Ritratto di signora

Ritratto di signora

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Da un celebre romanzo tardo-vittoriano di Henry James, Ritratto di signora di Jane Campion sposa la narrazione di ampio respiro a un “nuovo mondo” di nevrosi e angosce esistenziali. Intelligente, barocco, algido, recitato magnificamente. In dvd e blu-ray per Pulp e CG.

1872. L’americana Isabel Archer, giovane ed entusiasta, giunge in Europa da parenti inglesi e rifiuta più proposte di matrimonio in nome della propria libertà e desiderio di esperienze. Finisce però poi vittima di un matrimonio sbagliato con il crudele Gilbert Osmond, artistucolo velleitario conosciuto a Firenze… [sinossi]

L’età vittoriana perde certezze, s’incupisce, il lieto fine volontaristico non è più garantito. E intanto la donna non è più la stessa, è inquieta, non del tutto consapevole, a metà del guado, ancora vittima dell’amore romantico e delle relative idealizzazioni, ma comunque in viaggio. Nel 1996 Jane Campion colse l’occasione del noto romanzo “Ritratto di signora” (1880-81) di Henry James per raccontare (anche) una fase dell’evoluzione femminile in un’ottica vettoriale della storia. Con grande serietà l’autrice neozelandese non tentò di spingere a forza contenuti e idee a posteriori nel tessuto narrativo di una fonte letteraria che non li prevedeva: nessuna idea forzosa di femminismo o quant’altro come lettura autoriale di un classico, bensì semplicemente il racconto di “una di noi” (come annunciano platealmente i titoli di testa su volti e corpi di donna), che in una certa epoca ha sofferto “come noi” per se stessa e per la propria autodeterminazione. Rispetto della lettera per quanto riguarda lo spirito, ma grande lavoro sulla messinscena.
Nel 1880 il Regno Unito aveva davanti a sé altri vent’anni di età vittoriana, ma un modello culturale vincente, fondato su dedizione, laboriosità e ottimismo tecno-scientifico, iniziava a dare i primi cenni di cedimento. Non è più tempo per il lieto fine alla Dickens che veniva a sancire una riconquistata e gratificante serenità dopo centinaia di pagine (o decine di puntate in dispensa) di sciagure e peripezie. Si comincia ad andare più a fondo, a scavare nei rovesci psico-esistenziali di un’epoca e delle sue mistificazioni sociali. Prima di ogni altra cosa Ritratto di signora è infatti un film crudele, che contrappone il vitalismo di una giovane donna venuta dal Nuovo Mondo all’aria mortifera di un’Europa che sopravvive a se stessa (com’è noto, Henry James era un americano naturalizzato inglese e dedicò molte delle sue opere al rapporto/conflitto tra America ed Europa). È crudele non solo per lo spietato complotto ai danni della protagonista sul quale si fonda tutta l’impalcatura del racconto, ma anche e soprattutto per la sua discesa nelle contorsioni di psiche schiave dell’anelito al dominio e alla sopraffazione.

La vicenda narra dell’amaro destino di Isabel Archer, giovane americana in viaggio in Europa presso parenti inglesi, che per la sorpresa di tutti si trova a rifiutare più proposte di matrimonio in nome di un suo desiderio di esperienze e libertà. Su di lei veglia Ralph, un cugino malato di tubercolosi e destinato a breve vita che la renderà ricca e che cercherà in ogni modo di dissuaderla da un matrimonio disastroso con Gilbert Osmond, un gelido velleitario conosciuto a Firenze. Isabel invece non dà ascolto a nessuno e abbandona in un sol colpo tutti i suoi scalpiti libertari cadendo vittima di una trappola romantica ordita ad arte da un’oscura amica, madame Merle. Gli scopi di Osmond e madame Merle saranno svelati a poco a poco, mentre Isabel si trasforma in un’oscura signora imprigionata in una vita mondana che mai ha veramente desiderato, mentre il marito le costruisce intorno una gabbia gelida e sadica.
Benché le primarie intenzioni di Jane Campion siano mosse dall’evidente desiderio di raccontare la storia di “una di noi”, è altrettanto evidente che a poco a poco Ritratto di signora sposta il proprio centro d’interesse verso tutt’altro raggiungendo esiti ancor più meritevoli. La storia di Isabel Archer è infatti inscritta in una messinscena che dà conto innanzitutto di un mondo in trasformazione, di significati in mutamento, di ruoli che si perdono e di universali schiavitù.
Più di ogni altra cosa Jane Campion dà vita a un universo narrativo in cui il denaro è il motore quasi esclusivo delle sue dinamiche, mentre persone e orizzonti esistenziali vanno incontro a una totale “cosificazione” (tanto per dirla con Sartre). In tal senso l’uso ricorsivo del dettaglio assume un ruolo decisivo; non si tratta solo di compiaciuta esibizione di preziose filologie scenografiche, tra servizi da tè, cuscini, mobili d’antiquariato o quant’altro, bensì di un consapevole ragionamento sull’emersione degli oggetti come scopo ultimo dell’esistenza nella fase terminale di un processo culturale.

Dalle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione industriale, alla nevrosi di Isabel Archer prigioniera di mobilie e fastose vesti. Ma ancor più schiacciante è il rapporto “cosificante” tra i vari personaggi, molti dei quali cercano di appropriarsi rapacemente dell’esistenza di qualcun altro. Di più: cercano di trasformare altri in oggetto proprio. Osmond con la figlia Pansy, plasmata e plagiata. Madame Merle con Isabel, invidiosa del suo denaro e della sua giovinezza. Osmond con Isabel. La sorella di Osmond e altri con onnipresenti e disgustosi cagnolini. E ovunque pullulano dettagli su riproduzioni inanimate di oggetti amati (intelligentissima intuizione narrativa di Jane Campion), dal calco della manina del figlio morto che Isabel custodisce, alla bambola che madame Merle stringe al petto in un sommo travaglio di maternità negata, all’omino che Pansy bacia e pone sul cuore in ricordo dell’amato Rosier.
Per tutti vige una disperata ricerca di oggetti esterni che giustifichino la propria esistenza, che colmino un vuoto lacerante al quale non si sa dare una risposta. Ritratto di signora evoca un universo insomma tutto percorso da angosce e nevrosi, manifestazioni inedite di infelicità ottocentesche nel “migliore dei mondi possibili”. Vuoti e solitudini che trovano una malsana forma di compromesso nel legame sadomasochistico come tra Osmond e madame Merle, che soltanto nel torturarsi a vicenda sembrano trovare piacere e una ragione per vivere. Al di fuori di tali aridi orizzonti restano soltanto le vestigia di una vecchia Europa in via di sparizione, dove figure attardate di romantici non a caso sono destinate alla malattia e alla morte (il cugino Ralph Touchett). Sparisce un mondo di ideali romantici a cui confusamente pure Isabel sembra ancora legata, e ne emerge un altro dominato da nuove convenzioni e moderne rapacità. È la nascita del mondo moderno, colto ai suoi albori.

Jane Campion fugge quindi dal prevedibile film in costume per mettere a massimo frutto le caratteristiche di quel cinema in funzione di tutt’altra riflessione. Ad arricchire la visione gelida e nevrotica su un mondo di certezze in via di sgretolarsi intervengono precise scelte filmiche come le ricorrenti inquadrature sghembe che fuggono con decisione dal racconto mimetico, e come alcune accensioni barocche e surrealiste che ricordano il cinema pregresso dell’autrice, in questo caso omaggio a se stessa non sempre giustificatissimo (la migliore, la sequenza onirico-sensuale di Isabel coi suoi corteggiatori: più pretestuosi gli inserti in bianco e nero, che pure hanno qualche punta geniale in aria di Buñuel anni ’20).
Tuttavia Ritratto di signora trova nella sceneggiatura, nel suo ampio respiro narrativo e nella direzione d’attori la sua chiave di volta espressiva. La Campion dà vita a personaggi vibranti e appassionanti, con una menzione speciale per l’indimenticabile madame Merle di Barbara Hershey, un ruolo fantastico al servizio di un’enorme prova attoriale. E al contempo l’autrice sceglie di conservare l’ampia portata narrativa del romanzo ottocentesco, seguendo le vicende nel loro dipanarsi su molti anni, con conseguenti evoluzioni e involuzioni nei molti personaggi.
Molto efficace appare in tal senso l’evoluzione di Nicole Kidman nei panni di Isabel, che dopo il matrimonio approda alle tetre vesti di lutto per il figlio e alla fisicità di una statua inerte in vita, una vera e propria musealizzazione durante noiosi ricevimenti mondani. In mezzo a cotanta ricchezza espressiva la Kidman raccoglieva una delle sue prime occasioni per mettersi in mostra come attrice a tutto tondo (all’epoca la scelta della Campion di affidare a lei il ruolo di Isabel Archer suscitò più di una sorpresa e molto scetticismo): ne uscì con l’onore delle armi e presumibilmente con la congiuntivite per le troppe lacrime dell’ultima mezz’ora, ma è altrettanto vero che più di lei restano ben marchiati nella memoria i personaggi dei suoi comprimari, dal sofferto Ralph di Martin Donovan al prevedibile ma ineccepibile Osmond di John Malkovich, alla già citata Barbara Hershey.

Probabilmente se dovessero rigirarlo oggi, Ritratto di signora non riuscirebbe a coprire neanche i costi di cachet per gli attori, visto che nei suoi ruoli secondari annovera pure Christian Bale e Viggo Mortensen, all’epoca giovani o non conosciutissimi. Fu anche uno degli ultimi film per Shelley Winters e John Gielgud. Un cast prestigiosissimo, tra vecchie e nuove leve, per un tripudio di laceranti opposti. Glaciale e rovente, algido e barocco, come le lame di luce che violentemente scendono spesso dall’alto a sfregiare i volti dei protagonisti in mezzo all’oscurità di magioni o luoghi d’arte fiorentini. Come la musica di Wojciech Kilar, che dopo il Dracula (1992) di Coppola veniva a dar voce alle angosce di una signorina anticonformista ma ancor vittima dell’amore romantico. Uno dei frutti migliori del cinema anni Novanta, benché a conti fatti non tantissimi oggi ne abbiano chiara memoria.

Extra
Trailer originale e making of (53′) in lingua originale con sottotitoli italiani.
Info
La scheda di Ritratto di signora sul sito di CG Entertainment.
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