Demon

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Per la sezione Sorprese di genere alla 27esima edizione del Trieste Film Festival è stato presentato Demon di Marcin Wrona, giovane regista polacco scomparso lo scorso settembre: un horror yiddish inusuale e inquietante, capace allo stesso tempo di riflettere sul tragico destino degli ebrei polacchi.

Tutti morimmo a stento

Un giovane è in visita nella città natale della sua futura moglie. Come regalo di nozze, riceve dal padre della sposa un terreno dove i due potranno ristrutturare la casa di famiglia. Mentre lavora nella sua nuova proprietà, l’uomo trova delle ossa umane: da lì in poi un fantasma comincerà ad ossessionarlo, fino a fargli perdere il controllo proprio durante il banchetto di nozze. [sinossi]

Rispetto al già noto e spesso celebrato cinema rumeno, alla 27esima edizione del Trieste Film Festival è stato possibile soffermarsi anche sulla sorprendente vitalità del cinema polacco, non solo con i nuovi film di due grandi maestri, lo Zulawski di Cosmos e lo Skolimowski di 11 Minutes, ma anche grazie al focus dedicato a un regista come Marcin Koszałka e, ancora, a documentari come Brothers di Wojciech Staron. E a corroborare l’impressione di una cinematografia che negli ultimi tempi ha espresso opere di grande valore vi è stato anche Demon, presentato nella sezione Sorprese di genere nel corso di uno degli ultimi giorni di programmazione del festival triestino.
Purtroppo l’autore del film, Marcin Wrona, è prematuramente scomparso lo scorso settembre, morto suicida, e questo tragico evento contribuisce a rendere ancora più inquietante un lavoro come Demon che aveva presentato pochi giorni prima al Festival di Toronto.

Infatti il suo terzo film da regista (i precedenti erano My Flesh My Blood, presentato alla quarta edizione del Festival del Film di Roma, e Chrzest) lo si potrebbe definire con qualche forzatura nientemeno che un horror yiddish, perché si richiama alla tradizione ebraica – in particolare a quella degli ebrei polacchi – e la riscrive nel segno dell’inquietudine e della possessione demoniaca.
Il protagonista, l’attore israeliano Itay Tiran, rappresenta la nuova generazione di polacco, ormai dimentico del passato, più abile ad esprimersi in inglese che nella lingua avita; la futura moglie invece viene da una famiglia di tradizione strettamente ebraica; e il nido d’amore dei due sarà proprio la casa appartenuta ai parenti di lei da più generazioni e ora abbandonata.

Pur pagando il dazio di un incipit poco convincente – e registicamente poco incisivo – Demon cresce man mano d’intensità e arriva a connotarsi, nella lunga notte del banchetto nuziale, come un visionario incubo ad occhi aperti, dove accadono eventi sempre più inspiegabili, a partire dal deliquio di cui resta vittima il protagonista che – ritrovatosi ad essere posseduto dallo spirito di una ragazza morta molto tempo prima e le cui ossa sono state da lui ritrovate proprio nel giardino di casa – comincia a parlare in yiddish e a farsi prendere da convulsioni incontrollabili. D’altro canto, Wrona gestisce questo progressivo percorso nell’irrazionalità in un modo decisamente personale, scegliendo di seguire solo in maniera collaterale i modelli del genere (a partire da L’esorcista) e preferendo piuttosto concentrarsi sull’aspetto storico-sociale, sullo sfaldamento di una comunità, che infatti reagisce alla perdita di razionalità del novello sposo in modo schizofrenico – chi con rabbia e cattiveria (il padre della ragazza), chi con disinteresse (il prete che dovrebbe occuparsi dell’esorcismo), chi lasciandosi andare alla baldoria più sfrenata (la gran parte dei partecipanti alla festa).

Wrona rispetta tutti i classici del genere horror – il segno della colpa nascosto sottoterra, l’apparizione del fantasma, il ritorno del passato al cospetto dei contemporanei ormai dimentichi dei loro misfatti – ma rilegge il tutto in un dramma da ‘fine di mondo’ affondando il discorso sulla natura stessa dell’identità polacca e di ciò che è stato l’ebraismo in quel paese. Se poi non vi è apparente soluzione al mistero è solo perché non vi è mai soluzione al mistero che riguarda l’umano: la sua innata capacità di dimenticare l’orrore, di rimuovere la morte, per poter andare avanti e magari partire ancora una volta, sperando di non portare con sé i fantasmi del passato, sono per l’appunto le questioni centrali del film di Wrona.

Una scavatrice che attraversa la cittadina deserta del sud della Polonia, un terreno completamente ‘azzerato’ pronto per costruirvi ex novo, un vecchio professore che nessuno vuole ascoltare perché ha la lacrima facile nel ripensare ai vecchi tempi e che poi però diventa fondamentale in quanto è l’unico a conoscere ancora l’yiddish, un laico nichilista che di volta in volta si presenta come intrattenitore da palco e musicista, come medico e come cupo annunciatore della damnatio memoriae: Demon accumula elementi fortemente simbolici, personaggi grotteschi e agghiaccianti, sequenze sempre più paradossali (splendida la scena di una ragazza completamente ubriaca che si mette a cantare, piangendo, una canzone tradizionale), e usa tutto questo per metterci di fronte al nulla dell’esistente. Nel frattempo l’ampio fiume davanti al paesino in cui è ambientato il film continua a scorrere indisturbato e non vi è più un ponte da quando i tedeschi lo distrussero nella Seconda Guerra Mondiale. La patria è la terra del rimosso e la civiltà si avvia al suo declino definitivo, prossima a tornare cenere.

Info
La scheda di Demon sul sito del Trieste Film Festival.
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