Leatherface

Leatherface è un prequel, che tenta di raccontare quella che fu l’infanzia e l’adolescenza di uno dei babau più spaventosi della storia del cinema horror, inventato dal compianto Tobe Hooper nel fondamentale Non aprite quella porta. Diretto da Alexandre Bustillo e Julien Maury un film per niente indispensabile, ma diretto con intelligenza.

La maschera della morte

Quattro adolescenti violenti, scappati da un ospedale psichiatrico, rapiscono una giovane infermiera e la portano con loro in un viaggio all’inferno inseguiti da un poliziotto altrettanto squilibrato in cerca di vendetta. Uno dei ragazzi è destinato a vivere eventi tragici e una serie di orrori che distruggeranno la sua mente per sempre trasformandolo in un mostro noto come Leatherface, o Faccia di cuoio. [sinossi]

Leatherface, al di là di qualche entusiastico giudizio ottenuto forse un po’ troppo frettolosamente, può “vantare” un unico triste record: è il primo film della saga iniziata nel 1974 a raggiungere le sale dopo la morte di Tobe Hooper, venuto a mancare lo scorso 26 agosto. La morte di Hooper, come quella appena precedente di George Romero e quella, un paio di anni fa, di Wes Craven, segna in modo definitivo il punto di svolta che vede il tentativo da parte dell’horror contemporaneo di smarcarsi dagli insegnamenti dei maestri, sempre più venerati e anche imitati, ma sempre più difficili da comprendere, sia nelle scelte estetiche che narrative. Non aprite quella porta non rappresentò solo una rivoluzione all’interno del genere, con una netta presa di posizione sul visibile e sulle potenzialità del morboso, ma certificò lo stato di crisi di una nazione in guerra dall’altra parte del mondo mentre il suo cuore rurale – quello conquistato decenni dopo dalla retorica trumpiana – pulsava di nera violenza, domestici orrori e crimini atroci commessi nel silenzio più totale. Il rumore infernale della motosega di Leatherface, brandita e innalzata al cielo come l’ode a una divinità fallica e distruttrice riecheggiò per anni negli incubi degli adolescenti statunitensi, che già avevano conosciuto i living dead romeriani e sarebbero poi stati ulteriormente svezzati da Michael Myers e Freddy Kruger. Potrà mai essere simile il destino per questo Leatherface, prequel che non tiene conto del già prequel Non aprite quella porta – L’inizio, diretto nel 2006 da Jonathan Liebesman su produzione di Michael Bay? Potrà mai l’ottavo film con protagonista l’efferato Faccia di cuoio donare spunti a un genere da sempre solleticato dal demone della coazione a ripetere se stesso?

La domanda rischia di apparire davvero retorica, per quanto sia doveroso rimarcare la professionalità di Alexandre Bustillo e Julien Maury, i due registi scelti per la bisogna. Già autori di À l’intérieur, Livide e Aux yeux des vivants, i due registi francesi attraversano l’oceano solo per dimostrare di possedere uno sguardo non allineato e di saper trattare la violenza e la mattanza con uno stile rigoroso nonostante le notevoli concessioni al voyeurismo dello spettatore. Chi è alla ricerca di sangue da veder colare sullo schermo in Leatherface troverà tutte le risposte possibili: Bustillo e Maury non si tirano indietro di fronte a nulla, e dimostrano di saper maneggiare con la dovuta cura un’icona che in troppi nel corso degli anni hanno brutalizzato e semplificato fino alle estreme conseguenze.
Certo, permane l’interrogativo di fondo: c’era davvero bisogno di andare a ritroso nel tempo per conoscere l’iniziazione al male del futuro massacratore con la motosega? Ovviamente no, e l’auspicio è che Leatherface e la sua demoniaca famiglia di cannibali siano tenuti a riposo dalle produzioni per un bel po’ di anni. Nel frattempo si può godere di uno spettacolo che non si risparmia quasi nulla e punta tutto su un ritmo frenetico, una concatenazione di eventi oltre i limiti del credibile – persino per un horror – e una sfilza di facce patibolari. La scelta di non mandare al macello i soliti giovani magari dissennati ma innocenti ma di giocare sul registro della paranoia e della scaturigine psichiatrica permette a Maury e Bustillo di osare dettagli e situazioni del tutto fuori dai canoni dell’attuale proscenio statunitense, compresa una sequenza di necrofilia.
Se viene naturale parteggiare per due registi che non si accontentano di seguire le regole ma cercano in ogni caso una propria via autoriale a un personaggio e una situazione oramai così sclerotizzati, da Leatherface non è lecito attendersi più di tanto. Pane per i denti degli appassionati, e poco più. Ma ci si può divertire.

Info
Il trailer di Leatherface.
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