Lo sguardo di Orson Welles

Lo sguardo di Orson Welles

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L’autore dell’enciclopedico The Story of Film, Mark Cousins, si lancia con Lo sguardo di Orson Welles nell’intemerata impresa di realizzare l’ennesimo documentario dedicato al cineasta americano: superficiale, gonfio di retorica e ampiamente prevedibile. Presentato in Cannes Classics.

My name is Mark Cousins

Attingendo a centinaia di disegni e dipinti realizzati da Orson Welles, Mark Cousins ci guida nel mondo del leggendario regista e attore, raccontandoci vita e opere dell’autore di Quarto potere sotto forma di lettera… [sinossi]

In assenza di The Other Side of the Wind, il cui montaggio definitivo (e chissà quanto arbitrario, stando alle indiscrezioni di questi mesi) alla fine non verrà presentato qui a Cannes (e forse andrà a Venezia), per le ben note dispute tra Netflix (finanziatore dell’operazione postuma wellesiana) e la kermesse francese, l’unica testimonianza dedicata al regista di Quarto potere qui alla Croisette è stata il documentario di Mark Cousins, Lo sguardo di Orson Welles, selezionato in Cannes Classics. Ben poco, anzi, quasi nulla verrebbe da dire, visto che l’inventore di quell’operazione furba e rozzamente divulgativa che è The Story of Film esplicita la superficialità del suo sguardo al cospetto di un autore complesso come Welles, trovandosi costretto tra l’altro a occuparsi di un solo regista e non potendosi permettere la scappatoia di planare a volo d’uccello da una parte all’altra del pianeta cinematografico.
In realtà, Lo sguardo di Orson Welles è costruito in maniera simile a The Story of Film, visto che è scandito in capitoli ben poco collegati l’uno con l’altro. Ma se nella sua opera enciclopedica il gioco di Cousins poteva anche reggere, qui cade ben presto: parlare ora dell’infanzia, ora della madre, ora delle ossessioni, ora degli amori di Welles costringe Cousins a ritornare sempre sugli stessi punti e sugli stessi temi: la personalità bigger than life, l’oscillazione tra re e buffone, le prospettive sghembe, la profondità di campo, la natura auto-distruttiva dell’uomo e dell’artista, ecc. Insomma, tutta la vulgata wellesiana che non serve a nessuno, tanto meno a un pubblico digiuno e bisognoso di un oggettivo e sensato ricordo del cineasta americano.

Cousins finge di voler partire da un punto di vista inedito: i mille disegni e schizzi fatti da Welles nel corso della vita. E il genio di Kenosha era in effetti anche un eccezionale pittore e ritrattista, come già si sapeva, e va comunque dato atto a Cousins di mostrarci dei bozzetti che non avevamo mai visto prima. Questi però non diventano la chiave per leggere tutta l’opera di Welles, come vorrebbe farci credere Cousins, e servono solamente quale altro materiale esornativo per accumulare argomenti e punti di vista senza mai approfondirne nessuno. Per di più, appaiono decisamente di cattivo gusto quelle animazioni atte a ricostruire il tratto di Welles su foglio bianco, come a ri-immaginare i diversi passaggi dei disegni stessi e come in qualche modo a evocare l’ipotesi che Welles possa di nuovo disegnare per noi. Lo stesso meccanismo fictionale Cousins lo mette in scena, tra l’altro, anche nell’impostazione della narrazione e cioè la sua voice over che finge, sotto forma di lettera, di rivolgersi a Welles stesso, informandolo su quanto sia cambiato il mondo da trent’anni a questa parte, cioè da quando Welles è morto: non esistono più le Torri Gemelle, c’è stato un presidente afro-americano e ora c’è un presidente razzista, è arrivata l’era di internet, e via dicendo. In tal modo, dunque, Lo sguardo di Orson Welles cade in una doppia ridondanza: dirci delle cose di Welles che già sappiamo e informarci su degli avvenimenti mondiali a proposito dei quali siamo ampiamente a conoscenza, visto che noi al contrario di Welles siamo ancora vivi.

Perciò si procede rapidi dall’adattamento africano del Macbeth a quello del Giulio Cesare anti-fascista, dalle relazioni con Dolores Del Rio, con Rita Hayworth, Paola Mori e Oja Kodar, ai litigi con John Houseman, fino alle scene super-ultra-classiche del suo cinema: gli specchi di Quarto potere e quelli de La signora di Shanghai, il monologo di Il terzo uomo a proposito dei Borgia, e chi più ne ha, più ne metta. Tanto che alla fine ci si sorprende per alcune mancanze, come ad esempio la parabola dello scorpione di Mr. Arkadin e come la trasmissione radiofonica di La guerra dei mondi. Ma, forse, per raccontare tutto Welles – e sia pur sempre in maniera superficiale – Cousins avrebbe avuto bisogno degli stessi 915 minuti di The Story of Film, anche perché vien da domandarsi come mai non abbia ragionato per niente sul titolo che ha scelto di dare al film: Lo sguardo di Orson Welles. Ci saremmo infatti almeno aspettati un discorso sullo sguardo magnetico del regista e attore, e invece non è così, anche questa occasione è stata persa.
Che dire, pensare di ri-raccontare Welles senza cercare di affrontare i mille nuovi argomenti che lo riguardano – come ad esempio la riscoperta di Too Much Johnson, che è quasi già vecchia, visto che risale al 2013, e che qui viene accennata in pochi secondi – ci pare solo una manifestazione d’affetto e di circostanza, di cui sinceramente si può fare a meno. Già lo sappiamo che Welles è grande, non c’è bisogno che ce lo venga a ripetere Cousins, in modo tra l’altro pomposo, ripetitivo e retorico. Quel che ci si aspetta invece è di scoprire cose nuove, perché Welles e la sua opera celano ancora tesori inesplorati, dallo stesso The Other Side of the Wind al Don Chisciotte (di cui tra l’altro Cousins osa mostrare il funesto montaggio di Jess Franco), che attendono solo di essere portati alla luce. Con grande fatica, certo, ma è questo che serve fare e non il solito santino.
Per approfondimenti vai allo Speciale Orson Welles.

Info
La scheda di Lo sguardo di Orson Welles sul sito del Festival di Cannes.
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