Sully

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Con Sully Clint Eastwood porta sul grande schermo una storia semplice che ci parla di eroismo, senso del dovere e dell’eterna lotta tra l’individuo e la legge. Al Torino Film Festival 2016 in Festa Mobile.

Codici di geometria esistenziale

Il 15 gennaio 2009 il volo US Airways 1549, partito da New York e diretto a Charlotte, s’imbatte, dopo il decollo, in uno stormo di uccelli che causa il malfunzionamento di entrambi i motori. Il pilota Chesley “Sully” Sullenberger effettua un ammaraggio sulle acque del fiume Hudson, salvando la vita di 150 passeggeri e dell’equipaggio. [sinossi]

Gli uccelli. Hitchcock ne aveva ben compreso la pericolosità, specie quando riuniti in minacciosi stormi. Per Franco Battiato atterrano meglio di aeroplani, le loro traiettorie sono impercettibili, probabilmente dettate da codici di geometria esistenziale. Tutto vero, non c’è dubbio, e lo può senz’altro confermare Mr. Chesley “Sully” Sullenberger, pilota di linea che il 15 gennaio del 2009, poco dopo il decollo del suo aereo, si vide andare in avaria entrambi i motori a causa dell’impatto con un folto gruppo di pennuti. Con quarant’anni di carriera alle spalle, Sully valutò in pochi istanti la situazione e decise di ammarare sull’Hudson, salvando passeggeri ed equipaggio.

È una storia che profuma di eroismo, senso di responsabilità, esperienza e istinto quella di Sully, tutti elementi di cui il cinema statunitense è da sempre cantore privilegiato, sin dai tempi di Griffith, e che Clint Eastwood non ha mai smesso di declinare all’interno della sua filmografia. Presentato in anteprima al Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile, alla presenza del vero Chesley Sullenberger, Sully indaga, ma senza psicologismi, i tormenti di un pilota (Tom Hanks) che dopo essere stato acclamato dai media come un eroe, si ritrova, insieme al suo collega (Aaron Eckhart) ad affrontare un processo che mette in dubbio la necessità della sua scelta, nel nome di calcoli ingegneristici e simulazioni di volo.

Sully ansima, per i dubbi che lo attanagliano e per l’abuso dello jogging che inizia a praticare per dare sfogo allo stress, è tormentato da incubi, diurni e notturni, in cui il suo aereo si va a schiantare proprio contro i grattacieli di Manhattan. Eastwood si concentra soprattutto sul volto del suo protagonista, un Tom Hanks in grado di far recitare anche il suo doppio mento, parte da un incubo e inscena un incubo, personale e collettivo. Sully sogna di non avercela fatta e il suo sogno è in fondo un déjà-vu che tutti ben conosciamo, la replica di quella tragica traiettoria orizzontale che puntava dritto a scalfire una verticalità prometeica, quella del World Trade Center, già simbolica prima che reale.
È dunque dell’11 settembre 2001 che Eastwood ci sta parlando e dell’elaborazione collettiva di quel trauma che è ancora fresco nell’America del 2009, oltretutto alle prese con una spietata crisi economica e dunque più che mai bramosa di buone notizie. Sostituire l’11/9 con il 15/1 è questo il desiderio quasi infantile che prova l’americano medio (è il personaggio di un tassista ad esporre questa teoria all’interno del film) di fronte al Miracolo dell’Hudson (così fu definito l’ammaraggio di Sully), una bella utopia a sfondo però prettamente numerico. Numerica come i calcoli ingegneristici che mettono sotto accusa Sully e la sua prodezza aerea. Ma un trauma non può essere sanato affiancando ad una data dal significato tragico un’altra dai risvolti salvifici, così come le scelte di un uomo non possono essere giudicate dai calcoli né dalle simulazioni. C’è il fattore umano da considerare. Con Sully Eastwood mira dunque principalmente a ristabilire l’equilibrio tra le regole sociali e l’individuo, come il più classico dei western, come la più classica delle storie americane.

La retorica, piuttosto asciutta in questa occasione, del regista di American Sniper è tutta volta all’esaltazione dell’etica personale e di quella del lavoro, sia esso quello di Sully, del collega co-pilota o degli iperefficienti soccorritori. Tutti in questa storia adempiono alle loro mansioni, donando una rinnovata linfa al senso del vivere la collettività.
È una storia semplice quella di Sully, anche troppo, a tratti si ha l’impressione che il suo contenuto non basti a riempire l’intera durata del lungometraggio e deve essersene accorto anche Eastwood, che finisce per utilizzare degli espedienti non sempre azzeccati per prolungare più che amplificare il suo racconto. Pensiamo soprattutto a quelle telefonate del protagonista alla moglie (Laura Linney), che punteggiano il film innescando di quando in quando un montaggio alternato schematico e poco interessante, utile solo a ribadire che la crisi economica ha colpito duramente la classe media americana, e dunque anche un pilota di aerei rischia di perdere tutto da un momento all’altro. Serbano poi la stessa ingenuità strumentale (servono solo a dirci quanto Sully sia sempre stato bravo ed eroico) i due flashback che appesantiscono la nitida parabola del film: uno dedicato a Sully ragazzo, alle prese con la passione insopprimibile per il volo, il secondo incentrato invece sulla Seconda Guerra Mondiale e sulle doti di abilità, altruismo e sangue freddo del nostro protagonista.

Ma fortunatamente Sully non si sbilancia poi tanto né perde troppo tempo con queste quisquilie sentimentali, anche grazie alla sua adesione al genere del “disaster movie”, che Eastwood maneggia con coriacea sapienza, orchestrando l’azione con precisione, giocando coi nervi dello spettatore e coagulando poi il tutto attorno al classico conflitto tra uomo e tecnologia.
Interessante è poi anche la rilettura che l’autore ci offre del legal thriller, in un’ultima parte del film tutta dedita a confermarci, tra gustose battute salaci, quanto i calcoli degli ingegneri e le simulazioni di volo siano solo dei vacui simulacri che non possono certo fare meglio – d’altronde sono innegabilmente dei “falsi” – dell’uomo e delle sue innate virtù. Film robusto, quasi elementare nel suo assunto Sully non è perfetto, ma riesce a restituire il sano anelito alla classicità di un autore come Eastwood, da sempre intento a mettere l’uomo, un po’ come quello vitruviano di Leonardo Da Vinci o come il modulor di Le Corbusier, al centro di tutto, per ristabilire le proporzioni del vivere civile facendo riferimento all’unica fondamentale unità di misura di cui tenere conto.

Info
La scheda di Sully sul sito del Torino Film Festival.
Il trailer del film.
Il sito ufficiale.
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