The Danish Girl

The Danish Girl

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Dopo l’Oscar per La teoria del tutto, Tom Hooper cuce addosso a Eddie Redmayne un altro ruolo di conflitto con la finitezza del corpo. Ispirato alla vera storia di Einar Wegener, transgender danese d’inizio Novecento, The Danish Girl è convenzionale e prevedibile, ma anche serio e delicato nell’affrontare un tema rischioso. In concorso a Venezia.

Ingannevole è il corpo più di ogni cosa

Nella Copenaghen d’inizio Novecento, il giovane pittore Einar Wegener inizia per gioco a vestirsi da donna posando per i ritratti della moglie Gerda. A poco a poco Einar riscopre così la sua rimossa identità di genere, dando vita a una Lili di straordinaria credibilità femminile. Per Einar inizia un calvario tra rifiuto di sé, consulti medici e minacce manicomiali, senza rinunciare mai al sogno del cambio di sesso… [sinossi]

Il discorso del re di Tom Hooper è stato uno dei film da Oscar più sopravvalutati di sempre. La teoria del tutto di James Marsh aveva dato l’occasione a Eddie Redmayne di portarsi meritatamente a casa l’Academy Award per il miglior attore in giovane età, ma nel complesso si trattava di un’opera decisamente irritante e superficiale, una soap opera “all british” che riduceva un soggetto interessante in puro materiale da rotocalco. C’era dunque da aspettarsi il peggio dal fatale crocevia Hooper-Redmayne, impegnati oltretutto nella rievocazione di un’ennesima coppia anticonvenzionale, che grazie all’amore e alla vera comprensione reciproca riesce a superare, addirittura a inizio Novecento, gli steccati del “gender”. A ben vedere, le coordinate narrative di The Danish Girl ben si sposano, per vie indirette, alle due opere citate di autore e primattore. Come ne Il discorso del re, anche qui Hooper si dedica a un racconto d’epoca sui limiti del corpo e soprattutto sulle fallaci risposte di una medicina antiquata, zigzagando tra conclusioni psicanalitiche superate dalla storia, diagnosi ingenuamente crudeli e risibili terapie. D’altro canto, come ne La teoria del tutto Eddie Redmayne si trova di nuovo a interpretare un personaggio che sfida la finitezza del corpo: là si forzavano i limiti della malattia grazie a una mente prodigiosa, qui la sfida, se possibile, si fa ancora più radicale, rievocando un transgender d’inizio Novecento che non accetta di restare murato vivo e cerca vie di fuga in avveniristiche e rischiose operazioni di riassegnazione chirurgica del sesso. Stavolta l’impresa di Hooper era ancora più irta di insidie: ne Il discorso del re era piuttosto facile virare tutto in superficiale umorismo d’epoca (di fatto, mancava proprio tutto il retroterra tormentato del re balbuziente e uno sguardo più significativo sui condizionamenti socio-culturali alle radici del disagio di un tapino che non riesce a interpretare se stesso). The Danish Girl è invece un puro melodramma, che sposa da vicino retoriche di una neo-tendenza britannica mainstream, ricavando oltretutto il proprio materiale narrativo non da fonti originali (diari, epistolari e quant’altro), ma da una versione romanzata della vicenda di Einar/Lili realizzata da David Ebershoff nel 2000.

Insomma, le premesse di tali e tante sommatorie d’ispirazione facevano pensare al peggio. Eppure stavolta a salvare la baracca non interviene soltanto l’intensa e sapiente prova d’attore di Redmayne, ma anche l’intelligenza di un melodramma per il grande pubblico che ha comunque qualcosa da dire, sostenuto da un buon lavoro di sceneggiatura. Sia chiaro, certi passaggi di dialoghi non evitano le trappole della confezione-Harmony, così come certi giochetti insistiti sulla doppia identità del protagonista (al centesimo gioco di parole sui nomi Einar/Lili sale forte l’insofferenza). Ma The Danish Girl ha il merito di tentare un viaggio in profondità, costruendo rapporti umani tra i personaggi davvero significativi e riscrivendo i confini dei sentimenti. Amore, amicizia, solidarietà: tra Einar Wegener, sua moglie Gerda e l’amico Hans si sfrangiano a poco a poco le separazioni affettive, approdando a un’idea di calore umano decisamente distante da concetti poco simpatici come comprensione e tolleranza.
A inizio secolo, Einar Wegener è un giovane pittore danese sposato da circa sei anni con Gerda, a sua volta pittrice. Giocando con abiti femminili in compagnia della moglie, Einar finisce per riscoprire una parte sepolta di sé, ovvero la sua vera identità di genere, finendo per indossare sempre più di frequente i panni della “nuova Lili”. Per Einar inizia un calvario tra rifiuto di se stesso, consulti medici e minacce manicomiali, finché l’incontro con un futuribile chirurgo, il dottor Warnekros, non gli fa intravedere l’impensabile possibilità del cambio di sesso. Sostenuto dalla moglie, che ormai è divenuta una tenera compagna, e dall’amico Hans, Einar diventa quindi Lili, ma purtroppo i mezzi di cent’anni fa non sono quelli attuali. A tutt’oggi Einar/Lili è rimasto comunque uno dei pilastri pionieristici della cultura transgender.

Inaspettatamente Tom Hooper scopre stavolta accenti di vera intensità drammatica e non rinuncia alla franchezza. In tal senso colpisce molto la sequenza del peep-show, dove Einar si rifugia non per concedersi ai piaceri della visione muliebre, bensì per identificarsi nella nudità e nelle mosse della ragazza al di là del vetro scuro. Certo si tratta di un’idea di franchezza robustamente filtrata, avvolta cioè nei consueti toni morbidi delle luci che già dominavano Il discorso del re. La cifra espressiva di The Danish Girl resta infatti la tenera e furbetta malinconia, che tuttavia riesce a tenere lontani i rischi più prevedibili in operazioni di questo tipo (eccessi melodrammatici e/o ridicolo involontario). Puro mainstream che punta molto sulle prove degli attori, senza però pretendere da loro eccessi istrionici. Eddie Redmayne sfodera ancora il suo fresco repertorio di espressioni malinconiche; da La teoria del tutto a The Danish Girl, l’attore britannico sembra cercare una sua singolare lettura di gigioneria, tutta giocata sulla sottrazione e sulla forza del volto. Ma stavolta Redmayne trova un ottimo contraltare in Alicia Vikander, che vivifica con begli accenti di credibilità lo stereotipo della moglie comprensiva e angelicata (di nuovo, i parallelismi con la Felicity Jones de La teoria del tutto appaiono fin troppo immediati, a tutto sfavore della Jones). C’è dunque Harmony, c’è il melodramma, ci sono le lacrime in scena (molte, troppe), c’è la brutta abitudine di far parlare in inglese personaggi delle più diverse nazionalità, ci sono le inevitabili semplificazioni di questioni spinose in funzione di un’accessibilità popolare, ma c’è anche tanta serietà e delicatezza nell’affrontare un tema decisamente rischioso.
Eddie Redmayne, neanche a dirlo, è già dato tra i favoriti per la Coppa Volpi. Se la vincerà o no, al momento nessuno può saperlo. È facile però prevedere che il prossimo gennaio sarà di nuovo in corsa per il Premio Oscar.

Info
Il trailer italiano di The Danish Girl.
The Danish Girl sul canale Film su YouTube.
The Danish Girl sul sito della Mostra del Cinema di Venezia.
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