Il giustiziere della notte

Il giustiziere della notte

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Maltrattato dalla critica d’oltreoceano, inevitabilmente divisivo, Il giustiziere della notte versione 2018 ha in realtà il merito di attualizzare la vicenda del cult originale, non senza quel po’ di ironia necessaria al suo soggetto.

Il tuo amichevole giustiziere di quartiere

Paul Kersey, medico da sempre dedito a salvare vite, è sconvolto dopo che un gruppo di balordi, penetrato in casa sua, ha ucciso a sangue freddo sua moglie e ridotto in coma sua figlia. Da sempre pacifico, l’uomo sente ora il forte richiamo della vendetta: così, procuratosi in modo fortuito un’arma, si improvvisa giustiziere, iniziando a eliminare i criminali più pericolosi presenti sul suolo urbano. L’opinione pubblica è spaccata sulle sue azioni. Inoltre, i responsabili del crimine subito dalla sua famiglia sono ancora in giro… [sinossi]

Non è stato accolto propriamente bene, Il giustiziere della notte versione 2018. Annunciato e lungamente rimandato, passato di mano in mano (e di interprete in interprete), il remake del film del 1974 di Michael Winner (capostipite di una lunga saga, e di un intero filone) ha goduto di un timing non proprio fortunato: l’uscita americana, a pochi giorni dal massacro nel liceo Stoneman Douglas di Parkland, ha inevitabilmente fatto associare il film di Eli Roth al sempre attuale (e purtroppo infruttuoso) dibattito sulla facile disponibilità di armi negli USA. Un dibattito da cui questo remake, in realtà, non rifugge affatto, mostrandosi anzi anche più consapevole dei tempi di quanto non sarebbe stato lecito attendersi: la vicenda della vendetta di Paul Kersey (qui non più ingegnere ma medico) è tutta calata in un contesto sociale, e in un humus culturale, in cui il problema delle armi è ben più sentito (e forse ancor più divisivo) rispetto a quanto non fosse nel 1974. Una polarizzazione che il film evidenzia in modo, in fondo, adeguato: chiedere qualcosa di più, e di diverso, a un revenge movie teso a rileggere una vicenda che già, all’epoca, tante polemiche aveva provocato, sarebbe stato probabilmente troppo.

Prescindendo dalla sfortunata coincidenza temporale legata alla sua uscita, i rilievi che la critica d’oltreoceano ha mosso al film di Roth si sono appuntati soprattutto su una presunta, scarsa incapacità di attualizzare la vicenda originale, a cui poco verrebbe aggiunto in termini di ottica e di rilettura personale. Un argomento che forse andrebbe meglio precisato, partendo dai paletti (molto stretti) che inevitabilmente un filone come quello in oggetto pone a chi vi si cimenti. E partendo, anche, dall’estrema inflazione (ai limiti della saturazione) che il genere ha conosciuto in questi quattro decenni, ivi comprese le sue derive più mainstream e declinate per il grande pubblico (viene in mente, a questo proposito, la saga di Io vi troverò; e non a caso Liam Neeson fu tra i primi candidati per il ruolo poi assegnato a Bruce Willis). In questo senso, a noi sembra che questo remake si sforzi invece, propriamente, di evitare la copia carbone (con la sola variante dell’ambientazione) cercando al contrario di reinterpretare a suo modo la vicenda, modificandone parzialmente l’intreccio, le premesse e il background dei personaggi. Stiamo parlando pur sempre (è bene ricordarlo) di un remake di Death Wish (titolo certo più significativo), cioè di un’opera afferente a un preciso sottogenere cinematografico, nato su precise premesse culturali e sociologiche.

Il film di Roth, in questo senso, risulta contemporaneamente meno viscerale, e narrativamente più strutturato, del suo modello di un quarantennio fa. La carica exploitation presente nel film del 1974, poi esasperata nei sequel, viene qui in parte ridimensionata, e ricondotta a un action movie più teso a facilitare l’empatia (anche in virtù del suo diverso background) col protagonista. Il Paul Kersey di Willis, a differenza di quello di Charles Bronson, è un vendicatore per caso, privo di dimestichezza con le armi: ugualmente reso folle dalla tragedia familiare vissuta, ma dal carattere meno “scisso” e problematico (alla base) rispetto al suo predecessore. Un medico abituato a salvare vite, in luogo di un esperto di armi diventato, più per pressione familiare che per necessità, obiettore di coscienza (qual era il personaggio di Bronson). Uno slittamento di ottica che rende probabilmente film e personaggio più leggibili e malleabili, meno ostici e respingenti, per il pubblico generalista: un cambiamento che si lega a un Willis che, a differenza di Bronson, non trasmette mai l’impressione di aver oltrepassato (definitivamente) un limite, oltre il quale il contatto con la realtà, e con le regole della società civile, viene definitivamente perso. Il giustiziere di Willis, anche nei suoi momenti di maggior spietatezza, sembra essere sempre pronto (in fondo) a tornare il padre di famiglia che era. La sua figura pare più vicina allo spettatore, anche a quello più progressista, da par suo indirettamente più propenso a perdonargli le sue azioni.

Nel trasformare un folle “angelo della morte” in un più moderno, controllato e “posato” vendicatore, Roth e Joe Carnahan (qui sceneggiatore) non riescono probabilmente ad andare fino in fondo, non problematizzando a sufficienza il personaggio e velocizzando in modo poco graduale (e credibile) la sua trasformazione. Lo stesso interprete, che si scontra principalmente con la sua scarsa credibilità anagrafica, funziona nel ruolo solo a intermittenza, perdendo colpi laddove alla graniticità andava affiancata una maggiore pregnanza emotiva. Malgrado ciò, il film offre alcune interessanti soluzioni di regia (il lungo, nervoso prologo, l’accattivante split screen che “giustappone” le due attività del protagonista), non lesina in cattiveria in singole, fulminanti sequenze (tra queste, un’uccisione che contempla un’automobile, che non raccontiamo), e non si tira indietro, come si diceva in apertura, di fronte all’infuocato dibattito a cui inevitabilmente sarebbe stato associato. In questo senso, lo sguardo con cui la sceneggiatura tratta il tema della disponibilità delle armi da fuoco, e la loro stessa promozione attraverso i media, è sorprendentemente e piacevolmente ironico. Così come viene giustamente attualizzato, col necessario occhio ai media digitali, l’impatto sociale di una figura come quella di un giustiziere anticrimine, in una moderna metropoli americana. E non disturba, in definitiva, nemmeno la citazione finale, con la sua strizzata d’occhio (pur decontestualizzata) al film originale e ai suoi spettatori.

Info
Il trailer di Il giustiziere della notte.
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