Rabid – Sete di sangue

Rabid – Sete di sangue

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Corpo umano, mutazioni, malattia, sessuofobia. A quasi 40 anni dalla sua uscita in sala Rabid di David Cronenberg è ancora capace di raccontare inquietudini esistenziali in chiave pre-digitale. In blu-ray per Pulp Video e CG.

Sopravvissuta a un incidente in moto, Rosy viene sottoposta a un esperimento di trapianto di pelle da parte di un dottore visionario che sta lavorando a un progetto di ricerca da anni. Peccato che la pelle trapiantata appartenga a persone morte. Rosy sviluppa così una strana malattia che la spinge a nutrirsi del sangue di altri, trasmettendo loro una sorta di idrofobia. Ben presto la città finisce in stato d’assedio da parte dei contagiati… [sinossi]

Dalla fine degli anni Sessanta in poi, più di sempre iniziano a fare capolino sugli schermi nordamericani strani morbi, mostruose epidemie che spesso prendono forma in famelici desideri nei confronti di altri esseri umani. Dagli zombi di George Romero ai poco definibili “vampiri” di Rabid di David Cronenberg il passo è breve, e lo è altrettanto da lì ai vari contesti d’assedio del cinema di John Carpenter. Per vie più o meno dichiarate è un cinema post-consumistico, in cui l’oggetto di consumo finisce per identificarsi con il corpo umano, ultima meta di mostri desiderosi di sbranare vittime innocenti. Se però nel cinema di Romero (nella fattispecie l’imprescindibile La notte dei morti viventi, 1968) la tendenza allegorica conserva una sua marcata evidenza, in Cronenberg i confini si sfrangiano, le suggestioni espressive sono distanti, la riflessione si sposta su altri territori.
Al centro vi è sempre il corpo umano, trasformato in dominio di sperimentazioni e profanazioni, ma la riflessione sembra prediligere i paesaggi mutati dall’avvento della macchina, o meglio, a un livello ancor più embrionale rispetto al successivo cinema di Cronenberg, dall’intervento dell’uomo su se stesso. Se la macchina è il prodotto più vistoso del progresso scientifico, giunto ai limiti della creazione di nuovi soggetti del tutto autosufficienti, d’altro canto l’uomo mostra enormi capacità anche nel lavorare con il sé come materiale, e in quel sé sono compresi in primo luogo la carne e il corpo.

Secondo tale linea di ragionamento non appare affatto casuale che Rabid prenda le mosse e si svolga in buona parte all’interno di una clinica di chirurgia plastica, nuova frontiera di una società occidentale in via di farsi edonistica, strumento quasi neonato e per questo ancora ammantato a metà anni Settanta del fascino della novità lontana ed elitaria (non certo come adesso, ché, Paolo Sorrentino docet, una puntura di silicone non si nega a nessuno). In quella clinica un tipico dottore visionario sta studiando da anni trapianti di pelle umana, ricavata dai corpi di morti e innestata sui pazienti. Malgrado le titubanze dei colleghi, il dottore procede alla prima sperimentazione effettiva sul corpo di una ragazza, Rosy, che ha avuto un incidente in moto nelle vicinanze della clinica. Non ci saranno crisi di rigetto, come temuto da alcuni dei collaboratori della clinica, ma Rosy svilupperà una strana forma di mutazione, trovandosi sotto un’ascella una sorta di famelica vagina dalla quale spunta fuori un fallo-pungiglione pronto a succhiare sangue a povere vittime indifese. Il morso di Rosy non va soltanto a saziare la sua sete di sangue e la fame di esseri umani, ma trasmette anche alle vittime uno strano morbo simile all’idrofobia. In breve tempo la città si ritrova assediata da orde di contagiati, a cominciare proprio dal dottore che ha provocato la catastrofe con la sua invenzione.

Il soggetto di Rabid percorre strade piuttosto note quantomeno nelle sue linee generali. I virus movies costituiscono una specifica tipologia riconducibile in qualche modo al filone catastrofico, laddove invece del cataclisma naturale interviene un’indomabile malattia a mettere a repentaglio i destini di un’intera città, nazione o mondo, con tanto di quarantena, stato d’assedio, sparate a vista e crescenti fascismi nella gestione del disordine sociale. Anche Cronenberg costeggia in parte tali suggestioni, relegandole però a elementi secondari e sottolineati tutt’al più da una certa gelida ironia (le testimonianze in tv, la morte del Santa Claus al centro commerciale…). Sicuramente Rabid è percorso da un’urgenza iconoclasta, beffarda e aggressiva, ma Cronenberg trova terreno a lui congeniale nella contaminazione, nell’entrata in collisione di mondi separati, nella deformazione di un mondo che innanzitutto vede perdere integrità al suo primo fondamento: l’inattaccabilità e univocità del corpo umano. Nemmeno il proprio corpo può più essere definito uno e indivisibile. Possiamo trasformarci in chiunque. Siamo all’alba digitale.

A ben vedere la stessa operazione cinematografica di Rabid si colloca sul crinale della contaminazione: è una produzione per il mercato regolare ma ha per protagonista un’ex-pornostar, Marilyn Chambers, è un b-movie a basso budget che si affida all’efficacia del pugno nello stomaco, ma è arduo definirlo come un horror. Sia pure dominato da una buona gestione della suspense, il film di Cronenberg raramente fa saltare sulla poltrona. Di ogni singola sequenza sappiamo quale sarà l’esito, poiché sappiamo che la fame di Rosy è inarrestabile e che non risparmierà nessuno dei suoi incontri casuali. Quanto a violenza esplicita Cronenberg appare anche piuttosto pudico, visto che lascia molto all’immaginazione di chi vede. Più che a un vero e proprio horror, assistiamo in realtà all’irruzione dell’irrazionale in un contesto a suo modo piatto e un po’ squallido. La clinica protagonista somiglia a un ospedaletto qualsiasi appena più lussuoso, popolato da soggetti di non particolare eleganza. Si aprono però vagine sotto le ascelle che al loro interno contengono falli aggressivi.
È l’immaginario di Cronenberg a fare da detonatore nel piatto tran-tran di una clinica da telefilm, è la sua regia squisita ed estremamente funzionale a far dimenticare le facili incongruenze narrative da b-movie. È soprattutto la profonda riflessione sull’essere umano come entità in mutamento a ispessire il discorso filmico. In appena 87 minuti Cronenberg condensa un saggio filosofico su paure e nuovi orrori del mondo occidentale, ma potremmo dire dell’essere umano in quanto entità ontologica. L’uomo cronenberghiano è innanzitutto androgino; in una vagina trova posto un fallo, entrambi affamati e minacciosi. Di riflesso Rabid evoca un universo percorso esclusivamente da pulsioni erotiche, che si accompagnano al dilagare della malattia come causa ed effetto insieme. Una sorta di antropologia avveniristica in cui regna sovrana la nevrosi, dal momento che all’insaziabile voracità erotica si affianca una sessuofobia paralizzante. La fame è irresistibile, ma se cedi alla fame muori. L’essere umano è malato, da sempre, dalla sua comparsa sul pianeta, poiché è l’unico essere capace di desiderare e negarsi il desiderio.

Raramente la politica degli autori è risultata efficace come nel caso di David Cronenberg. La sua filmografia appare infatti un coerente sviluppo di una serie di suggestioni intorno all’idea della contaminazione. Il demone sotto la pelle (1975) e Rabid si confrontano col corpo umano e le sue minacce esterne/interne; ne La mosca (1986) la contaminazione si fa ancora più violenta. Più avanti sarà l’androginia a sfumare i confini (M. Butterfly, 1993) o il sesso troverà nuove forme di espressione condizionate dall’oggetto (Crash, 1996). Persino un film apparentemente lontano da tali suggestioni come A Dangerous Method (2011) si tramuta in ulteriore dissertazione su uomo e mutazione: cos’è del resto la psicanalisi se non la promessa di una radicale mutazione, il miraggio di diventare “qualcun altro”?
Ovunque nella filmografia di Cronenberg aleggia l’idea dell’uomo nuovo, ma mai visto come una speranza. Semmai, come un incubo in divenire. Rabid è anche animato da un pregnante spirito metropolitano, ulteriore giro di vite sulla sessuofobia nei confronti di una figura femminile volitiva e aggressiva. Quando Marilyn Chambers varca la porta di un cinema a luci rosse, viene subito in mente Travis Bickle di Taxi Driver, che peraltro si aggirava per le sale porno più o meno nello stesso anno. È una delle sequenze più pregnanti dell’intero film. Marilyn Chambers, che di quelle sale è stata protagonista sullo schermo, torna in mezzo al pubblico per partecipare a un nuovo corpo. Anche la fruizione del porno, conquista anni Settanta, racconta la nascita di un corpo nuovo. Un corpo capace di essere sufficiente a se stesso anche nel piacere tramite il supporto della macchina (il sesso proiettato sullo schermo), secondo inedite linee di solipsismo. Uomo e macchina. Uomo e il suo doppio. La dissoluzione dell’essere umano. Almeno dell’uomo come lo conoscevamo.

Extra: trailer originale, galleria fotografica.

Info
La scheda di Rabid – Sete di sangue sul sito di CG Entertainment.

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