Taklub

Precarietà assoluta del vivere e messa in discussione della fede. Brillante Mendoza dirige con efficacia ma senza lampi un nuovo dolente capitolo dedicato alla travagliata esistenza del popolo filippino: Taklub, in concorso in Un certain regard alla 68esima edizione del Festival di Cannes.

Perdere la fede

Dopo il passaggio del tifone Hayan che ha devastato la città di Tacloban nelle Filippine, le vite di Bebeth, Larry e Erwin si incrociano. I sopravvissuti cercano i corpi dei defunti, cercando di proteggere le loro vite e di conservare quel po’ di fede che resta. Una serie di avvenimenti continua però a metterli a dura prova. [sinossi]

Se le catastrofi naturali che hanno afflitto particolarmente le Filippine in anni recenti vengono rilette e ri-raccontate nel cinema di Lav Diaz con il filtro di una riflessione che porta sempre con sé – necessariamente – anche la dimensione politica e filosofica (basti pensare a Death in the land of encantos), Brillante Mendoza nel suo nuovo film, Taklub – presentato in concorso in Un certain regard alla 68esima edizione del Festival di Cannes – privilegia piuttosto l’aspetto puramente evenemenziale, il fatto in sé e le conseguenze immediate che esso comporta in una popolazione sempre più fiaccata.
Con un leggero scarto rispetto a titoli recenti come Lola o Thy Womb, infatti, Mendoza – pur proseguendo nella strada di un cinema intimo ed entomologico – stavolta sceglie una forma di racconto corale, come se davvero volesse rivolgersi a tutto il popolo filippino. E, del resto, sono tre le storie che scorrono davanti ai nostri occhi, tutte legate geograficamente ai disastri provocati dal tifone Hayan e tutte tese a mostrare la faticosa ricerca di un ritorno alla normalità. Centrale è in tal senso il personaggio interpretato da Nora Aunor che si dà da fare per raccogliere fondi e organizzare riunioni, aiutando il prossimo e guidata dal suo spirito cristiano.
E centrale, vale a dire senza sfumature, è anche la prospettiva di racconto scelta da Mendoza: non più il filtro di una storia precisa (la nonna di Lola, ad esempio, che vuole seppellire il nipote) capace di aprire all’universale, quanto piuttosto una vicenda che già in partenza vorrebbe porsi come universale (finendo per diventare generica e generalista): di fronte ai disastri naturali, è possibile credere ancora in Dio?

Mendoza declina questo tema ardimentoso con qualche scena e qualche intuizione riuscita (un incipit folgorante, l’onnipresenza visiva e fisica della pioggia, lo sguardo che si posa su quei corpi nella notte costretti a trasformarsi in fragili silhouette di fronte ai sovrastanti rovesci temporaleschi), appesantendo però il tutto con una simbologia decisamente sovraccarica. L’istintività quasi animalesca dell’approccio alla materia, l’essere attaccato alle cose e ai suoi personaggi, che sono sempre state le caratteristiche precipue del cinema di Mendoza, qui dunque si incagliano in un simbolismo spesso di grana grossa, tra crocifissi seppelliti dalle intemperie, processioni varie e tazzine raffiguranti parenti morti che si rompono a causa di un destino avverso.
L’efficacia primitiva e carnale della regia resta comunque salva in Taklub, così come l’aderenza e l’empatia nei confronti di personaggi che tentano in ogni modo di lottare per sopravvivere. Per colpa di una sorta di sovrastruttura ideologica (che si dipana sia sul piano narrativo che su quello simbolico), però, va a finire che Taklub non emoziona e non commuove. E per un film come questo è senz’altro un problema…

Info:
La scheda di Taklub sul sito del Festival di Cannes
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