In questo angolo di mondo

In questo angolo di mondo

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Opera terza del talentuoso regista e animatore Sunao Katabuchi, In questo angolo di mondo prosegue quel doloroso cammino iniziato sulla carta e poi portato sul grande schermo dall’industria degli anime con risultati spesso straordinari ed emotivamente strazianti: l’umanissima parabola di Suzu si accoda a quelle di Seita e Setsuko (Una tomba per le lucciole) e di Gen (Barefoot Gen), raccontando la Storia, la Seconda guerra mondiale e l’olocausto nucleare dal basso, dalla quotidianità minuta, dall’impotenza della popolazione.

Una mattina d’agosto

Nel 1944 la giovane Suzu Urano si trasferisce nella piccolo cittadina di Kure a Hiroshima. Qui sposa l’impiegato Shusaku Hojo e impara l’arte della sopravvivenza nelle difficili condizioni di guerra. Nel 1945 i pesanti bombardamenti dell’esercito statunitense hanno effetti devastanti su Kure e la vita dei suoi abitanti: anche la vita di Suzu cambia radicalmente, ma con perseveranza e coraggio riesce a raggiungere il massimo dalla sua quotidianità. Questo meraviglioso e poetico racconto mostra come anche di fronte alle avversità le persone possano incontrarsi e ricostruire le loro vite… [sinossi – programma FFF 2017]
Inciso nella pietra molto tempo fa,
perso nelle sabbie mobili,
nel bel mezzo di un mondo fatiscente,
la visione di un fiore.
– Tamiki Hara

Il quinto ciclo Nexo/Anime porta nelle sale del Bel Paese un lungometraggio di Sunao Katabuchi, regista e animatore assai prossimo all’estetica e alla poetica ghibliana. La sua opera terza, In questo angolo di mondo, aggiunge un importante tassello al già poderoso percorso dell’animazione nipponica attraverso la Seconda guerra mondiale e l’olocausto nucleare – due possibili e dolorosissimi punti di partenza: Una tomba per le lucciole di Isao Takahata e Barefoot Gen di Mori Masaki.
Animatore di lungo corso, già sceneggiatore della serie italo-nipponica Il fiuto di Sherlock Holmes e assistente alla regia di Kiki consegne a domicilio, Katabuchi si era messo in luce con l’opera prima Princess Arete (Arete Hime, 2001), confermando poi le buone impressioni e la derivazione marcatamente ghibliana col successivo Mai Mai Miracle (2009).

Regista dai tempi produttivi e narrativi evidentemente dilatati, Katabuchi compie un notevole passo in avanti con l’ispirata trasposizione dell’omonimo manga di Fumiyo Kōno. In questo angolo di mondo permette infatti a Katabuchi di confrontarsi con un soggetto densissimo, stratificato, poetico e terribile. Non più le solitudini adolescenziali, i romanzi di formazione e gli afflati nostalgici dei primi due lungometraggi, ma un’opera che coglie un’ammirevole compenetrazione tra le scelte cromatiche e di character design, l’indagine psicologica dei personaggi e la sua successiva costruzione e lo spinoso piano storico/politico.
I colori acquerello e le tavole non inseguono superflui fotorealismi, preferendo un approccio pittorico e sognante (una sorta di sospensione, di rappresentazione di un’incontaminata terra di mezzo), e assecondano il minimalismo davvero minuto di Fumiyo Kōno, lo sguardo su una quotidianità apparentemente insignificante. Ma è proprio questa lente d’ingrandimento sulla quotidianità, su questa silenziosa lotta per la sopravvivenza, a restituirci un racconto privo di scivoloni retorici, di derive patetiche.

La stessa messa in scena degli orrori (bombardamenti, esplosioni, distruzione, morte) è misurata, sempre trattenuta. Esemplare, in questo senso, l’improvviso silenzio che divampa in una delle sequenze più drammatiche. Un silenzio più stordente di un’esplosione. Deflagra la tragedia, inevitabile, già scritta, perché anche in questo angolo di mondo prima o poi arrivano la guerra e la morte. A Katabuchi bastano pochi tratti bianchi su uno sfondo nero per raccontarci tutto, per strapparci il cuore: una soluzione estetico/narrativa coerente con l’impianto grafico della pellicola (le tavole di Suzu, i bozzetti, le linee e i colori che non hanno bisogno di essere sempre finiti, chiusi), che ha fatto tesoro delle lezioni di Takahata, Miyazaki e Masaki.

Apparentemente immobile, In questo angolo di mondo si muove in varie direzioni, segue più traiettorie. La macrostoria di Hiroshima e dell’agonia di un Impero; la piccola storia di una ragazza che è come le canne di bambù, capace di flettersi, di piegarsi, di resistere. Una e più storie, come quella della coriacea Keiko. Storie di amore e morte, di inattese rinascite. Storie che avevano bisogno di una voce narrante, di un character design arrotondato e morbido, volutamente imperfetto, di scelte musicali mai invasive, leggiadre e commoventi come I Can’t Bear How Sad It Is.

In questo angolo di mondo guarda al cielo azzurro e alle fluttuanti candide nuvole, ai fiori e ai loro colori, ai soffioni che danzano seguendo il ritmo del vento. Note delicate ed esplosioni; un piccolo paradiso accogliente come una culla e la devastazione del fungo atomico. L’orrore dei corpi carbonizzati. L’immagine spettrale della pioggia nera. Il racconto di un tempo oramai finito, spazzato via dalla Seconda guerra mondiale, dalla Bomba, dai cambiamenti epocali del Giappone.
Un racconto di formazione e di sopravvivenza, ma anche di sogni, di un’innocenza che non viene contaminata dagli spettri. Lo sguardo di Suzu (di Kōno, di Katabuchi) è il filtro colorato che riesce a respingere le tenebre, anche quando il racconto diventa cronaca implacabile, scandita da date e avvenimenti che giorno dopo giorno ci avvicinano a uno degli abissi più folli e cupi dell’umanità. In questo angolo di mondo è anche il suono tagliente e lamentoso delle sirene antiaeree; la messa in scena della guerra, dei paesaggi martoriati, della città rase al suolo. Luce e tenebre. Le vent se lève…

Info
Il trailer originale di In questo angolo di mondo.
La scheda di In questo angolo di mondo sul sito del Future Film Festival.
La scheda di In questo angolo di mondo sul AnimeNewsNetwork.
Il sito originale di In questo angolo di mondo.
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