Ana Arabia

Ana Arabia

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Amos Gitai torna a riflettere sul concetto di casa, radici e appartenenza, raccontando con Ana Arabia la storia di una famiglia arabo-israeliana in un unico, calibratissimo piano sequenza.

La continuità del conflitto

La giovane giornalista Yael si reca nei dintorni di Jaffa per incontrare la famiglia di Hassan, nella cui storia riecheggiano tutte le problematiche di un territorio martoriato da conflitti religiosi e sociali… [sinossi]

Dedicare la propria filmografia a raccontare le contraddizioni della propria terra. È di certo con la consapevolezza di non poter mai completamente renderne conto che l’israeliano Amos Gitai prosegue l’indagine sul suo paese e su quei concetti altrove dati per scontati come Patria, casa, appartenenza, radici. Oltre che regista anche architetto, Gitai dopo Bayit (Casa, 1980), la trilogia composta da Wadi (1981), Wadi, Ten Years After (1991) e Wadi Grand Canyon (2001), e il più recente News from Home/News from House (2006), torna dunque a esaminare i rapporti tra uomo e territorio in Ana Arabia, presentato in concorso a Venezia 70.

Laddove regnano la conflittualità e disgiunzione, Gitai sceglie brillantemente di imporre uno sguardo di continuità, riportandoci in un unico piano sequenza le storie di un gruppo di arabi israeliani che, nonostante l’ingiunzione di sgombero, si ostinano a vivere nella casa natale situata tra Jaffa e Bat Yam. Lo sguardo dell’autore si ritrova così ad attraversare nel suo percorso fluido, un caseggiato che si apre in cortili e giardini strutturati per la vita in comune, laddove a circondarlo sono degli aridi palazzoni popolari, prefigurazione di un futuro di omologazione e isolamento.
Questa volta, trattandosi di un film di finzione, l’autore non si mette in scena in prima persona (come avveniva tra gli altri anche in News from Home/News from House) affidando invece la sua indagine al personaggio diegetico della giornalista Yael (sguardo più giovane e forse meno disilluso del suo). Eppure la sua presenza, ora demiurgica ora partecipe agli eventi, è qui più forte che mai, veicolata dalla tecnica di ripresa prescelta e da uno script che si disvela progressivamente in tutta la sua elaborata e ragionata struttura. Motore immobile del film – che a lei deve il suo titolo – è il personaggio di Ana Arabia, una donna nata ad Auschwitz che una volta tornata in Israele ha sposato l’arabo israeliano Hassan e si è convertita all’Islam, finendo per essere emarginata dalla sua stessa comunità. Ana è morta, ma governa ancora il ritmo della vita quotidiana del marito, della figlia, della nuora e degli altri parenti o amici che gravitano intorno alla casa, cui noi rendiamo visita al seguito di Yael. Animata in maniera crescente dal desiderio di approfondire le loro storie, la ragazza si muove liberamente nello spazio domestico, tornando più volte indietro dai vari personaggi, sedotta dal richiamo irresistibile dei loro racconti.

Il fascino di Ana Arabia non risiede infatti solo nel suo virtuosismo visivo, quanto anche in una narrazione, altrettanto ben congegnata, che proprio grazie al prevalere del racconto orale si apre a metafore suggestive e pregnanti. Nelle parole dei personaggi si affronta infatti il concetto di ospitalità per parlare di convivenza, la speranza in un futuro differente è affidata alla figura del leggendario Antara, schiavo arabo dalla pelle nera che grazie al suo eroismo in guerra si guadagnò la libertà e il rispetto dei concittadini, mentre il giardino di casa è stato costruito da madre e figlia per riempire gli spazi vuoti tra una pietra e l’altra e ciascuna piantina, interrata con la sua confezione, se ne è poi liberata fuoriuscendo con tutte le radici. Il didascalismo è pertanto bandito eppure tutto risulta estremamente chiaro, in questo avvolgente percorso audiovisivo dove la tecnica cinematografica riesce ad essere, ancora una volta, una scelta politica.

Info
Il video sul canale labiennaletv della conferenza stampa di Ana Arabia.
Il trailer di Ana Arabia.
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