Intervista a Emanuela Martini

Intervista a Emanuela Martini

La partecipazione del pubblico cittadino, i complessi equilibri della programmazione, l’importanza della retrospettiva e degli omaggi. Di questo e altro abbiamo parlato con Emanuela Martini, direttore del Torino Film Festival, tra le poche kermesse cinematografiche a registrare, al momento, un aumento di presenze. Cerchiamo di capire perchè…

Questo è il tuo nono anno al festival, il secondo da direttore, e abbiamo notato che, in controtendenza con altri eventi, qui a Torino le presenze aumentano. 

Emanuela Martini: Sì è vero, il pubblico è in aumento e non parlo degli addetti ai lavori ma degli appassionati, dei cinefili. Credo succeda perché dopo un po’ gli spettatori iniziano a capire che ogni film del festival ha il suo perché. Noi nel reparto artistico siamo dieci, e certo non può esserci una totale corrispondenza nei gusti, ma ogni film che è stato selezionato è stato anche molto amato da chi l’ha trovato, l’ha scelto e poi lo ha voluto per il festival. Neanche al pubblico monoliticamente può piacere tutto quello che va a vedere, ma in ogni caso si è creato un rapporto di fiducia tra selezionatori e spettatori, che è la fortuna di questo festival.

Tra i festival italiani poi, questo è unico che ha un forte legame con la città.

Emanuela Martini: Beh, Torino ha un pubblico straordinario e poi è l’unico festival metropolitano che c’è in Italia. Qui succede in piccolo quello che troviamo anche a Berlino o a Toronto: la gente si mette in fila ordinatamente e affolla le sale. Io poi consiglio sempre: ” Se non trovate posto per il film che avete scelto, andate nella sala accanto che magari c’è un film che vi sorprende”.

Dalla programmazione però emerge una difficoltà, che è generale e dunque non di solo questo festival, nel trovare qualcosa di innovativo e scommettere su nuovi autori. È così?

Emanuela Martini: Il concetto di scoperta è molto ristretto, voi come stampa siete piuttosto raffinata, certi nomi ve li potete ricordare, ma altri no. Per esempio Sophie Deraspe, che ha portato quest’anno Les loups, potete ricordarvela perché è stata qua con Les signes vitaux. Voi ve la potete ricordare ma tanti altri vostri colleghi no. E poi ci sono comunque come ogni anno molti esordienti, anche giovanissimi.

Forse però quest’anno è mancato qualcosa come l’omaggio a Josephine Decker che c’era nella passata edizione e che ci ha fatto scoprire l’importanza di questa cineasta.

Emanuela Martini: Quello era un omaggio legato alla Fondazione Sandretto, perché la Decker aveva fatto una performance lì. Quest’anno invece la Fondazione ci ha proposto di fare una sezione di video arte “Artrum”, per cui ci siamo mossi in quella direzione. In compenso però, per parlare di focus, abbiamo avuto tre film di Sion Sono su cinque che lui ha fatto quest’anno.

Abbiamo visto i film italiani, sia in concorso che nelle altre sezioni e li abbiamo trovati tutti interessanti per vari aspetti, per altri però anche imperfetti. In base alla selezione che avete fatto, qual è lo stato di salute del nostro cinema?

Emanuela Martini: Diciamocelo francamente, tutti i film italiani vogliono andare a Venezia, questa è la prima cosa che tentano di fare. O magari anche a Locarno. Pietro Marcello per esempio, che ha vinto il Torino Film Festival nel 2009 con La bocca del lupo, per il suo nuovo film Bella e perduta ha preferito Locarno ed è giusto così, perché aveva bisogno di una grande vetrina internazionale. Quindi in generale nella selezione dei film italiani noi dobbiamo giocare su un terreno che è già stato dissodato da altri. Io credo che uno dei settori più interessanti su cui andare a cercare i film italiani sia quello al confine tra realtà e finzione, che è appunto dove si muoveva il film di Marcello, ma anche quelli di Minervini e altri. E infatti due dei quattro film che presentiamo sono su quel limitare lì e che poi è anche il terreno su cui scavano meno gli altri festival. Parlo soprattutto di Colpa di Comunismo di Elisabetta Sgarbi e Mia madre fa l’attrice di Mario Balsamo, mentre Lo scambio di Salvo Cuccia è un film narrativo, anche se è il primo film di finzione di un documentarista e I racconti dell’orso è una stravaganza, fatta da due registi giovanissimi Samuele Sestieri e Olmo Amato. Io credo che nel cinema italiano, ma non solo, si debba andare a premiare anche delle incompiutezze, perché a volte trovi dei film “troppo compiuti” che finiscono per non essere belli, o almeno per non piacere a noi. Tra l’altro nel concorso ce ne sono altri di film, anche non italiani, che si muovono su questi territori tra documentario e fiction, come per esempio God Bless the Child di Robert Machoian e Rodrigo Ojeda-Beck. Secondo me questi territori qui sono molto interessanti.

Pensi che all’interno del sistema produttivo italiano il reference system che governa l’attribuzione dei fondi statali possa costituire un limite alla creatività, alla sperimentazione?

Emanuela Martini: No, non credo. Io non so quanti lo chiedano poi il fondo ministeriale, ma credo che se ti arrivano dei soldi vada sempre bene. Penso anche però che i finanziamenti uno deve andarseli a cercare. Quest’anno abbiamo dato il Gran Premio Torino a Terence Davies che in quarant’anni di carriera ha fatto 8 film, ma non perché non li vuol fare, magari è uno che si prende i suoi tempi, questo sì, ma ci ha messo 18 anni a fare Sunset Song perché non trovava una produzione. E lo stesso gli è successo con il suo primo film, ci ha messo 8 anni a fare la trilogia, ovvero quei tre film diversi ma in sequenza l’uno con l’altro: Children glielo ha pagato il BFI, Madonna and Child è stato il suo film di diploma, Death and Transfiguration l’ha pagato di nuovo il BFI. Pensiamo poi anche a Tangerine, il bellissimo film di Sean Baker, che è sempre quest’anno qui a Torino: lui l’ha girato con l’iPhone 5, probabilmente perché era l’unico modo per poterselo produrre in autonomia. Ovviamente, comunque, il mio non vuole essere un invito a girare i film con l’iPhone 5, perché per girarli devi essere Sean Baker. Ma, ecco, secondo me uno deve insistere e anche vedere quanti compromessi si sente di accettare per fare un film, perché certo, se prendi i fondi dalla Trentino film Commission, poi il film lo devi andare a girare lì, non hai alternative.

Riguardo alla retrospettiva, vedendo i titoli cha hai scelto e che affrontano la fantascienza soprattutto come distopia, ci è venuto da pensare che anche titoli come ad esempio Todo Modo di Petri o Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini potevano – quasi per assurdo – essere inseriti nel programma.

Emanuela Martini: Sì certo, ma allora ci può essere tutto. Considerate che, quando io ho fatto la mia prima lista, c’erano circa 250 titoli. Molti verranno poi proiettati il prossimo anno – visto che come con la New Hollywood la retrospettiva sarà spalmata su due anni. Per esempio faremo i film di Alain Resnais, di William Klein o La jetée di Chris Marker che è fondamentale. Il panorama anche solo di film che sono più strettamente fantascientifici è enorme.

Non avete pensato ad un certo punto di concentrarvi su una sola cinematografia, ad esempio quella inglese?

Emanuela Martini: No, perché la fantascienza è un genere trasversale che poi tra gli anni ’60 e ’70 attraversa gli autori e i paesi, e questa se ci pensiamo è una cosa abbastanza curiosa. Quest’anno poi ci sono pochi orientali, il prossimo ce ne saranno di più, mentre come avete visto c’era anche un film ceco, The End of August at the Hotel Ozone, e stanno cercando di mandarcene altri perché lì la produzione di film di fantascienza è stata molto cospicua in quegli anni.

Spesso vediamo nei festival internazionali che per le retrospettive, come fa Cannes Classics per esempio, non si attua più una vera e propria selezione bensì si prendono i film appena restaurati in digitale, senza fare una scelta editoriale a monte. Ci sembra che tu abbia fatto una scelta opposta, proiettando and esempio It Happened Here di Kevin Brownlow e Andrew Mollo in Beta Digitale, pur di proiettarlo.

Emanuela Martini: Per me quest’anno il film di Brownlow e quello di Peter Watkins The War Game erano fondamentali anche perché sono molto simili: usano la stessa tecnica, però il primo parla dei nazisti, il secondo della bomba atomica. Oramai i grandi festival tipo Cannes e Venezia non fanno più le retrospettive che facevano prima, almeno a Venezia, anche perché nessuno durante questi festival così pieni di film ha mai il tempo di andarsele a vedere. Torino è diverso perché da noi, come anche a Berlino, la retrospettiva è uno dei cardini del festival, e lo è sempre stata.

Può un festival come questo, scegliendo anche copie “imperfette” avere un ruolo attivo nell’indicare alle cineteche quali film bisogna salvaguardare?

Emanuela Martini: Io adoro fare le retrospettive, le faccio da anni, da quando ero al Bergamo Film Meeting, e vi devo dire che 20-25 anni fa se cercavi il cinema di genere non lo trovavi certo nelle cineteche, dovevi rivolgerti ai collezionisti privati o ai distributori, se li avevano conservati. Ad esempio, il BFI – che dovrebbe conservare i film inglesi – le pellicole della Hammer non le aveva. Da noi i restauri di Bava sono miracoli che arrivano di tanto in tanto ed ecco allora che qui abbiamo potuto proiettare Terrore nello spazio. Qualcosa sta cambiando, evidentemente. Io una delle prime retrospettive che ho fatto è stata su Edgar G. Ulmer, che allora era un autore sconosciuto e di “serie B” che nessuno pensava di preservare o conservare, e ho dovuto prendere tutto dai collezionisti privati. Purtroppo però ora i collezionisti sono fuori gioco perché ad esempio in molti, soprattutto quelli americani, avevano film in 16mm, che è un formato che ora non proietta più nessuno. È vero, qui al festival abbiamo ancora il proiettore in 16, ma il fatto è che non posso mandare tutta una retrospettiva in 16. Senza contare poi che molti collezionisti ormai, non potendole proiettare, le hanno vendute, oppure in alcuni casi gonfiate in 35.

Per il centenario della nascita e il trentennale della morte, avete scelto di fare un omaggio a Orson Welles programmandone tre film, Quarto Potere, Mr. Arkadin, L’infernale Quinlan. Ma per esempio di Mr Arkadin esistono 7 versioni diverse. Come avete lavorato in tal senso?

Emanuela Martini: No, di Mr. Arkadin ovviamente abbiamo proiettato solo una versione, l’interesse principale per noi era far vedere il film. Comunque siamo l’ultimo festival dell’anno solare e in un anno come questo di celebrazioni su Welles, era difficile programmare qualcosa a partire da gennaio – perché è a cominciare da gennaio che dobbiamo prendere certe decisioni – pensando ad esempio che nessuno avrebbe fatto la locandina con Welles – e su questo siamo stati fortunati, visto che nessun altro oltre a noi l’ha fatta – o pensando magari che qualcun altro avrebbe proiettato qualche taglio appena ritrovato o un nuovo restauro. Anche il Museo del Cinema qui a Torino ha già fatto quest’anno la retrospettiva Welles, senza però i tre titoli che abbiamo scelto noi. Volevo poi proiettare anche Falstaff ma quello, dato che c’era Battiston che portava in giro il Falstaff teatrale, lo ha proiettato il Museo, quindi noi non l’abbiamo preso. Insomma in un anno come questo, arrivati a novembre, il pubblico del festival le rarità su Welles le ha già viste, e per la stessa ragione una retrospettiva non aveva senso, perché ormai ce ne sono state tante. Per cui ho scelto di fare il manifesto e quei tre film che secondo me costituiscono un po’ una “trilogia del potere” ovvero Quarto potere, Mr. Arkadin e L’infernale Quinlan e che comunque i giovani non hanno mai visto sul grande schermo, soprattutto Arkadin che è un film misteriosissimo, io lo trovo molto affascinante e divertente e ci tenevo che il pubblico di Torino lo vedesse.

Info
Il sito del Torino Film Festival.

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