Femmina ribelle

Femmina ribelle

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Rimesso a lucido da un impeccabile restauro che ci permette di ammirare i lussureggianti cromatismi della Deluxe e il fascino conturbante di Jane Russell, Femmina ribelle mostra un’invidiabile freschezza anche sul piano narrativo, tratteggiando il ritratto di una donna moderna, indipendente, mai realmente in balia degli stereotipi di genere (e del cinema di genere). Da vecchio lupo di mare, Walsh naviga saldamente tra le derive del noir e del melodramma. Presentato nella sezione Venezia Classici, Femmina ribelle ci suggerisce qualche fertile parallelo con altri titoli restaurati, in particolare con lo speculare Il castello maledetto di James Whale.

Tornando a casa

Nel 1941 la prostituta Mamie Stover è costretta dalla polizia ad abbandonare San Francisco. Pensando alle Hawaii come a un posto perfetto per cominciare una nuova vita, Stover si imbarca su una nave per Honolulu. Qui conosce lo scrittore Jim Blair, che si sente subito attratto da lei. Arrivati a destinazione, però, ben presto Stover ritorna alla vita di prima e comincia a lavorare in un locale dei bassifondi, lasciando Blair nello sconforto… [sinossi]

Abbandonate da qualche anno le retrospettive, difficili da organizzare e da infilare tra le pieghe di programmi che cercano di accumulare le novità piuttosto che filtrarle, la Mostra del Cinema di Venezia continua fortunatamente a guardare al passato, alla Storia del cinema, raggruppando nella magmatica sezione Venezia Classici – affine a Cannes Classics – una serie di pellicole ritrovate, restaurate, riportate all’antico splendore. Capolavori sparsi, spesso distantissimi tra loro come possono essere Rosita (1923) di Ernst Lubitsch, preapertura della Mostra accompagnata mirabilmente dalle note della Mitteleuropa Orchestra, o il monumentale e straziante Va’ e vedi (1985) di Elem Klimov, capolavoro antimilitarista del quale attendiamo una degna versione home video. Da questi accostamenti apparentemente impossibili possono però emergere spunti interessanti, storie nelle storie, dei paralleli estetici, narrativi e produttivi che ci conducono lungo i sentieri affascinanti del cinema d’antan. Quasi speculari, ad esempio, sono Il castello maledetto (The Old Dark House, 1932) di James Whale e Femmina ribelle (The Revolt of Mamie Stover, 1956) di Raoul Walsh, due titoli che ci raccontano molto della Hollywood classica, della cosiddetta età dell’oro.

Al bianco e nero gotico cercato da Whale e trovato dal direttore della fotografia Arthur Edeson si contrappongono i colori fiammeggianti garantiti dai laboratori della Deluxe e messi a fuoco da Leo Tover. Una contrapposizione che porta a intenti e risultati coincidenti: tra le tonalità lugubri de Il castello maledetto, come tra i caldi cromatismi hawaiani di Femmina ribelle, divampa infatti la passione. Amorosa e sessuale. Entrambe le pellicole, pur immergendosi in generi diversi e tracciando altre traiettorie narrative, cercano di fare i conti con le pulsioni, con gli slanci passionali, con l’istinto irrefrenabile che scorre sotto la pelle. Da un lato, la contrapposizione tra le fanciulle affascinanti e libertine Margaret (Gloria Stuart) e Gladys (Lilian Bond), la follia puritana dai contorni lombrosiani di Rebecca Femm (Eva Moore) e la brutalità insaziabile del maggiordomo Morgan (Boris Karloff); dall’altra, i turbamenti dello scrittore più che benestante Jim Blair (Richard Egan, impagliato il giusto) e i sogni e le aspirazioni di una femme fatale costantemente fuori posto, la splendida e rosseggiante Mamie Stover, al secolo Jane Russell.

Lussuria e desiderio, amore e famiglia. Gli ormoni imbrigliati dei Femm, freak che riecheggiano l’orrore sui generis del coevo Freaks (1932) di Tod Browning, ci mostrano l’implosione di un gruppo di famiglia in un interno, una prigionia malata e incancrenita che darà il via a una lunga serie di imitazioni, filiazioni, riletture e degenerazioni più o meno fertili. Passato un quarto di secolo, Walsh prova a fare i conti con altri paletti morali e moraleggianti. La Mamie Stover di Jane Russell è ovviamente l’elemento in grado di scardinare qualsiasi equilibrio sentimentale e/o famigliare, ma è solo l’immagine che il pubblico si aspetta, la conturbante superficie che il presuntuoso e borghese Jim non riesce a superare. Condannata a essere spogliata con gli occhi, bramata e incasellata in uno stereotipo, Mamie è in realtà una donna moderna, talentuosa, intuitiva. E innamorata. Walsh la immerge in paesaggi da cartolina, la strappa alle atmosfere noir dell’incipit, le regala persino un siparietto musicale. Come non innamorarsene?

Whale e Walsh giocano con gli stereotipi, si divertono a sviare gli spettatori, a tradire le attese. In questo senso, sono davvero notevoli i due incipit. Come detto, Walsh ci presenta la sua eroina in una sequenza tipicamente noir, con la città di notte, il porto fatto di ombre, tutti quei segnali che non promettono nulla di buono. Ci si attende una discesa agli inferi tra strade labirintiche e soverchianti grattacieli e delle colpe da espiare tragicamente, ma non sarà così: Femmina ribelle non bada alle presunte colpe, ma accarezza il riscatto, racconta persino di un periodo di crisi economica, dell’inizio della guerra, di Pearl Harbor, di immobili da comprare per quattro soldi. Memorabile e giocosa è la sequenza d’apertura de Il castello maledetto, con la pioggia incessante, le strade fangose e dissestate di un Galles inospitale che si intrecciano coi toni allegri da sophisticated comedy del terzetto iniziale – Gloria Stuart, Raymond Massey (Philip) e Melvyn Douglas (Penderel). Horror e commedia, in barba ai mostri rampanti della Universal.

Walsh, come Whale, gioca le sue carte a cavallo di un’epoca. Il castello maledetto è realizzato negli anni cuscinetto del Pre-Code (1929-34), prima che Hays diventi una castrante minaccia, e si serve magistralmente della lezione del muto e dell’espressionismo, affrontando tra le righe la crisi del ’29, il proibizionismo, gli strascichi della prima guerra mondiale. La guerra di Femmina ribelle è invece la seconda, dal bianco e nero si è passati al colore, ai formati panoramici: Academy ratio per Whale, CinemaScope per Walsh. E la pelle del noir, come del melodramma, è già mutata più volte, ma Walsh è un vecchio lupo di mare e sa cavalcare benissimo tra le onde dei generi.

Info
La scheda di Femmina ribelle sul sito di Venezia 2017.
Una sequenza tratta da Femmina ribelle.
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