The Dressmaker – Il diavolo è tornato

The Dressmaker – Il diavolo è tornato

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Melodramma, revenge movie, acido grottesco, ambientazioni vagamente western, accensioni sanguinose. The Dressmaker di Jocelyn Moorhouse sposa l’estetica dell’eccesso. Per metà divertente, nell’insieme è prolisso e confuso. In Festa Mobile.

L’abito (non) fa la strega

Dungatar, villaggio immaginario nel brullo entroterra australiano degli anni Cinquanta. La bella e provocante Myrtle Dunnage torna dopo 25 anni per fare i conti con un mistero del passato che provocò il suo allontanamento dalla comunità. Divenuta in Europa una grande confezionatrice di abiti, la donna dà il via a una reazione a catena sull’onda della riscoperta dimensione del piacere. E intanto indaga nel proprio passato, di cui non conserva memoria, mentre sua madre Molly non ricorda, o finge di non ricordare… [sinossi]

Il perbenismo, e tutto ciò che ruota intorno al gioco tra apparenze sociali e scomode verità, è uno dei motori narrativi più popolari della tradizione del melodramma. Piccole comunità, pettegolezzi, ipocrisie, figli legittimi e illegittimi, violenze, passati taciuti, e nel mezzo il capro espiatorio, la figura facilmente emarginata per tare familiari, dubbiosi trascorsi, e anche per convinzioni misticheggianti. La donna, in special modo, è soggetta a tali identificazioni; la “donnaccia”, la lupa fonte di perdizione, la strega votata alla maledizione. In un piccolo villaggio dell’entroterra australiano anni ’50 ai limiti dello scenario western (Sergio Leone è tra i modelli dichiarati – diciamo con troppa fretta – da Jocelyn Moorhouse per questo suo nuovo film), Myrtle Dunnage torna dopo venticinque anni per rivalersi di un’onta ingiusta che si porta appresso fin dall’infanzia: fu accusata di aver provocato la morte di un bambino, suo crudele compagno di giochi, e per questo fu allontanata dalla comunità. Myrtle ha rimosso la dinamica dell’evento, e ritorna nel villaggio decisa a comprendere che cosa accadde davvero e a vendicarsi di tutti coloro che contribuirono a marchiarla col sigillo della colpa. Divenuta un’eccellente confezionatrice di abiti in Europa, Myrtle finisce per scatenare reazioni a catena sulle orme di una generale riscoperta del piacere. Con conseguenze comiche e anche tragiche, perché la repressione è sempre un’arma a doppio taglio.

Trasponendo un romanzo della connazionale Rosalie Ham, la Moorhouse lavora su materiali decisamente noti in ambiente-cinema, riallacciandosi alla lunga tradizione del melodramma provinciale, affollato di figure femminili giovani, meno giovani, ipocrite, agguerrite, represse, tarate, vendicative, o semplicemente infelici. L’autrice opta però per la contaminazione schizoide, variando con una certa efficacia tra il rispetto della convenzione (ampie pagine di agnizioni lacrimose) e la dissacrazione della zampata acida. In poco meno di due ore The Dressmaker tenta di far ridere, commuovere, spaventare con accensioni sanguinolente e, nell’insieme, consegnare allo spettatore un film robustamente prodotto, girato e interpretato. Al centro di una rete fittissima (pure troppo) di plots e subplots, Kate Winslet orchestra i toni con atteggiamenti da neo-gran dama dello schermo, ben supportata dalla consueta eccellenza di Judy Davis. Procedendo per contaminazioni, Jocelyn Moorhouse mira a far deflagrare il modello-melodramma tramite l’emersione degli interdetti sociali, che siano i provocanti abiti confezionati da Myrtle per le donne del villaggio, la riesumazione di vecchie tresche o le passioni feticistiche dell’uomo d’ordine (la cosa migliore del film: vedere Hugo Weaving andare in visibilio al tatto di tessuti e modelli sgargianti, dal femminile al torero, è francamente divertente). Una generale esplosione d’istinti, con relative indagini nella memoria per un mystery collocato nel passato della comunità. Contestualmente la Moorhouse compie scelte estetiche nell’ordine dell’eccesso: grandangoli, disinquadrature, deformazioni grottesche compiute tramite strumenti filmici e profilmici, con annesso ampio utilizzo del dettaglio. E poi esplosioni cromatiche (gli abiti), e sfondamenti sanamente sbrindellati nella comicità più grassoccia e sgradevole, e poi accadimenti sanguinosi. La messinscena di Jocelyn Moorhouse è furibonda e aggressiva, non lascia spazio a sottintesi.

Purtroppo però l’insieme risulta inutilmente sovraccarico, a partire proprio dalla gestione del racconto, che lascia presumere una scarsa rielaborazione del romanzo originario in materiale cinematografico (alla sceneggiatura ha collaborato anche P.J. Hogan, marito della Moorhouse, e si riconosce la sua mano: la generale aria camp e certe dinamiche narrative memori de Il matrimonio del mio migliore amico, 1997). La storia si perde infatti dietro a troppi personaggi in modo spesso gratuito, specialmente dopo il notevole calo di tensione narrativa a seguito della svolta più imprevedibile, cinica e beffarda. Da lì in poi The Dressmaker continua a trascinarsi per un’altra mezz’ora avendo poco altro da dire e imbastendo ulteriori intrecci senza grande necessità. E i flashback, per parte loro, si delineano come veri e propri scivoloni enfatici e accademici. In generale resta l’impressione di un film prolisso e inconcludente, piuttosto sagace nella sua stridente alternanza di registri, ma nel complesso irrisolto. Come al solito, di Kate Winslet non si può parlar che bene, ottima interprete anche quando sembra prendere in giro quei modelli (melo)drammatici ai quali spesso è associata. Intorno a lei, una selva di volti noti e meno noti. Chapeau per Judy Davis e Hugo Weaving. Liam Hemsworth, per contro, non è molto meglio del fratello Chris: aitante inespressivo chiamato a interpretare, coerentemente, un basico belloccio.

Info
La scheda di The Dressmaker sul sito del Torino Film Festival.
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