I diamanti della notte

I diamanti della notte

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I diamanti della notte è l’esordio alla regia di Jan Němec, che il cineasta cecoslovacco diresse come saggio di diploma per l’Akademie múzických umění v Praze. Un viaggio allucinatorio nell’Olocausto che è anche viaggio nella notte del cinema, nel sogno di un rinnovamento che si trasforma in incubo della rassegnazione al presente. A Cannes Classics.

La Primavera tarda ad arrivare

La fuga di due giovani ebrei da un treno di deportati, cattura e consegna in tempo reale gli stati di stanchezza, fame estrema, ansia e racconta la sensazione di insicurezza vissuta dai personaggi… [sinossi]

Arriva a Cannes Classics il giorno di Démanty noci (I diamanti della notte, noto ai giovani cinefili anche con il titolo internazionale in inglese Diamonds of the Night) e si prova una sensazione di groppo in gola che affatica il respiro. Nell’anno in cui si dovrebbero celebrare i cinquant’anni dal 1968 e nel quale si fa di tutto per addomesticare quella lunga stagione di lotte, rivoluzioni e guerre di liberazione – talune riuscite, la maggior parte fallite, ma questo è un altro discorso e meriterebbe un approfondimento a parte – riducendola a una mera questione di cambi di costume culturale, è ovviamente doveroso che si trovi il tempo per riportare a galla le opere che a quella stagione contribuirono nei fatti, proponendo un radicale cambio di sguardo e prospettiva. Lo stesso motivo per cui è giusto e doveroso trovare spazio nel cartellone ufficiale del festival per l’immagine di Pierrot le fou, anche se l’impressione è quella di un evento che sta cercando di normalizzare il “suo” cineasta meno allineabile al pensiero dominante (e quindi al pensiero della classe dominante) ospitandolo sempre in concorso, prima con Adieu au langage e ora con Le livre d’image, e affidandogli due volte – era accaduto anche con la scalinata di Villa Malaparte a Capri ne Il disprezzo solo un paio di edizioni fa – il compito di sintetizzare il festival.

Eppure, per Godard come per I diamanti della notte – ma il discorso potrebbe valere anche per altri titoli presenti in Cannes Classics, come ad esempio L’ora dei forni di Fernando E. Solanas – l’impressione sempre più forte è quella di una riserva indiana, uno spazio solo all’apparenza protetto ma in realtà recintato, controllato, gestito. Uno spazio non libero nel quale è concesso esprimere un vagito di libertà.
Inserire l’esordio alla regia di Jan Němec, che a distanza di cinquantaquattro anni brucia ancora illuminando il buio della sala, tra un A spasso con Daisy e un Jean-Paul Rappeneau vagheggiante Edmond Rostand, significa operare per oblio, non certo per desiderio di reale memoria. Non perché si debba stilare una lista di titoli meritevoli dell’aggettivo ‘classico’ (per quanto Jessica Tandy ottuagenaria gentildonna del profondo sud razzista stoni non poco nel complesso) ma perché mescolare gli ingredienti senza troppa cura in un grande calderone rischia di risultare non solo controproducente, ma dannoso. Un tempo le sezioni retrospettive anche di festival abnormi come Cannes o Venezia servivano a muoversi nei terreni della conservazione e della riscoperta anche analitica del passato più o meno lontano, oggi si limitano a mettere in bella fila tutti i film proiettabili in digitale, in nome del sacro mito contemporaneo del restauro che troppo spesso non restaura, ma al massimo rinnova. Il classico ha poca speranza di sopravvivere nell’epoca della negazione del tempo a favore di una sempiterna e terrificante contemporaneità.

Cosa resterà alla frotta di cinéphile che entreranno a vedere in Salle Buñuel I diamanti della notte (gli accrediti stampa ignorano per lo più la sezione, un po’ per mancanza di tempo, un po’ – ma è una cattiveria – per non dover ammettere determinate lacune), se il film appare quasi dal nulla, senza un percorso, senza un tracciato di riferimento?
Eppure la speranza è da riporre proprio nel film che il regista cecoslovacco diresse ventottenne per diplomarsi all’Akademie múzických umění v Praze, la cosiddetta AMU. La Cecoslovacchia nei primi anni Sessanta diventa anche come denominazione una “Repubblica Socialista” sotto il Patto di Varsavia (dal 1948 era considerata una Democrazia Popolare, primo passo verso il socialismo e il comunismo), ma la crisi economica è profonda e la nazione ristagna. In quel ribollire di coscienze e di spiriti libertari, che porterà di lì a poco all’elezione di Alexander Dubček e alla Primavera di Praga, Němec dirige un’opera oscura e scorbutica, fiammeggiante come i fuochi fatui della notte, che sembrano illuminare qualcosa che non è possibile illuminare. L’oscurità è quella dell’Olocausto, ma è ovviamente anche quella di una nazione costretta sotto il giogo sovietico, senza possibilità di espressione che non sia codificata dall’alto, gestita altrove e ritenuta accettabile. I diamanti della notte è un film brevissimo che ha la capacità rara di costringere lo sguardo a vedere, cercando di guardare ciò che sulla carta è innominabile. La caccia dell’uomo all’uomo. La caccia eterna, primordiale, in cui le vittime designate possono anche provare a scappare ma solo per sovrapporre un orrore all’altro, un incubo a un altro incubo.

Costruito come un lungo delirio notturno, I diamanti della notte è un visionario lampo improvviso, che segue un tracciato zigzagante, incurante delle strade asfaltate della narrazione classica – il testo di partenza è opera di Arnošt Lustig – e della prassi del montaggio. Di fronte a un olocausto, dopotutto, non è lecito dettarsi nuove regole, là dove le precedenti hanno in tutta evidenza fallito? Ma lo ieratico e contemplativo stile di Němec, che non ha timore di trasformarsi in belluino fulgore pulsionale, non è un’eradicazione del vero, ma l’esatto opposto. Solo nell’introspettiva capacità di non accettare il “reale” per quel che appare, ma con la volontà di riscriverlo, rileggerlo e rimetterlo in scena, si può annidare il germe del cambiamento, del rinnovamento di una società vetusta che sostituisce dittatura con dittatura, senza che nulla effettivamente cambi. Il destino notturno dei due fuggiaschi che cercano di evitare la deportazione nei campi di sterminio è solo un dettaglio, in fin dei conti: nel peregrinare allucinato e incubale dei ragazzi non c’è solo il mito dell’ebreo errante, ma anche il racconto di una generazione dispersa, che abbia o meno schivato le mostruose aberrazioni della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista. A suo modo belligerante, si tratta comunque di un film sconfitto, che sopravvive nel moto eterno, unica barriera alla morte. Lustig e Němec compongono un piccolo capolavoro oggi dolorosamente dimenticato. Ma si sa, la Primavera tarda ad arrivare…

Info
I diamanti della notte sul sito del Festival di Cannes.
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