Tanna

Il primo film della storia parlato in lingua bislama è un melò che si rifà alle basi della letteratura occidentale (Giulietta e Romeo) per arrivare a mostrare la vita quotidiana delle tribù che popolano Tanna, un’isola dell’arcipelago Vanuatu. Un viaggio sentimentale e antropologico, vincitore della Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2015.

The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Wawa e Dain

In una società tribale del Pacifico meridionale, una ragazza, Wawa, si innamora di Dain, il nipote del capo tribù. Quando una guerra fra gruppi rivali si inasprisce, a sua insaputa Wawa viene promessa in sposa ad un altro uomo come parte di un accordo di pace. Così i due innamorati fuggono, rifiutando il destino già scelto per la ragazza. Dovranno però scegliere fra le ragioni del cuore e il futuro della loro tribù, mentre gli abitanti del villaggio lottano per preservare la loro cultura tradizionale anche a fronte di richieste di libertà individuale sempre più incalzanti… [sinossi]

C’è una prima volta per tutto, anche per un film di Vanuatu alla Mostra del Cinema di Venezia. E quale luogo migliore, per un esordio lidense, se non la Settimana Internazionale della Critica, dove quest’anno si registrava anche la prima apparizione di un film nepalese (The Black Hen di Bahadur Bahm Min)? E così lo schermo della Sala Perla si è illuminato degli annichilenti paesaggi di Tanna, isolotto che fa parte dell’arcipelago vanuatuano, dominato dall’incombente figura del Tukosmerail, il vulcano attivo che si erge oltre i mille metri di altezza, e circondato da acque cristalline. La delegazione del film, oltre ai registi Bentley Dean e Martin Butler – documentaristi alla prima incursione nel mondo della finzione cinematografica – era composta da alcuni dei protagonisti, la maggior parte dei quali per la prima volta lasciavano Tanna e il loro paese. Perché c’è una prima volta per tutto…
Per mettere in scena una delle tribù che ancora vive seguendo i propri usi e costumi, preferendoli al lascito coloniale delle abitudini occidentali, i registi hanno scritto la sceneggiatura mescolando i propri desideri narrativi al contributo della popolazione Yakel che sarebbe stata al centro della storia. Ne deriva un meticciamento del tutto inusuale, in cui lo sguardo della camera, inevitabilmente schiacciante nei confronti di un popolo che non ha alcuna dimestichezza con la tecnologia dei bianchi, si riallinea con la sincerità (termine da non scambiare in nessun modo con la supposta “verginità” su cui ancora si appoggia la lettura euro-centrica delle popolazioni del “terzo mondo”) di ciò che avviene sullo schermo, nonostante la scrittura.

Più che la storia di Wawa e Dain e del loro amore ostacolato dalle rigide regole sui matrimoni combinati, riproposizione in salsa oceanica della tragedia di Romeo e Giulietta, a occupare il nucleo fondante di Tanna è la morfologia stessa dell’isola, dal deserto di cenere sulle pendici del vulcano al mare cristallino, passando per la rigogliosa foresta. Come se Shakespeare cercasse un’osmosi con il Friedrich Wilhelm Murnau di Tabù, Tanna si articola tra documentario e melodramma, cercando di raggiungere un equilibrio tra le parti e spesso centrando l’obiettivo.
È la parte più legata all’analisi antropologica (ma più ancora fenomenologica e atmosferica) quella destinata a rimanere più impressa nello sguardo dello spettatore: Butler e Dean dimostrano di riuscire a intrappolare l’immagine nel quadro con sapienza soprattutto quando devono, anche per esigenza scenica, mantenere una distanza da ciò che prende vita davanti a loro. La dispersione dello sguardo dello spettatore, che replica con l’occhio la fuga verso il sogno impossibile dei due protagonisti, è il punto di forza di Tanna. Lontano da qualsiasi facile esotismo, il film riflette lo splendore della natura attribuendogli un valore narrativo, senza dover ricorrere a forzature evidenti, che invece di quando in quando fanno la loro apparizione nei dialoghi (la spiegazione della necessità del matrimonio combinato con il riferimento alla monarchia britannica ha un sapore posticcio, per esempio, e non sembra particolarmente essenziale).
Ma si tratta in ogni caso di dettagli trascurabili, rispetto alla potenza visiva e all’afflato sanamente popolare di una narrazione universale, quella di due giovani innamorati costretti a scontrarsi con l’ottusità dell’ambiente in cui vivono. Anche per questa capacità empatica – data anche dal guizzare vitale degli occhi dei protagonisti – Tanna ha riscosso in sala Perla uno degli applausi più convinti e rumorosi. Tra una risalita del vulcano, una fuga verso un campo cristiano – illusoria, perché non è lì che si può trovare l’agognata libertà – e una casa improvvisata in riva al mare, Tanna trascina lo spettatore in un vortice di umanità che trova spazio per deflagrare in un luogo all’apparenza fuori dal mondo, a pochi passi dal paradiso in terra. Un luogo che l’uomo bianco ha depredato e sfruttato, senza battere ciglio, e che ora torna a riprendere, forse per senso di colpa, chissà. Quel che resta è un’opera prima coinvolgente, emotiva e umorale. E può bastare.

Info
Tanna sul sito della SIC.
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