Tre cuori

Tre cuori

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Brutto tonfo per il cinema francese in concorso a Venezia. Tre cuori di Benoit Jacquot tradisce uno stanco appiattimento su mortificanti logiche industriali riproponendo un banalissimo triangolo amoroso. Debolmente ambizioso, risaputo e convenzionale, interpretato da un cast prestigioso ma svogliato.

Straziami ma di baci saziami

In un paesaggio di campagna nella provincia francese avviene una notte l’incontro casuale tra Marc e Sylvie. Parlando di tutto tranne che di se stessi, Marc e Sylvie passano alcune ore insieme scoprendo una forte intesa reciproca. Prima che Marc salga sul primo treno della mattina verso Parigi, i due si danno appuntamento nella capitale qualche giorno dopo. Eventi casuali fanno sì che solo Sylvie possa presentarsi all’appuntamento. Marc però non si dà per vinto e si mette alla ricerca della donna, senza ottenere successo. Durante le sue ricerche Marc conosce un’altra donna che scoprirà essere la sorella di Sophie… [sinossi]

L’industria ha proprie manifestazioni ovunque. Non è una novità, e anzi anche il cinema francese, sceso per la seconda volta in concorso a Venezia con Tre cuori di Benoit Jacquot, un prodotto di vaglia come tanti (ben peggiore de La rançon de la gloire di Xavier Beauvois che già era poco esaltante), ha sempre avuto una sua solida produzione popolare, che soprattutto in ambito di comico, commedia, fantasy e film d’azione è attualmente capace di sfornare film bruttissimi tanto quanto la peggiore produzione commerciale italiana. Ma niente di nuovo o di sconcertante; un’industria sana e vivace porta enormi vantaggi a una cinematografia nazionale, e c’è davvero poco da sbigottirsi se le leggi commerciali talvolta schiacciano la natura artistica del cinema. Da contesti prettamente industriali sono discesi film meravigliosi, molti hanno fatto anche la storia del cinema, perciò nessun pregiudizio, nessuna condanna preconcetta. Il problema, e anche un progressivo senso di sorpresa, vengono però dall’appiattimento di un’industria fertile come appunto quella francese, che lentamente sta invadendo anche gli spazi dei festival. Per due volte a Venezia in questi giorni ci siamo trovati di fronte a opere francesi deludenti, prive di particolari slanci, sfiatate e poco ispirate. Nel caso di Tre cuori di Jacquot ci sono pure numerose aggravanti, a cominciare dall’aria presuntuosa di un prodotto alla resa dei conti tanto stantio e insignificante.

Il film vorrebbe riproporre uno dei topoi più classici della narrazione non solo cinematografica, ovvero il triangolo amoroso, complicato ulteriormente dal fatto che lo stesso uomo ama successivamente due donne sorelle tra loro. Il tentativo è quello di rinvigorire un canovaccio frusto tramite una propria rilettura, che però non finisce mai per apparire tale. Jacquot riserva infatti le debolissime novità solo alla macrostruttura narrativa: una voce over da narratore impersonale, assolutamente pretestuosa, e il dipanarsi della vicenda su molti anni, che vedono il protagonista Marc (Benoit Poelvoorde) prima incontrare casualmente Sylvie (Charlotte Gainsbourg), mancare un secondo incontro a causa di un impedimento in stile Un amore splendido, e poi incontrarsi altrettanto casualmente con la sorella di lei, Sophie (Chiara Mastroianni), sposarla e mettere su famiglia scoprendo poco prima del matrimonio chi sarà la futura cognata. Anni di felicità che si tramutano in infelicità, passione, fato, e una cardiopatia che incombe. Non si capisce bene, in fondo, nemmeno quanto sia stata effettiva l’intenzione di Jacquot di ravvivare un intreccio classico, perché l’autore assume tutti i cliché più tipici del cinema francese al riguardo, a cominciare dal senso di fato ineluttabile e della passione senza dominio, per rimetterli in scena incredibilmente depotenziati, secondo le leggi di un cinema terribilmente borghese. Intendiamoci, buona parte del medio cinema francese attuale si colloca nella stessa, esausta sociosfera e sempre secondo le medesime coordinate: una borghesia medio-ricca di professionisti e/o artisti, quasi sempre parigini, che si dibattono in intrecci d’amore spesso ripetitivi, in chiave di commedia o di dramma. Ma di frequente tale cinema medio e un po’ uguale a se stesso ha dato vita a ottime opere, che hanno conservato il più delle volte una loro ineccepibile eleganza e godibilità. Il fatto nuovo è invece lo svilimento di tali schemi, che in Tre cuori si concretizza in una banale e asfittica riproposizione, stanca anche nella sua totale prevedibilità nell’assegnazione dei ruoli: la Gainsbourg sorella tormentata, la Mastroianni sorella ansiosa e rassicurante, Poelvoorde buffo amatore di entrambe.

La povertà dell’insieme è ravvisabile già all’esordio, quando l’evento che impedisce ai due amanti di rivedersi è risolto con un abusatissimo siparietto d’incomprensione tra Poelvoorde e due cinesi. Un momento di commedia fuori tono rispetto a un film che aspira al serioso dramma borghese, a cominciare dalle enfatiche sottolineature del commento musicale. A controcanto risponde il finale, goffo e ridicolo tanto quanto l’inquadratura conclusiva. Insomma, se non reimpaginato seconda una vera idea di regia e di racconto, l’amour fou dominato dal fato di tanto cinema francese finisce per rasentare la soap opera, sia nei dialoghi sia nella recitazione. Per il buon peso, Jacquot si permette pure il lusso di ricorrere alle risorse del subplot (escamotage più americano che francese), affiancando al braccio narrativo principale una vicenda di corruzione legata al lavoro di Marc, che nella vita fa l’ispettore fiscale. Non è un subplot casuale; furbo nelle intenzioni (un aggancio alla contemporaneità torna sempre comodo), il secondo filone di racconto vorrebbe anche costruire rimandi con la vicenda centrale, suscitando riflessioni su colpa ed espiazione. Ma il tutto è pesantemente enunciato, didascalico, infelice: un cinema borghese nel profondo che probabilmente non piacerà nemmeno ai borghesi. La svogliatezza dell’insieme è ben percepibile anche nella migliore delle attrici in gioco. Charlotte Gainsbourg si risparmia molto, sparendo pure dal racconto per un lungo tratto, e va in automatico seguendo altre sue prove in film simili. Tra gli altri, Poelvoorde e la Mastroianni sono poco più che professionali, e Catherine Deneuve interpreta l’ennesima madre borghese di questo suo ultimo scorcio di carriera. Industria impersonale e iterativa come raramente accade di vedere in un festival, per di più in concorso, che mostra l’emergere anche oltralpe di basse pratiche ben note al cinema italiano. Incredibile a dirsi, Tre cuori fa ampio ricorso al product placement, un tripudio di Lavazza e Mac. Segni di globalizzazione totale, se addirittura i francesi, spesso orgogliosamente nazionalisti, si piegano a fare pubblicità a un’azienda americana e (mon Dieu!) a un marchio italiano.

INFO
La scheda di Tre cuori sul sito della Biennale.
Il trailer originale di Tre cuori.
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