Aspettando il re

Aspettando il re

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Bizzarro e imprevedibile, tenero e brillante, Aspettando il re di Tom Tykwer propone una riflessione tutt’altro che banale sul capitalismo USA e la sua esportazione.

Una terra promessa, un mondo diverso

Alan Clay è un uomo d’affari in crisi che per rimettersi in pista vola in Arabia Saudita nel tentativo di concludere con il re l’affare del secolo. Inizialmente disorientato da usanze locali incomprensibili ed estenuato dall’attesa del re che tarda a riceverlo, Alan cerca di portare avanti il suo progetto con l’aiuto di un bizzarro tassista e di una bravissima dottoressa di cui si innamora. [sinossi]

Quello che resterà, in un giorno forse non troppo lontano, del capitalismo americano è ancora difficile da identificare. Ma magari i posteri si ritroveranno a girovagare con fare interrogativo tra le rovine di qualche centro commerciale, cercando di interpretare i segni della nostra civiltà vergati sulle insegne, un tempo gloriose e svettanti di un McDonald’s e un KFC (il temibile franchise del pollo fritto del Kentucky). Oppure queste ultime verranno catapultate, un po’ come avveniva nel finale de Il pianeta delle scimmie, su un altro pianeta o in un luogo lontano e sconosciuto del globo, abbandonate a se stesse e deprivate di ogni significato, segni senza più una semiotica utile ad codificarli.
Si interroga per tempo sulla questione Aspettando il re, nuovo film del teutonico e sempre imprevedibile Tom Tykwer, autore capace di passare dal techno-action urbano di Lola Corre al thriller fantapolitico di The International, dalla fiaba in salsa contemporanea di La principessa + il guerriero a quella fantascientifica, in collaborazione con i Wachowski di Cloud Atlas, ma anche di licenziarci con Drei un loffio ménage à trois berlinese, finito in concorso a Venezia 2010.

Secondo adattamento in quest’annata cinematografica ad essere tratto da un romanzo di Dave Eggers nonché sempre interpretato da Tom Hanks (dopo il poco convincente The Circle), Aspettando il re parte dal fondamentale residuo organico del capitalismo made in USA: l’uomo medio americano. Nel dettaglio poi, quest’ultimo, che porta il nome di Alan Clay, ha contribuito ad affossare il sistema economico in cui ha vissuto e prosperato per anni, portando alla dislocazione in Cina della fabbrica di biciclette di cui era a capo. Ora ad essere dislocato è lui, spedito dal suo nuovo capo in Arabia Saudita per vendere al re un sistema di videoconferenze olografico da utilizzare in una città-polo dirigenziale per gli affari che sorgerà nel bel mezzo del deserto, ma che di fatto, al momento, è poco più che un miraggio.
Vendere l’inconsistente in un luogo che non esiste (ancora), solo l’uomo medio americano può riuscirci, o forse no. Forse, grazie all’incontro, magari un po’ traumatico, con una nuova cultura, Alan può iniziare a rivalutare i suoi errori, rielaborare il passato, liberarsi di vecchi fardelli, ripartire di slancio. Perché tanto un venditore, resta sempre un venditore, in qualunque parte del globo si ritrovi.

È un film piuttosto ambiguo per certi versi Aspettando il re, specie per i ribaltamenti che subisce la sua critica a quel capitalismo da tempo morente, ma sempre pronto a risorgere dalle sue ceneri, in ogni dove. La storia in cui ci ritroviamo immersi è fatta poi di trovate bizzarre, qualche cliché, numerose partenze e altrettanti arresti. Arresti che però non risultano mai troppo bruschi, né riescono a inficiare una struttura narrativa che è frutto di un adattamento accorto e raffinato del romanzo di Eggers, firmato dallo stesso Tykwer.
Peccato questa uscita nelle nostre sale tardiva e un po’ in sordina, perché questo oggetto non identificato e difficilmente incasellabile è pulsante di vita e di intuizioni, geopolitiche, culturali e sentimentali. Si veda la lunga e spassosa sequenza del party presso l’Ambasciata danese, un ricettacolo di personaggi e passatempi di dubbio gusto, perfetto crogiuolo di un’umanità occidentale in cerca di sfrenato spasso notturno. Interessante è poi la visita del nostro eroe in un condominio in costruzione nella città-fantasma, dove giacciono nell’androne le insegne succitate di fast food americani in arrivo, mentre pochi piani sopra gli operai abbrutiti litigano ferocemente l’uno contro l’altro, e nel misterioso interno 501 un lussuoso appartamento con tutti i comfort si affaccia sul deserto circostante, quale cattedrale inneggiante al benessere, ma costruita sul nulla.

Brillante è poi la resa del “fardello” che Alan si porta appresso e che corrisponde ai suoi ricordi sulla famiglia (ha appena divorziato) e il lavoro (la fabbrica che ha fatto chiudere) oramai perduti, ma che si traduce anche, a un livello più organico, nel vistoso lipoma che gli è sorto sulla schiena, e che una bella dottoressa locale gli proverà ad estirpare. E anche in materia di seduzione, poi, Tykwer ha qualche freccia nell’arco da scoccare dalla resa per nulla banale. Quanto al terrorismo poi, è un tema su cui Aspettando il re gioca d’astuzia tramite cliché capovolti (Alan è scambiato per un agente della CIA) e ventilando quella ribellione armata per la democrazia che è un miraggio a cui non può resistere nemmeno l’americano medio più disilluso, se mai ne esista davvero uno.

Info
Il trailer di Aspettando il re su Youtube.
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