Yomeddine

Yomeddine

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Sorta di blockbuster festivaliero, Yomeddine, opera prima del giovane regista egiziano A.B. Shawky, è un’abile miscela di dramma, avventura, buoni sentimenti, location inedite, ampie spennellate di retorica. In concorso a Cannes 2018.

Quello che non ho

Beshay, lebbroso oramai guarito dalla malattia, non ha mai lasciato il suo lebbrosario, dove è stato abbandonato dal padre in tenera età. Dopo la morte della moglie, decide di partire alla ricerca delle sue radici, caricando i suoi pochi effetti personali su un carretto tirato dal suo asino. Ad accompagnarlo nel viaggio è l’orfanello Obama. Con lui, Beshay attraversa l’Egitto e affronta il mondo alla ricerca di una famiglia, di un rifugio, di un po’ d’umanità… [sinossi]

Ci sono film fatti per piacere, ruffiani quanto basta da conquistare i favori di un pubblico vasto, pronto ad appassionarsi, sorridere, all’occorrenza versare qualche lacrima. Magari la vetrina ideale per questa sorta di prodotti non è principalmente il concorso del Festival di Cannes, ma tant’è.
Sorta di blockbuster festivaliero, Yomeddine opera prima del giovane regista egiziano A.B. Shawky ha conquistato i favori dello spettatore cannense grazie alla sua abile miscela di dramma, avventura, buoni sentimenti, location inedite, ampie spennellate di retorica.

Protagonista di questo edificante racconto di formazione è il quarantenne Beshay, un lebbroso ora guarito, che porta nel volto e sulle mani le vistose cicatrici della terribile malattia. Abbandonato in tenera età dal padre in un lebbrosario, Beshay sopravvive ora raccattando rifiuti nella vicina discarica e rivendendoli a un robivecchi. Quando la moglie muore, l’uomo sente per la prima volta il bisogno di ritrovare la propria famiglia e dunque, caricate le sue cose su un carretto trainato da un’asino, parte alla volta di un lungo viaggio attraverso l’Egitto. Ad accompagnarlo è il piccolo orfanello Obama, anche lui con delle origini tutte da scoprire.

Sorta di rilettura, con annesso raddoppiamento (i senza famiglia in viaggio sono due), delle avventure del Dolce Remì (il riferimento è al celebre cartone animato fine anni ’70 tratto dal libro Senza famiglia di Hector Malot), Yomeddine è a tutti gli effetti un film d’avventura che segue le tappe ben oliate di un racconto per ragazzi governato dal movimento vettoriale, e dai relativi incontri, di un viaggio. Si susseguono dunque per Bershay, in questa sua prima sortita nel mondo reale, una serie di tappe e di incontri che comprendono una visita alle vestigia delle piramidi egizie, un bagno nel Nilo, una ruota guasta da cambiare, una serata in gattabuia, qualche insulto, l’amicizia e il fondamentale supporto di un nano morente (ha nelle narici il tubicino dell’ossigeno) accompagnato da un uomo senza gambe. Mentre il piccolo Obama contribuisce ad allietare l’atmosfera con il suo ottimismo e, all’occorrenza, la sua verve da provetto ballerino. Emergono inoltre di quando in quando anche dei furtivi flashback sul passato di Bershay, mentre in una toccante sequenza onirica, l’uomo riesce a visualizzarsi “normale”, ovvero privo delle sue deturpanti cicatrici.

Forte di un solido impianto narrativo, Shawky non lesina in movimenti di macchina, controluce suggestivi, contemplazione del paesaggio, accompagnando il tutto con una colonna sonora molto bella, quanto invadente, sempre pronta a segnalare dove provare emozione e quando riconciliarsi con un’umanità non sempre propensa ad accettare il diverso. Ma è proprio su questo versante, quello della “diversità” che Yomeddine riesce maggiormente a stupire. Mentre occhieggia a un pubblico cinefilo, citando l’Elephant Man di David Lynch, dal momento che proprio come John Merrick anche Beshay desidera venir considerato “un essere umano come gli altri”, Yomeddine approda infine, a differenza di tanti prodotti similari, ad avvalorare invece una forma di “apartheid” tra i sani e i malati, i normali e i diversi, i belli e i brutti. Beshay, infatti non può che star bene solo con i propri simili. È meglio dunque per lui tornare al suo lebbrosario.

Distante anni luce dunque dall’etica neorealista, il film di A.B. Shawky è una fiaba, un racconto d’avventure, un road movie denso di buoni sentimenti e patetismo montante, costruito in maniera inappuntabile e perfettamente in grado di sedurre e intrattenere chiunque. Da questo punto di vista Yomeddine non ha nessun difetto. Deve solo incontrare il giusto estimatore.

Info
La scheda di Yomeddine sul sito del Festival di Cannes.
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