Journal d’une femme de chambre
di Benoît Jacquot
Benoit Jacquot firma una sua versione del romanzo Journal d’une femme de chambre di Octave Mirbeau realizzando una sua personale lettura della Belle Époque. In concorso alla Berlinale 2015.
Le serve
Francia, attorno al 1900. Venendo dal mondo luccicante parigino, l’elegante Celestina viene assegnata come cameriera in Normandia. Nella villa dei Lanlaire incontra il lascivo padrone di casa e la sua asessuata, tirannica e gelosa moglie. Celestina è determinata a evitare il destino toccato alla cuoca Marianne che ha già segretamente ucciso un bambino nato fuori dal matrimonio e ora disperatamente realizza di essere ancora incinta. L’esuberante domestica è intrigata da ciò che il misterioso valletto Joseph si appresta a fare: distribuisce volantini antisemiti e suggerisce che lei potrebbe lavorare per lui come prostituta a Cherbourg. [Sinossi]
“Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri sono tutti uguali ora”: così recita il celebre epitaffio finale di Barry Lyndon, una pietra tombale su un mondo passato. Non è così per Benoit Jacquot. Il regista francese porta al cinema, per la terza volta, la figura algida e obliqua della domestica Celestina, adattando Il diario di una cameriera di Octave Mirbeau, portato in scena sul grande schermo già da Renoir e Buñuel.
Nella leziosa ricostruzione della Belle Époque, nel fascino ambiguo di Celestina, interpretata da una Léa Seydoux imbrigliata in un ruolo da ballo in maschera, lasciatasi ormai alle spalle la ruspante Emma di La vita di Adele, albergano fantasmi che sono sempre in agguato, la dialettica servo/padrone, un mondo sottilmente razzista. Una società fatta di prevaricazione, dove permane un’élite aristocratica, nonostante la Rivoluzione Francese, che vive in modo parassitario, sfruttando un sistema di servitù/schiavitù. E un mondo dove albergano spettri oscuri, i titoli razzisti dei giornali, i volantini antisemiti. Un mondo squallido di campagna, semplice quanto arretrato, che si contrappone alla vita di città. Una ricostruzione in costume, storica che dialoga non poco con il mondo contemporaneo. E nel ritratto della sua camierera, il regista ripercorre tutto un cinema francese – si pensi agli affari di donne chabroliani – di aspra satira della borghesia. Ma Jacquot non può non avere in mente anche Le serve di Genet, l’universo claustrofobico, la sottomissione, ma anche il gioco delle parti serva/padrona. I riferimenti olfattivi che più volte vengono fatti nel film, paiono riprendere pagine del grande scrittore.
Leziosità per leziosità, Jacquot costrisce le scene d’interni con candele e lumini alla Barry Lyndon, dove le scene paiono illuminate da queste fonti di illuminazione diegetiche. Di più. Gioca coi riverberi delle stesse, o con altre sorgenti luminose, come la luna, concependo interi momenti su immagini scritte con la luce. Suona da contrappunto ironico, in un paese che è stato anche l’inventore dell’Illuminismo: qui il sonno della ragione comincia a generare mostri. E gocando ancora a rimpiattino con il cinema, Jacquot evoca Cherbourg, raccontata dal personaggio di Joseph con quei marinai che popolano la cittadina portuale. Basta un semplice accenno e pare di vederli quei leggiadri marinai vestiti di bianco, usciti dal film di Demy.
Tante buone idee che però rimangono abbozzate. Jacquot non riesce a sviluppare e portare avanti fino in fondo l’interessante impostazione di base.
Info
Journal d’une femme de chambre, la scheda sul sito della Berlinale.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Journal d'une femme de chambre
- Paese/Anno: Belgio, Francia | 2015
- Regia: Benoît Jacquot
- Sceneggiatura: Benoît Jacquot, Hélène Zimmer
- Fotografia: Romain Winding
- Montaggio: Julia Grégory
- Interpreti: Clotilde Mollet, Dominique Reymond, Hervé Pierre, Joséphine Derenne, Léa Seydoux, Mélodie Valemberg, Patrick D'Assumçao, Vincent Lacoste, Vincent Lindon
- Colonna sonora: Bruno Coulais
- Produzione: JPG Films, Les Films du Fleuve, Les Films du Lendemain
- Durata: 96'






Berlinale 2015
Berlinale 2015 – Presentazione
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