Un posto ideale per uccidere

Un posto ideale per uccidere

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Cercando una chiave di cinema contestatario in versione popolare, Un posto ideale per uccidere di Umberto Lenzi si traduce in un’opera senza identità, che ispira curiosità solo come oggetto d’epoca. In dvd per Cinekult e CG.

Dick e Ingrid, due giovani giramondo senza fissa dimora, contrabbandano materiale pornografico in Italia per pagarsi le vacanze. Vivendo di espedienti e passando da un diversivo all’altro a bordo di una spider, i due s’introducono poi nella villa di Barbara poiché rimasti a secco di benzina. La donna, un’americana in ansiosa attesa del marito di stanza alla base NATO di Livorno, li sorprende nell’atto di rubare il carburante, ma si mostra accogliente e gentile… [sinossi]

Chissà qual è il posto ideale per uccidere… Viene da chiederselo più volte durante la visione del film di Umberto Lenzi. Collocandosi nella sagra del titolo pretestuoso che ha caratterizzato tanto cinema italiano di genere tra anni Sessanta e Settanta, alla fine Un posto ideale per uccidere opta per un titolo anodino e non troppo connotativo, confermandosi tutto sommato in linea con lo spirito di un film né carne né pesce. Lo stesso Umberto Lenzi non ama particolarmente questa sua opera, e in varie occasioni ne ha denunciato il carattere “negoziale”, un film frutto di un compromesso scaturito da un multiforme braccio di ferro col produttore Carlo Ponti.
Sulle prime Un posto ideale per uccidere doveva essere più audace; i due giovani protagonisti non dovevano contrabbandare in Italia materiale pornografico acquistato all’estero, bensì avere a che fare con lo spaccio di droga. Così come Irene Papas fu un’ultima scelta, dopo aver scartato Carroll Baker (Lenzi non voleva legare troppo l’immagine dei suoi “gialli erotici” a una sola attrice) e aver ricevuto un rifiuto dalla cantante lirica Anna Moffo.
La censura pure ci mise lo zampino, eliminando due sequenze piuttosto scabrose per l’epoca: una fellatio eterosessuale e una palpata lesbica, lasciando tuttavia nel montaggio finale un bacio tra le due donne protagoniste.

Le modifiche apportate al film non ci sembrano comunque troppo decisive; il contrabbando di foto (suggerito, pare, da Tonino Guerra) si rivela anzi per una soluzione a suo modo originale, e in qualche modo coerente, ai limiti del programmatico, con un film che si pone innanzitutto l’obiettivo di far deflagrare interdetti erotici. Il cinema di genere incontra il cinema della contestazione, e opere come Un posto ideale per uccidere sembrano aderire a un progetto di volgarizzazione della contestazione. Dove per volgarizzazione s’intende rileggere certe tematiche per favorirne la comprensione a un pubblico quanto più ampio. Col risultato che, volgarizzandola, si depotenzia la stessa contestazione, la si neutralizza, soprattutto perché il linguaggio filmico adottato è lontano anni luce da prorompenti e provocatorie riletture formali (la retorica dello zoom sulla tetta è a buon mercato, e decisamente poco “contro-cultura”).
Certo, Un posto ideale per uccidere, come molto cinema italiano del tempo, ripercorre un’esplosione pop della forma cinematografica che costituisce indubbiamente materia nuova: colori, contreplongés improvvisi ed esasperati, violentissimi zoom, sbandate verso la messinscena psichedelica, talvolta corroborata da un adeguato commento musicale.
A tale esplosione formale non corrisponde tuttavia un’altrettanto solida sceneggiatura, che risulta tanto composta di contributi eterogenei quanto sostanzialmente ovvia e tradizionale.

Benché privo di un’univoca identità di genere (un po’ noir, un po’ giallo, un po’ erotico, un po’ commedia, un po’ Kammerspiel claustrofobico), Un posto ideale per uccidere volgarizza alcuni dei tòpoi più ricorrenti nella cultura della contestazione: agli afflati libertari delle nuove generazioni risponde colpo su colpo la castrante società borghese, che cerca anzi di corrompere e sfruttare gli ultimi venuti per propri riprovevoli scopi.
La Barbara di Irene Papas è sostanzialmente una mantide milfona che cerca di far ricadere sui due protagonisti Dick e Ingrid (Ray Lovelock e una giovanissima Ornella Muti) le responsabilità dell’omicidio del marito da lei commesso. Il linguaggio adottato in sede di sceneggiatura è iper-trasparente e didascalico, quasi un Bignami sulla ribellione giovanile a uso e consumo di chi proprio non capisce ‘sti gggiovani, signora mia, de che sse lamentano. I luoghi canonici ci sono tutti, ivi compreso il tragico finale. Cercando anche facili immedesimazioni in un pubblico giovanile strettamente popolare, non intellettuale o impegnato, che contesta perché sente istintivamente di farlo (o perché è l’ultima moda del momento), il film di Lenzi finisce per non fare un buon servizio alla stessa contestazione.

Ma fin qui poco male: di canoni letterari, adottati alla stregua di intercambiabile materiale narrativo, è pieno il cinema italiano di genere. Quel che spesso salva il cinema di genere dal passare del tempo è giustappunto da rintracciarsi nella conservata godibilità. Un posto ideale per uccidere non trova mai, invece, una chiave di “sopravvivenza estetica”. Banalmente, la storia non avvince mai, i conflitti e i pruriti, per chi ha una pur minima dimestichezza con molto cinema italiano affine, sono del tutto prevedibili. Fin dalla sua prima apparizione in scena, è chiaro a tutti che la tetragona Barbara di Irene Papas manipolerà sagacemente il duo di sprovveduti (tanto stupidi e insulsi nei loro profili umani da far pensare che alla fine se lo meritano pure), mentre il racconto fatica a giungere pure agli 83 minuti complessivi, trascinando e ripetendo all’infinito i medesimi luoghi narrativi (Barbara tenta di incastrare i ragazzi, poi subisce una ritorsione; ci riprova seducendo prima uno poi l’altra, e subisce un’altra ritorsione… passa la polizia, non succede niente… ripassa, ancora niente…). Le trasgressioni sono piazzate al momento giusto, e in buona parte votate al solletico del pubblico più popolare. Chi contestava sul serio non si sarebbe mai sognato di porgere alla platea un film così facilmente complice.
Rivisto oggi, Un posto ideale per uccidere tenta vanamente di mantenersi avvincente, quando probabilmente non lo era molto nemmeno per il pubblico del tempo. Umberto Lenzi dichiarò che il film fu un disastro e che gli costò il lavoro con Carlo Ponti.

Resta, questo sì, la testimonianza di un’epoca leggera e sbarazzina del cinema italiano di genere, in cui la libertà (espressiva ed esistenziale) manteneva una certa innocenza, lontano dall’idea compromissoria di morboso. Resta senz’altro il gusto per il documento d’epoca, in cui c’è posto pure per un cameo di Agostino o’Pazzo nei panni di se stesso, napoletano anarcoide che per un paio di stagioni dette del filo da torcere alle autorità con le sue scorribande in motocicletta, qui convocato a dare esibizione di sé, praticamente del tutto alieno al braccio principale del racconto. Il documento d’epoca ci regala anche interessanti scorci di location oramai divenute inconsuete: Firenze, Pisa, il Monte Argentario, la costa toscana (sembra di riconoscere anche il lungomare di Tirrenia), luoghi forse attribuibili a precise scelte di Umberto Lenzi, nativo di Massa Marittima in provincia di Grosseto. Così come fa un certo effetto vedere le macchine sfrecciare, o parcheggiate, in Piazza della Signoria a fianco di Palazzo Vecchio e sotto gli Uffizi.
Insomma, il gusto per il bric-à-brac d’epoca rimane, ma esso, del resto, accomuna tutto il cinema italiano di genere e non costituisce certo di per sé valore aggiunto. In più va sottolineato che il film non riceve grande sostegno neanche dalla copia home video, riversata da un master sgranatissimo, dai colori rovinati e costantemente caratterizzato da un’inquietante striscia bluastra al lato destro dello schermo. Insomma, Umberto Lenzi, che pure merita pieno rispetto, è da riscoprire altrove, se qualcuno ancora non l’ha fatto.

Extra: “Il triangolo quadrato”, a cura di Nocturno Cinema incontro con Davide Pulici e Raymond Lovelock (20′ 32”), 2 scene alternative.
Info
La scheda di Un posto ideale per uccidere sul sito di CG Entertainment.
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