione intorno a una perpetua tensione fisica quando non esplicitamente erotica.

Fragilità, il tuo nome è Bond

Dopo il totale fallimento di un’operazione a Istanbul, James Bond risulta disperso e viene ritenuto morto. Nel frattempo, a seguito di una fuga di notizie, le identità di tutti gli agenti operativi dell’MI6 vengono rese pubbliche su Internet. Il governo britannico chiama M a rispondere delle sue responsabilità. Proprio quando è lo stesso servizio segreto a essere attaccato, Bond ricompare e M lo incarica di rintracciare Raoul Silva, un pericoloso criminale con il quale ha una questione personale aperta. Seguendo una traccia che lo aveva portato da Londra al Mar Cinese Meridionale, Bond vede la sua lealtà messa a dura prova da dei segreti che M nasconde sul suo passato… [sinossi]

Se c’è una qualità che emerge nella nuova serie di 007 incarnati da Daniel Craig è probabilmente una sorprendente e ostentata fragilità del personaggio: a partire da Casino Royale, capostipite del rinnovamento della saga, il nuovo Bond ha perso la sua confortante bidimensionalità, è meno fumetto e molto più umano. Sarà forse una reazione naturale al trionfare sugli schermi dei supereroi dei comics, ma di certo possiamo dire che la serie cinematografica più longeva di sempre (siamo al ventitreesimo capitolo) punta sempre più su un protagonista sfaccettato e a tutto tondo. Meno sbruffone di Sean Connery, certo più coriaceo di Timoty Dalton (per non parlare dell’ormai obliato George Lazenby), meno ironico e sornione di Roger Moore e non bello e né sicuro di sé quanto Pierce Brosnan, lo 007 di Daniel Craig è stato ad oggi catturato, torturato, innamorato e tradito in Casino Royale di Martin Campbell e quasi piegato dalla sete di vendetta in Quantum of Solace di Marc Foster. Ora, con Skyfall, il personaggio prosegue il suo percorso rigenerativo concedendosi un’appropriata morte e un’ auspicata resurrezione nella carne che, a partire da un habitat acquatico-amniotico segna però solo l’inizio di percorso di rinascita che da fisica deve farsi necessariamente introspettiva e forse ancor più sofferta. È in questa direzione che Sam Mendes, primo autore conclamato (nonché premio Oscar per American Beauty) a dirigere un episodio della saga, spinge il suo protagonista, lasciandosi guidare e ispirare dalla fisicità spigolosa del suo interprete e mettendo Bond faccia a faccia con i suoi limiti e il suo oscuro passato. In Skyfall il MacGuffin è una lista di agenti segreti sotto copertura finita nelle mani del diabolico e ambiguo Silva (un eccezionale, seppur assai gigione, Javier Bardem), pronto a rivelare la loro identità, ma l’argomento centrale è ben altro: è la vecchiaia associata allo spettro di un pensionamento coatto, declinato a più livelli dal racconto. Il mondo cambia, i cattivi anche e l’MI6 deve rinnovarsi, a reclamarlo a gran voce è qui proprio il perfido villain, facendone saltare in aria la futuribile e arrogante sede londinese e pretendendo la testa del suo storico capo M (Judy Dench). Nella stessa direzione sembra andare poi la burocrazia, con il bigio funzionario Gareth Mallory (un algido e pettinatissimo Ralph Fiennes), pronto a licenziare l’anziana e potente signora. Anche per i servizi segreti, come per il protagonista, rinnovarsi significherà fare un salto carpiato all’indietro, nelle viscere della terra e della sua storia, trasferendosi in un luogo ancestrale e di pregnante rilevanza per il paese: i misteriosi tunnel di Churchill. Lo script ben congegnato da Neal Purvis e Robert Wade insieme a John Logan innesta uno sull’altro una serie di rimandi e rispecchiamenti, non perdendo mai di vista i personaggi e lasciando ampio spazio all’azione. Due sono le immersioni in acqua, posizionate in apertura e chiusura del film, tre le occasioni in cui il bersaglio a cui sparare è mobile e assai di valore, e due in fondo sono anche i protagonisti dalla storia: Bond e M.

Tutto, in Skyfall, si presta dunque a letture multistrato, spesso dal forte sapore  simbolico e freudiano (questioni edipiche emergono nel rapporto di Bond con la figura, al tempo stesso materna e paterna di M) e Mendes spinge poi oltre le sue tematiche psicanalitiche impostando l’azione intorno ad una perpetua tensione fisica quando non esplicitamente erotica, non più appannaggio del solo agente ed etero diretta verso la sue girls, bensì adoprata come vero e proprio strumento del comando. L’arma contundente diventa dunque, in più di un’occasione, la mera presenza fisica del personaggi: M di fronte al burocrate Mallory è un pulsante e aggressivo fascio di nervi e lo stesso si può dire di Bond quando, legato ad una sedia, affronta l’ambiguità sessuale e i problemi edipici di Silva, rilanciando da par suo. Anche quando tutto appare fermo dunque si muove, perché la rabbia, la sete di giustizia, la lealtà e la fedeltà alla patria (qui forse più ostentata che altrove), che sono come rappresi in personaggi, amplificano la forza dell’azione e il senso del pericolo,  aprendo il genere thriller a complessità inauspicate. Non a caso Mendes utilizza nei primi piani sempre una macchina da presa estremamente mobile e ondeggiante, molto più che nei momenti action. Al di là delle adrenaliniche sequenze d’azione, splendidamente coreografate e soprattutto, per una volta, anche accuratamente sceneggiate, è dunque l’energia compressa e pertanto erotica in senso lato dei personaggi principali lo strumento vero di liberazione e rinascita, che trasforma il peso dei corpi gravati dagli anni trasfigurandoli. Privati del loro copioso arsenale d’ordinanza così come degli usuali gadget futuribili, i protagonisti in Skyfall devono ripartire dunque da qualcosa che gli calza a pennello: il loro corpo e il loro passato, le uniche armi davvero nelle loro mani.

Questa ventitreesima avventura di Bond si segnala dunque come la più consapevole e autoriflessiva della serie, capace di offrire un affondo sui personaggi senza per questo abdicare alla sua promessa di avvincente intrattenimento. E in tal senso dà certo una marcia in più la strepitosa fotografia di Rogerg Deakins, capace di esprimere al meglio quel discorso sui chiaroscuri, sulle “ombre” dei personaggi, sui loro compiti talvolta ingrati e le relative responsabilità. Deakins predilige per la sequenza a Istanbul toni caldi e dorati d’ordinanza, mentre per la sortita a Shangai si lascia sedurre dai neon multicolore. Ma è proprio nella trasferta cinese che la sua creatività esplode poi in una sequenza al fulmicotone dove la partitura delle luci è protagonista assoluta dello schermo, deflagra la rigidità architettonica dei grattacieli delocalizzando il nostro sguardo e smaterializzando i personaggi in mere apparenze visive, ectoplasmi di luce natanti in uno spazio liquido.
Non mancano in questo capitolo che festeggia il cinquantennale del personaggio di James Bond strizzatine d’occhio rivolte ai fan: ecco citati nei dialoghi alcuni episodi della saga come “Bersaglio mobile” o “Solo per i tuoi occhi” e fare la sua comparsa, seppur in vesti contemporanee, l’amata segretaria Moneypenny. Ma è solo un altro trucco nelle mani dell’autore, un’esca di facile presa per trascinare lo spettatore di fronte alla sua paura più grande: quella di perdere il suo eroe.

Info
Il sito ufficiale di Skyfall.
La pagina facebook di Skyfall.
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