A voce alta – La forza della parola

A voce alta – La forza della parola

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A voce alta – La forza della parola di Stéphane De Freitas e Ladj Ly, in concorso al Torino Film Festival, filma la preparazione alla sfida per diventare il miglior oratore dell’Università di Saint-Denis cercando di raccontare la resistenza contro chi vorrebbe limitare la libertà d’espressione; un intento lodevole e un interessante documentario, su cui grava però qualche dubbio politico…

Potere alla parola

Ogni anno presso l’Università di Saint-Denis, il concorso di Eloquentia nomina il «Miglior oratore del 93», numero del dipartimento di Seine-Saint-Denis. Possono partecipare gli studenti di tutti i corsi e prepararsi con l’aiuto di consulenti professionali, che insegnano loro il delicato esercizio del parlare in pubblico. Nel tempo, imparano i sottili meccanismi della retorica e affermano i loro talenti, rivelandosi agli altri e soprattutto a sé stessi. Acquisite queste nuove abilità, Leïla, Elhadj, Eddy e gli altri si affrontano per diventare il miglior oratore del 93. [sinossi]

À voix haute, a voce alta. Così deve esprimersi un oratore se vuole convincere la platea che ha di fronte delle proprie ragioni. A voce alta e a testa alta. Guardando diritto negli occhi l’uditorio, scandendo ogni singola parola, cercando di tenere sempre desta l’attenzione. E ad alta voce imparano a parlare i protagonisti del documentario firmato da Stéphane De Freitas insieme a Ladj Ly e presentato in concorso alla trentacinquesima edizione del Torino Film Festival. La base di partenza del documentario è semplice: ogni anno l’università parigina di Saint-Denis, nota anche come Paris VIII, mette in palio un premio come «Miglior oratore del 93», numero del dipartimento di Seine-Saint-Denis; studenti dei più disparati corsi – ma soprattutto, per ragioni evidenti, di matrice umanista – vengono preparati da consulenti professionali e si danno poi battaglia perorando questa o quell’altra causa, riservata loro per sorteggio e alla quale devono aderire senza indugi. Lo scopo ovviamente è quello di creare una futura classe dirigente che sappia utilizzare la parola e l’eloquenza come arma per combattere il degrado di una società dei consumi e dello spettacolo sempre più in crisi, raffreddata per di più da venti fascistoidi. Da “je suis Charlie” a “je suis Saint-Denis” il passo è dunque breve, e l’obiettivo ideale è quello di difendere la libertà di parola, il primo tassello della democrazia. La retorica come ultimo appiglio contro le tempeste populiste.

A voce alta – La forza della parola è un documentario senza dubbio efficace, studiato con accuratezza per far affezionare il pubblico a una trentina di studenti che segue il corso per imparare le tecniche base per affrontare un uditorio: eccoli dunque combattere a colpi di opinioni sulla necessità di festeggiare San Valentino, imparare a rappare e a recitare e scrivere versi, fare della dialettica il primo puntello per trovare il proprio spazio nella società. Certo, il fatto che De Freitas prima di essere regista sia il fondatore della Coopérative Indigo che si occupa proprio di sovvenzionare il premio qualche dubbio etico sull’intera operazione lo risveglia, ma nel complesso A voce alta sembra svolgere il proprio compito in modo diligente, inserendosi in quell’ampio contesto della produzione cinematografica francese focalizzata sulla didattica, e sul rapporto tra istituzione scolastica e studenti, in particolar modo quelli che provengono dalle zone più svantaggiate del paese, e in particolare dalle banlieu che cingono Parigi senza essere mai prese in considerazione dalla buona società. Anche molti dei partecipanti al concorso di Eloquentia provengono da situazioni di estremo disagio: c’è chi è scappato dalla guerra intestina nella ex Yugoslavia, o chi ha vissuto i primi anni in Francia da clandestino, dormendo per strada. C’è anche chi per prendere parte alla vita universitaria è costretto a percorrere a piedi ogni giorno venti chilometri, perché la sua famiglia si è trasferita in aperta campagna a Corcy, minuscolo paese di appena trecento abitanti a una novantina di chilometri dalla capitale. Uno degli scopi dichiarati della Indigo è dopotutto quella di creare un dialogo fruttuoso tra la media e alta borghesia e le periferie del sistema.

Un intento lodevole, ma che rischia ben presto di lasciare il fianco a qualche dubbio politico. A Saint-Denis i figli della Francia sottoproletaria che è riuscita comunque ad arrivare all’università – già si sta parlando di una minoranza della popolazione, e questo dovrebbe innescare il primo campanello d’allarme – imparano a ripulire il proprio eloquio, a eliminare le sporcizie linguistiche, e a perorare non la propria causa (se non in maniera laterale) ma tutto ciò che il sistema accademico decide sia interessante argomento di dibattito. Un percorso formativo anche comprensibile, e che permette di allargare la visuale, ma che poi arriva al secondo passaggio: non si può scegliere da che parte stare, bisogna imparare a difendere qualsiasi idea, qualsiasi concetto. In un sistema socialdemocratico va bene parlare di tutto e ogni opinione è accettata, purché sia ben argomentata e difesa con spirito ironico, sarcasmo e una buona dose di erudizione.
Un’idea non poco preoccupante, vista sulla lunga distanza. In qualche modo lo specchio di una società che si è abituata ad applaudire e difendere la forma, lasciando la sostanza in secondo piano. Una nazione, non a caso, che si è trovata costretta a scegliere tra il revanscismo lepenista e la nuova socialdemocrazia senza diritti di cui è cantore Emmanuel Macron, il più fosco presidente della storia francese dal dopoguerra in poi. “À voix haute” sembra in effetti lo slogan gemello dell’en marche! macroniano, e nel film di De Freitas anche il concetto più alto della democrazia, la dialettica, si trasforma poco per volta in un talent show in cui bisogna essere i più bravi. Pena? La sconfitta. A voce alta lascia molti dubbi, nonostante la forma sembri compiuta, a tratti quasi inattaccabile. Ma la sostanza ha ancora un peso, anche se in quella che un tempo amava definirsi sinistra i venti del macronismo – così come del renzismo in Italia, e via discorrendo – soffiano sempre più forti. Rendendo inudibile la parola.

Info
La scheda di A voce alta sul sito del Torino Film Festival.
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