Mai Stati Uniti

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Con Mai Stati Uniti i Vanzina tornano negli USA – già set di due loro grandi successi, Vacanze in America e Sognando la California – ma ne vien fuori una commedia stanca in cui vengono riproposti i soliti cliché dell’italiano negli States.

Arizona Bros.

Antonio, un cameriere rovinato dalla passione per il gioco, Angela, una segretaria single divorata dall’ansia e dagli attacchi di panico, Nino un ex meccanico, divorziato e senza più lavoro, Carmen una precaria votata unicamente allo shopping, Michele un giovanotto ingenuo cresciuto in uno zoo: i cinque hanno ben poco in comune, anzi non si conoscono proprio. Ma vengono uniti da un notaio, grazie all’eredità di un padre mai conosciuto: erano fratelli e non lo sapevano! Per incassare l’eredità tutti insieme devono portare le ceneri del padre negli Stati Uniti e spargerle in un lago dell’Arizona… [sinossi]

Passano i decenni e il cinema di Carlo ed Enrico Vanzina rimane sempre uguale a se stesso, fedele a un’etica e a un’estetica della commedia che troppo spesso è stata confusa, anche e soprattutto a livello mediatico e critico, con i cosiddetti “cinepanettoni”, con cui solo sporadicamente i due fratelli hanno avuto a che vedere. Se si prendono in considerazione solo ed esclusivamente le produzioni pensate per il grande schermo, Mai Stati Uniti risulta essere la cinquantaquattresima regia di Carlo Vanzina: un tour de force che ha visto il pubblico italiano orfano dei film dei figli di Steno solo in un’occasione tra il 1979 e oggi (nel 1998 non uscì in sala nessun film firmato dal duo, mentre nel 1997 erano usciti Banzai e A spasso nel tempo – L’avventura continua e nel 1999 Il cielo in una stanza e Vacanze di Natale 2000), a dimostrazione ulteriore e definitiva di quanto la loro figura abbia inciso nell’industria nostrana, al di là di qualsivoglia lettura critica si voglia sposare riguardo i risultati ottenuti.
All’interno di questo percorso coerente e lineare, pur succube delle diverse epoche storiche attraversate (si analizzino alcuni film dei primi anni Ottanta come I fichissimi, Mystère e Sapore di mare confrontandoli con la messa in scena e l’estetica imperante di quelli realizzati sul finire del decennio, come I miei primi quarant’anni, Montecarlo Gran Casinò e l’iper-vanziniano Le finte bionde), un film come Mai Stati Uniti si ritrova su una strada già ampiamente asfaltata. Basterebbero infatti già i titoli di testa, dominati da un’animazione ironica e dall’onnipresente tormentone musicale, per certificare anche agli occhi dello spettatore più dubbioso l’evidente afflato vanziniano della pellicola.

Anche la trama e l’ambientazione del film proliferano una serie di rimandi ai precedenti parti creativi del duo capitolino: in primo luogo si ha la commedia corale, di stampo per lo più familiare, nella quale soggetti tra loro quantomai distanti per estrazione sociale e background culturale si ritrovano a dover condividere un’esperienza di vita in un luogo ben determinato. E non è certo un caso che il luogo sia rintracciato negli Stati Uniti, e per l’esattezza in quell’Arizona che rappresenta da sempre un universo a sé stante essenziale per la Settima Arte (1): due tra le più remunerate “trasferte” dei Vanzina furono infatti Vacanze in America – primo “seguito” apocrifo del capostipite Vacanze di Natale – e Sognando la California. Carlo Vanzina li fa rivivere entrambi in Mai Stati Uniti, giocando a più riprese sull’incapacità dell’italiano medio di confrontarsi con la cultura a stelle e strisce. Ne viene fuori una commedia stanca, in cui vengono riproposte le solite situazioni (l’improvvisa scoperta di non avere più denaro a disposizione, il road movie nei monumentali spazi aperti degli States, la naiveté congenita di personaggi tagliati con l’accetta) e si cerca in tutti i modi di tenersi lontani dalla deriva scurrile, vista sempre più come un demone di fronte al quale fuggire a gambe levate.
Eppure non è senza dubbio casuale che la sequenza più divertente del film, quella che vede a tu per tu un laido Maurizio Mattioli con Ricky Memphis, ceda al fascino oscuro del gergale, lanciando i due mattatori romani in un vis à vis senza esclusione di colpi. Ma si tratta di una spassosa eccezione: per il resto Mai Stati Uniti appare come un disco rotto, incapace di portare a termine la propria melodia. Anche il cast, dopotutto, funziona a intermittenza: agli ottimi Memphis e Ambra Angiolini fanno da contraltare un Vincenzo Salemme sottotono, una Anna Foglietta che ripete eternamente la stessa parte e soprattutto un pessimo Giovanni Vernia, comico che si affida sempre alle stesse due espressioni verbali con la speranza (vana) di trascinare con sé qualche spettatore nella risata. Davvero troppo poco.

Note
1. Tra gli innumerevoli film che hanno usato l’Arizona come set, viene naturale citare quantomeno Ombre rosse di John Ford, Johnny Guitar di Nicholas Ray, Il fiume rosso, Un dollaro d’onore e Rio Lobo di Howard Hawks, Psycho di Alfred Hitchcock, Arizona Junior di Joel Coen, Arizona Dream di Emir Kusturica, Easy Rider di Dennis Hopper, Strada a doppia corsia di Monte Hellman, Dead Man di Jim Jarmusch, Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, Alice non abita più qui di Martin Scorsese, Paura e delirio a Las Vegas di Terry Gilliam, Into the Wild di Sean Penn, Natural Born Killers di Oliver Stone, La guerra dei mondi di Byron Haskin, Grand Canyon di Lawrence Kasdan, Piranha 3D di Alexandre Aja, Confessioni di una mente pericolosa di George Clooney, Sfida all’O.K. Corral di John Sturges, Ritorno al futuro di Robert Zemeckis, Starman di John Carpenter, Quel treno per Yuma di Delmer Daves, Duello al sole di King Vidor, Jerry Maguire di Cameron Crowe, Geronimo di Walter Hill, La rivincita dei nerds di Jeff Kanew.
Info
La pagina wikipedia di Mai Stati Uniti.
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