Never-Ending Man: Hayao Miyazaki

Never-Ending Man: Hayao Miyazaki

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Approdato per un solo giorno nelle sale italiane, Never-Ending Man: Hayao Miyazaki di Kaku Arakawa è un documentario televisivo prodotto dalla NHK, il canale pubblico giapponese. Destinato a un pubblico di nicchia, interessato a osservare da vicino lavoro e dinamiche miyazakiane, il documentario di Arakawa mostra alcune significative fasi della creazione del cortometraggio in computer grafica Boro the Caterpillar e gli amletici dubbi del suo creatore, alle prese con gli anni che passano e il lavoro e il mondo che cambiano (troppo) in fretta.

Questa volta faccio sul serio

Il mio vicino Totoro e La città incantata sono solo alcuni dei classici diretti da Hayao Miyazaki, il maestro dell’animazione giapponese. Nel settembre del 2013, Miyazaki annunciò il suo ritiro dal mondo del cinema d’animazione. Ma non poté trattenere il suo inarrestabile desiderio per la creazione. Un regista della NHK, che lo ha seguito per oltre dieci anni, ha documentato il riavvicinamento del maestro al mondo dell’animazione, stavolta col supporto di giovani animatori di CGI. Ma non è stato facile. Da sempre amante dell’animazione a mano libera, Miyazaki ha incontrato diversi ostacoli. Con un approccio intimo e delicato, questo documentario ritrae lo Studio Ghibli e Miyazaki all’età di 75 anni, nel tentativo di ritornare alla ribalta ancora una volta… [sinossi]
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Televisivo, non impeccabile ma foriero di suggestioni, il documentario Never-Ending Man: Hayao Miyazaki riesce a tratteggiare e a cogliere alcuni passaggi fondamentali di una storia che si ripete: il ritiro annunciato a settembre 2013, l’ultimo lungometraggio Si alza il vento, il lavoro sul cortometraggio Boro the Caterpillar, il ripensamento e il ritorno. Era già successo più volte, e ogni volta Miyazaki aveva smentito se stesso, tornando al lavoro. Come ai tempi di Mononoke Hime, altro titolo spartiacque che chiudeva idealmente una lunghissima riflessione politica iniziata col manga Nausicaä della Valle del vento e con la parziale ma straordinaria trasposizione animata – in realtà, nonostante la centralità e l’importanza del dittico Nausicaä/Mononoke, la politica ha sempre accompagnato Miyazaki e le sue opere fin dai tempi della Tōei.

Al di là di alcune sequenze tratte dai lungometraggi miyazakiani, Never-Ending Man: Hayao Miyazaki non è interessato a ripercorrere la poetica e la grandeur immaginifica dello Studio Ghibli e del suo celeberrimo co-fondatore, ma guarda semmai alla sfera personale, ai tentennamenti post-ritiro, alla spaesamento del regista di fronte alla computer grafica. Schietto e diretto come sempre, è lo stesso Miyazaki ad affrontare il centro gravitazionale di qualsiasi scelta e considerazione: gli anni passano, il fisico si indebolisce e la realizzazione di un lungometraggio d’animazione è un processo lungo, faticoso, totalizzante. Coinvolto in prima persona in ogni fase della lavorazione, tanto da intervenire di suo pugno su un numero disumano di disegni, Miyazaki è uscito provato da ogni pellicola, denunciando anno dopo anno un inevitabile logoramento psico-fisico: non una mancanza di ispirazione (anzi, è proprio la sempiterna ispirazione il suo dono e la sua condanna), ma una normalissima parabola umana. Si invecchia. Non è più tempo per i salti mortali, per le interminabili sessioni di lavoro o per la leggendaria prova su strada della sequenza dell’inseguimento de Il castello di Cagliostro.

Boro the Caterpillar sembrava la risposta migliore a questo parziale ritiro, perché Miyazaki è un workaholic, qualcosa deve comunque realizzare, progettare, disegnare. Una pensione dorata non è un sentiero praticabile. Immerso in una quotidianità lavorativa solo apparentemente rilassante, Miyazaki si confronta con una tecnica che evidentemente non ama: troppo distante dalla sua formazione e sensibilità, da quel coinvolgimento fisico ed emotivo che travalica il concetto di perfezione estetica e che trasforma l’animazione in un atto di conoscenza del mondo, di empatia. Un atto politico.
La lente d’ingrandimento che Miyazaki utilizza per immaginare Boro è una perfetta metafora del suo sguardo, di quel fertile perfezionismo/realismo che già si poteva ravvisare agli esordi alla Tōei e poi nella grande avventura tra piccolo e grande schermo degli anni Settanta.
È emblematica anche la sequenza del rifiuto sdegnato della rappresentazione della deformità (e quindi del dolore) attraverso un programma che, nelle intenzioni del giovane gruppo di lavoro, dovrebbe sostituire il disegno umano – animazione completamente generata dal computer, un orrore irricevibile, un insensato e volgare paradosso per un animatore come Miyazaki.

Con tutti i limiti tecnici e linguistici di prodotto a basso budget pensato per il piccolo schermo, Never-Ending Man: Hayao Miyazaki riesce a raccontare alcune peculiarità di un artista e un uomo che già conosciamo attraverso la poderosa filmografia, le numerose interviste, i libri (fondamentali Starting Point: 1979-1996 e Turning Point: 1997-2008) e altri documentari – si consiglia il recupero de Il regno dei sogni e della follia di Mami Sunada.
Un racconto in punta di piedi, molto rispettoso, ma che non nasconde le debolezze miyazakiane e alcune asperità. Lavoratore instancabile, incredibilmente talentuoso, vulcanico, Miyazaki è sempre stato un divoratore di talenti, come nel caso del malcapitato Mamoru Hosoda, bocciato per divergenze artistiche e sostituito alla guida de Il castello errante di Howl.
Miyazaki avrebbe voluto un altro se stesso alla guida dello Studio Ghibli.
Tutti sapevano che sarebbe stato impossibile.

Info
Il trailer italiano di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki.
La scheda di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki sul sito della NHK.
La scheda di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki sul sito della Nexo Digital.
 
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