Run All Night – Una notte per sopravvivere

Run All Night – Una notte per sopravvivere

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Un action movie rozzo e alimentare, diluito e ripetitivo, dalle connotazioni etiche e familiari molto marcate ma anche tagliate con l’accetta: Run All Night, con un Liam Neeson sempre più parodia di se stesso.

Corsa a vuoto

Il gangster e cecchino di Brooklyn Jimmy Conlon, un tempo conosciuto come Il Becchino, ha vissuto giorni migliori. Amico di vecchia data del boss Shawn Maguire, all’età di 55 anni è perseguitato dai peccati commessi in passato e dall’astuto detective della polizia John Harding. L’unica consolazione di Jimmy si trova ormai sul fondo di un bicchiere di whiskey. Quando il figlio Mike, con il quale non ha più contatti da anni, diventa bersaglio della criminalità organizzata, Jimmy è costretto a scegliere tra la famiglia “adottiva” fatta di malviventi e la sua vera famiglia abbandonata anni prima… [sinossi]

Ma come sono fragili e dilaniati, contorti e dolenti gli uomini che Liam Neeson ha interpretato negli ultimi tre film diretti dal regista catalano Jaume Collet-Serra. Se il protagonista di Non-Stop aveva un passato ingombrante e quello di Unkwnown – Senza identità vedeva vacillare tutti i suoi punti di riferimento, il Jimmy Conlon dell’ultimo Run All Night – Una notte per sopravvivere non è certo da meno, col suo carico di cicatrici, colpe familiari, magagne giudiziarie e trascorsi da assassino senza scrupoli: un mix letale che lo tormenta, non gli dà pace, lo fa sprofondare nel baratro dell’alcolismo.
Il personaggio di Neeson, Jimmy, nel film è ovviamente di New York, vista l’ambientazione, ma come detto è anche un beone incallito, giusto per consentire a Neeson di rimandare smaliziatamente alle proprie origini irlandesi. Può sembrare un’osservazione peregrina, ma è in realtà utilissima ed esemplificativa, insieme a molti altri elementi, per rilevare quanto i film in cui Neeson si cimenta da un po’ di anni a questa parte siano sempre più ricalcati sornionamente su di lui e sulla sua presenza grave e statuaria, con quei dissidi interiori puntualmente in bella vista, ormai talmente ostentati e caricati in sede di sceneggiatura da trasformare l’attore nella parodia di se stesso: un antieroe cinematografico paludato e insopportabile, del tutto privo di un briciolo di quell’autoironia che renderebbe operazioni del genere non solo più simpatiche e accettabili, ma anche meno indigeste e fastidiose. E Run All Night, dove assistiamo a sovrappiù eccessivi e fuori luogo di apprensioni paterne poco tempestive e scontri etici, di scelte radicali e scazzottate fumettistiche (tutto insieme, una scena via l’altra), certamente non fa eccezione.

Se c’è una cosa per cui è ancora legittimo irritarsi, nella tendenza un tanto al chilo della critica contemporanea che è disposta nobilitare tutto e il contrario di tutto, è in fondo proprio la merceologia del sentimento e dei suoi derivati, l’utilizzo strumentale – in questo caso addirittura con esiti pecorecci – delle ragioni del cuore, del senso di colpevolezza e degli impulsi più vari. Al solo fine di far apparire meno grezza e più strutturata una messa in scena che non ha altro da garantire al di fuori dell’intrattenimento videoludico, delle espressioni patite di un Neeson che ha sempre il volto da cane bastonato, della scurrilità ammiccante riversata sui dialoghi solo per strizzare l’occhio, scimmiottando buffonescamente le battute madri di un vero film di gangster.
Anche rispetto al canovaccio standard del film di genere non è che questa storia cruenta di irlandesi a New York, divisa tra amicizia e vendetta, abbia poi molto da offrire: il ritmo è latitante, l’intreccio dispersivo e mai veramente adrenalinico, perfino le scene d’azione appaiono protratte e diluite all’infinito più per l’esigenza di tappare buchi e falle nell’evoluzione dei personaggi, cui s’affibbia un’intensità psicologica di fatto non molto mobile né dinamica, che per sollecitare il godimento dello spettatore.
A Run All Night, purtroppo, manca l’onestà di uscire allo scoperto, una dose di coraggio anche minima che basterebbe a godersi la propria dimensione beceramente industriale di sottoprodotto scult senza cercare mascheramenti e salti di qualità che non sono palesemente nelle sue corde e che però l’establishment produttivo richiede a gran voce, per provare a smarcare un lavoro simile dal magma indistinto dei b-movie straight-to-video e donargli una possibilità commerciale in più. Che poi magari, con un po’ di fortuna, si concretizza anche.

Un film che ha due idee in croce ad ogni modo non può, evidentemente, maneggiarle come se avesse tra le mani una complessità ora ruvida ora intimista. Per amor di buon senso, anzitutto. Dopotutto Run All Night, semplificando e riducendo in questa sede tutto all’osso come il film ci induce a fare in linea con la sua stessa approssimazione dilagante, è solo un film di facce: quella già citata di Neeson, quella scavata e rugosa di Ed Harris, ex amico fraterno del protagonista e ora suo acerrimo nemico, ma anche quella imbolsita e ammaccata del detective tutto d’un pezzo di Vincent D’Onofrio.
L’unico carattere più saettante è quello impersonato dal giovane e meno paludato Joel Kinnaman nei panni del figlio di Jimmy, Mike, ma la sua, come del resto tutto il film, pare una corsa a vuoto, una fuga tanto frenetica quanto meccanica, ferma al palo, inevitabilmente monca. Di europeo, nonostante le pretese della confezione già sbandierate da qualcuno, il film ha ben poco e gli scenari newyorkesi, col loro apporto potenziale di ambienti notturni e sofferenti, non vengono mai psicologizzati, fungendo solo da pigro e disinteressato fondale a un rendez-vous che si dipana rigorosamente tutto in una notte, basandosi su tensioni morali e conflittualità padre-figlio frettolose e generiche, in cui drammi sono evocati solo con frasi a effetto (“Ovunque andremo, quando passeremo quel confine, ci andremo insieme”) e non si ha davvero idea di dove andranno a parare.
Guardando Run All Night ci si chiede soltanto, ironicamente ma in tutta sincerità, perché non sia prodotto da Luc Besson, che proprio in veste di produttore ha contribuito a dare i natali a tantissime opere analoghe, seminando danni impunito a destra e a manca e tramutando certo cinema di genere e d’azione in un mero parco giochi, i cui realizzatori si trastullano eccome ma i cui avventori, se un minimo esigenti, si divertono a conti fatti molto meno.

Info
Il sito ufficiale di Run All Night.
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