La confessione della signora Doyle

La confessione della signora Doyle

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Melodramma sensuale e simbolico in ambiente proletario, La confessione della signora Doyle di Fritz Lang mostra tracce ben riconoscibili di coerenza autoriale. Protagonista una sempre straordinaria Barbara Stanwyck, e uno dei primi ruoli di rilievo per Marilyn Monroe. In dvd per Sinister e CG.

Da una pièce teatrale di Clifford Odets. La non più giovane Mae ritorna al suo villaggio originario sulla costa californiana, dove si vive di pesca e di lavoro in un conservificio. Con alle spalle più di una delusione, la donna va a vivere a casa del fratello più giovane, e viene corteggiata da Jerry, un bonario italoamericano molto affezionato a un caro amico, il brillante Earl reduce da un matrimonio disastroso. Benché attratta da Earl, Mae decide di sposare Jerry per dare una raddrizzata alla propria vita. Ma alla passione si può mentire solo per periodi brevi… [sinossi]

Una volta giunto negli Stati Uniti, Fritz Lang mise il proprio stile al servizio anche di un buon numero di melodrammi, fondati su testi di partenza di qualità diseguale ma spesso valorizzati da precise scelte estetiche. La confessione della signora Doyle (1952) viene da un testo teatrale di Clifford Odets, ed è innanzitutto miracolosa la sua rielaborazione in ambiente-cinema, capace di diluire l’impostazione da palcoscenico in una messinscena del tutto lontana dalle pratiche non esaltanti del cosiddetto “teatro in scatola”. Della forma d’arte originaria resta soltanto la spiccata laboriosità dei dialoghi, che tuttavia sono dinamizzati da un apparato audiovisivo sapientemente frammentato, che rifiuta la prevalenza di interni e che anche quando si rinchiude tra quattro pareti fugge dalla piatta trasposizione tramite un uso intelligente del linguaggio cinematografico. Intelligente in primo luogo poiché testimone di un profondo lavoro sulla fonte preesistente e di una marcata riflessione sulle sue necessità (o meglio, possibilità) in forma di film. Così in La confessione della signora Doyle Lang personalizza un testo pregresso tramite l’enfasi su temi e stili a lui cari, valorizzando alcuni elementi espressivi per renderli funzionali a una propria lettura.

È una storia di vinti, di desiderio di riscatto, di scalpitanti istinti libertari e di richiamo al senso del dovere, calata in un contesto proletario di pescatori californiani. La non più giovane Mae (Barbara Stanwyck, straordinaria come sempre) torna al proprio villaggio d’origine dopo aver provato invano a trovare fortuna altrove in cerca di un’esistenza più agiata. Da sconfitta e disillusa, Mae prende alloggio a casa del fratello più giovane, un pescatore fidanzato con Peggy, una procace ed entusiasta bionda (addirittura Marilyn Monroe, in uno dei suoi primi ruoli di maggior rilievo). La donna conosce poi Jerry (Paul Douglas), un umile italoamericano buono come il pane, che sa di essere meno brillante e vincente di Earl (Robert Ryan), suo carissimo amico con alle spalle un matrimonio fallimentare. Tra Mae ed Earl è evidente la forte simpatia e attrazione, ma per una volta Mae cerca di fare la cosa giusta e convola a nozze con Jerry, mettendo al mondo pure una bambina. Ovviamente alla passione si può mentire solo per periodi brevi, e tra Mae ed Earl inizia una relazione alle spalle del povero Jerry. Il triangolo avrà un esito assai poco prevedibile.

Il testo di Odets sembra conservare qualche affinità col successivo classico di Tennessee Williams “Un tram che si chiama desiderio”. Benché i profili di Mae e di Blanche Dubois siano assai diversi, in entrambi i casi vediamo al centro del racconto due figure di donne vulnerate da un passato di sconfitte e annichilite dalla progressiva perdita della giovinezza, alla sconsolata ricerca di un riscatto in un contesto di varie brutalità proletarie.
A un singolare crocevia tra Renoir, Visconti e le nevrosi sudaticce alla Tennessee Williams, La confessione della signora Doyle evoca un universo di duro lavoro, canottiere sporche e lacerate e timidi desideri di felicità privata. Ma a portare scompiglio giunge per l’appunto la Mae di Barbara Stanwyck, donna ferita e per questo portatrice di dannazione per chi le sta accanto, ben consapevole di questa sua macchia indelebile. “Non è colpa tua, c’è qualcosa che è in me”, dice in uno dei momenti più amari. È la spinta inquieta verso una libertà personale che non si riesce a domare o colmare nemmeno tramite scelte diverse di vita.
Non sarà un caso se appena due anni dopo con La bestia umana (1954) Fritz Lang si dedichi a una sua rilettura di un classico di Emile Zola che già era stato portato al cinema da Jean Renoir (L’angelo del male, 1938). Già in La confessione della signora Doyle è ben riconoscibile l’interesse di Lang per i rapporti tra istinto e classi popolari, soprattutto intorno a gelosia, impulsi violenti e desiderio di possesso.
In fin dei conti è rintracciabile un filo rosso che tiene insieme Emile Zola, Jean Renoir, alcuni film di Lang e pure Tennessee Williams: la ricognizione di nevrosi e riflessi dell’inconscio determinati dalle condizioni di vita, che nei testi originari di Zola si legano a una precisa idea di fatalismo sociale. In alcuni film di Lang ricorre invece l’interesse per la pulsione in sé per sé (il fondamentale M, il mostro di Düsseldorf, 1931) e per le sue implicazioni sul piano morale. E spesso della pulsione, anche se calata in contesti ben riconoscibili sotto il profilo sociale, Lang dà comunque una lettura fuori dal contingente, legandola sostanzialmente a un’idea di messinscena fortemente sensuale e simbolica.

Negli Stati Uniti Fritz Lang lavorò spesso su commissione, e in tal senso sembrerebbe difficile tracciare un percorso di coerenza espressiva riguardo alle diverse storie che l’autore si trovò a narrare. Ma è l’inconfondibile impronta stilistica a dare la misura della coerenza autoriale, ovvero di volta in volta Lang si appropria dei testi più diversi per condurli a sé e alla propria idea di cinema. In tal senso risulta esemplare anche La confessione della signora Doyle, che pur restando un melodramma è narrato con le cadenze di un tipico noir langhiano. Di più: il film mostra frequenti squarci simbolici ed espressionisti, a cominciare dalle reiterate riprese delle scroscianti onde del mare, piazzate nell’incipit sui titoli di testa e più volte richiamate a sottolineare il montare tumultuoso della passione. Dopo i titoli di testa il film si apre con una lunga introduzione silenziosa, scandita da brevi inquadrature di spazi vuoti ben note alla poetica langhiana e tutta centrata sull’attività umana alle prese con la pesca e il lavoro nel conservificio. Assistiamo a un’alienante catena di montaggio, tutta giocata sull’assenza di voce umana, che nei suoi ritmi meccanici non può non ricordare Metropolis (1927). Ma ancor più significativo risulta rintracciare in tutto il film il tipico taglio langhiano delle inquadrature, che giocano moltissimo tra campo e fuori-campo, ricorrendo a linee geometriche trasversali che fuggono in prospettiva e che spesso si frangono contro i limiti del frame.
È un tratto personalissimo del cinema di Lang, al crocevia tra rigore espressivo e angoscia fruitiva. Volendo forzare un po’ la mano sulla linea della “politica degli autori”, anche in La confessione della signora Doyle possiamo ritrovare tracce della tragica violenza insita in qualsiasi atto di giustizia umana, ciò che animava un capolavoro come M, il mostro di Düsseldorf.
Quella tragica relatività dell’etica applicata, specie se praticata secondo principi di giustizia sommaria, che pur in un contesto decisamente meno drammatico (là un infanticida, qui una storia di tradimento coniugale) emerge anche negli scontri tra i miseri Mae, Jerry ed Earl. Tre vittime, ognuna con le proprie ragioni, che si danno il cambio nel suscitare solidarietà nello spettatore. È impossibile infatti elaborare conclusioni definitive su torti o ragioni dei tre protagonisti: ciascuno ha il proprio bagaglio di dolori e sconfitte, ciascuno è un vinto, nessuno dei tre è in malafede. L’etica di massa, quella delle facili certezze, è di nuovo in scacco, secondo un preciso spirito langhiano.

Il film ha anche un lieto fine, che tuttavia non giunge posticcio o convenzionale, ma a perfetta conclusione di un percorso umano. Uno dei lieti fini più credibili e drammatici che il cinema americano ricordi. E Barbara Stanwyck regala un ennesimo e memorabile ritratto di donna, sempre dannata per sé e dannante per chi la ama, ma stavolta anche ferita e consapevole. Una dark lady in ambiente popolare che ha perso per strada avidità e istinto alla manipolazione, e che ha svelato invece il suo volto disilluso.

Note: la versione doppiata cambia i nomi di alcuni dei protagonisti (Marta in luogo di Mae; Fred in luogo di Earl) e presenta alcuni reintegri in lingua originale con sottotitoli che evidentemente erano stati tagliati nella prima edizione italiana.
Info
La scheda di La confessione della signora Doyle sul sito di CG Entertainment.
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